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The Leisure Society – Into the Murky Water
(Full Time Hobby)

Tornano a due anni di distanza dal precedente The Sleeper i Leisure Society, ensemble inglese guidato da Nick Hemming e Christian Hardy che con il loro disco d'esordio aveva stupito per l'incisività delle linee melodiche e per la personalità degli arrangiamenti, conquistandosi i complimenti di Brian Eno, una nomination agli Ivor Novello Awards e uno spazio tra le migliori realtà indipendenti dell'anno.
A quale lido precisamente sarebbero approdati questi amanti del pop inglese d'annata, folk ma non del tutto, dalla patina vintage e dalla cantabilità alla Lennon e McCartney, sospesi tra Sufjan Stevens, la Penguin Café Orchetra e i Kinks di The Village Green Preservation Society non era ancora del tutto chiaro quando dal vivo, ad inizio 2010, anticiparono i rudimenti del loro nuovo album. Già allora confermarono sui brani nuovi la loro innata capacità di scrivere melodie.
Come portare ulteriormente oltre le già curate partiture di archi e gli incastri ritmici differenziandosi da quanto già fatto in precedenza? La risposta è dentro Into the Murky Water, album più prodotto, più curato, dal sound arricchito e ingigantito, in cui i Leisure Society ripartono da dove li avevamo lasciati rendendo la miscela più autorevole e più adulta. E così ben orchestrata da rincorre, nel brano che dà il titolo al disco e che lo apre, tra trame di archi e fiati, un classico come Days of future passed dei Moody Blues.
La band si è resa conto che l'immediatezza dell'esordio, da sola, non sarebbe bastata. Ecco allora un album più elettrico (si veda l'esplosione di chitarra in You Could Keep Me Talking), più grintoso (il piglio dance di Dust on The Dancefloor), più ambizioso nella scelta dei suoni (si veda lo spessore sonoro del primo singolo estratto da questo disco, This Phantom Life). Our hearts burn like dump matches è il momento intimo e sussurrato dell'album, specialità nella quale i Leisure Society avevano già dimostrato di eccellere nel capitolo discografico precedente.
Manca un brano forte come fu In a matter of time due anni fa, singolo nella sua semplicità capace di svettare rispetto a tutto il resto, ma poco male. Ne fanno le veci I shall forever remain an amatour, già presentata nei concerti dal vivo e con la capacità di restare bene in mente (come fu per In a matter of time è conservata per il penultimo posto in scaletta nell'album), e la beatlesiana e conclusiva Better Written Off (Then written down). La prova del nove sono la dolcezza e le modulazioni di un brano come Just like the knife, che ricorda Something di Harrison. Resta poco da aggiungere: bravi.

Giulia Nuti

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