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Bonnie Raitt - Souls Alike
(Capitol)
www.bonnieraitt.com



After almost 35 years of recording, Bonnie Raitt released her first self-produced album, named Souls Alike. Her shining blues guitar meets soul music in songs of lesser-known writers with whom Raitt feels a deep affinity.

Dopo una lunga carriera di quasi trentacinque anni Bonnie Raitt con Souls Alike debutta come produttrice di se stessa e lo fa in modo assolutamente soprendente, ovvero uscendo dai suoi normali sentieri musicali ed imboccando la via della soul music. Se il recente Back Home di Eric Clapton si difende nella sua onestà, Souls Alike di Bonnie Riatt si pone su livelli superiori per genialità e intuizioni musicali. Già il fatto di scommettere su canzoni di autori poco noti al grande pubblico è un segnale importante, infatti Bonnie piuttosto che affidarsi ad autori noti ha preferito scegliere le canzoni secondo le sue affinità più profonde, il che ha reso molto facile il lavoro di reinterpretazione e di riarrangiamento dei singoli brani. Ad aprire il disco troviamo I Will Not Be Broken, un brano dall’andamento travolgente caratterizzato da un ottima prova vocale e dall’eccezionale intreccio tra l’Hammond e la chitarra di Bonnie Raitt che domina tutto il brano; seguita dall’un uno-due a base di funky di God Was In The Water, in cui al synt e ai pattern elettronici della batteria si uniscono ottimi assoli di chitarra, e Love On One Condition in cui si apprezza inoltre un potente dose di soul music nell’arrangiamento. Il brano migliore in assoluto in questo splendido disco è però Unecessary Mercenary in cui i Little Feat vanno a braccetto con una genialità sonora che si riflette negl’ottimi passaggi chitarristici della Raitt. Non meno belli sono i brani “riempitivi” come il soft-rock di So Close, la potente Trinkets con il piano in bella evidenza e
Crooked Crown in cui torna a farsi sentire il potente influsso del funky-soul. L’unica ballata del lotto è I Don't Want Anything To Change, che svela un ottimo lavoro di Bonnie Raitt nel fondere soul e spunti blues. Unico punto debole del disco è Deep Water, che ripete l’esperimento della precedente God Was In The Water senza ricalcarne l’impatto sonoro. The Bed I Made, chiude con uno scintillante mood jazz un disco prezioso, da ascoltare e da apprezzare in ogni sua minima sfumatura.

Salvatore Esposito

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