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Joss Stone - Colour Me Free
( Capitol/EMI )

Spesso si considera il soul come una tela unica e immensa, e si è poco inclini a suddividerlo in categorie più piccole e specializzate. Joss Stone ha però macinato molte ore a lavorare sui micro generi e i risultati non sono mancati.
Ambasciatrice dei buona musica nera e vibrazioni positive dalla tenera età Joss Stone non ha mai faticato a trovare il proprio posto nell’olimpo della Soul music.
A soli 22 anni l’inglesina di Dover è oggi infatti pronta infatti a bissare il successo dei suoi primi due album ( quattro milioni di copie circa l’uno, mentre il terzo “Introducing” solo due milioni ) con Color Me Free, un album ricco e ben organizzato che metterà d‘accordo i passanti distratti, i fini conoscitori per sconfinare allegramente presso il pubblico passivo, quello che fa fare ai dischi i numeri veri.
La miglior notizia che possiamo mettere in piazza è che l’album colpisce per l’attenzione che Joss riserva verso tutto quello che è blackness, british or american. Lo fa con alcuni fidati amici : il talentuosissimo Rapahel Saadiq, Nas, la chitarra con il voice box di Jeff Beck che rimanda dritta alla versione di Jeff della wonderiana Superstition ( che stevie scrisse originariamente per il chitarrista ex Yardbirds ), il sax alto garrulo e newyorchese di David Sanborn che urla vendetta.
Joss snocciola la confidenza del crooner nero alla Etta James ( 4 & 20 ), la pacca della Funky Diva sin dalle prime battute del super singolo che ha lanciato l’album già da una mese, Free Me e nella lussuosa Lady uno stilosissimo e Chicchettoso brano che rimanda dritti a eroi minori dei settanta come Betty Wright ( peraltro già coach singer di Joss ) e Lynn Anderson.
Il meglio deve però ancora venire : quando la si lascia poi davvero scegliere fuori dalle necessità, Joss mette da una parte le sembianze della cantautrice soul per diventare una specie di incarnazione della vecchia scuola su presupposti totalmente moderni. Nel classico I Believe To My Soul biascica lussuria strisciando sotto i tavoli del Mama Stones di Wellington, il locale della mamma, dove ha registrato queste canzoni e in Big Ole Game fa il verso alle produzioni di Willie Mitchell per il miglior Al Green con Saadiq a raccoglierne il testimone nel duetto di coda.
Album pensato per raccogliere risultati Color Me Free parla comunque un linguaggio autonomo e originale. Joss non è certo destinata a diventare la Lulu o la Dusty Springfield del futuro ma potrebbe fare meglio e di più e in fin dei conti lo sta già facendo.

Hrandi V.Bakshi 2009

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