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Una robusta e muscolare esibizione a base di rock & roll ha tenuto lontano l’effetto nostalgia che i più scettici avevano ipotizzato per la attesa reunion dei Mott The Hoople a Londra.
Evento dell’anno atteso sin dall’annuncio dello scorso febbraio, la band di Ian Hunter, Overand Watts, Verden Allen, Mick Ralphs e Dale Griffin non suonava insieme dal 1974 e gli scettici e i detrattori erano tanti.
Cinque sere al tutto esaurito Hammersmith Apollo hanno invece convinto anche i meno propensi che la band guidata da Hunter (oggi settuntunenne) ha ancora qualcosa da dire.
I quattro (Griffin, claudicante, sostituito egregiamente da Martin Chambers dei Pretenders, è tornato dietro ai tamburi solo nel primo bis), hanno infatti mantenuto immutato la magia di un suono classico che non ha paragoni né oggi né ieri.
Si respirava aria di festa ad Hammersmith Apollo: un pubblico eterogeneo giunto da tutto il mondo sembrava riunito per la festa di classe e già da alcune settimane la band non aveva fatto mistero di aver pensato a queste serate come a una riunione fra vecchi amici.

Con una scaletta di 23 brani che pescava a piene mani dai primi quattro album (Mott The Hoople del 1969, Mad Shadow del 1970, Wildlife del 1971 e il capolavoro Brian Capers del 1972) e lasciava la hit del secondo periodo (Hanaloochie Boogie, All The Way From Memphis, All The Young Dudes donata da Bowie per evitare lo scioglimento del gruppo e Roll Away Stone) per il gran finale i Mott hanno conquistato Londra.
I riff di One of The Boys, la versione acustica di I Wish I Was Your Mother, l’epicità di The Journey, il boogie di Keep A-Rocking hanno riempito la sala piena come un uovo per 150 minuti senza un attimo di tregua che ha convinto e ha ricordato l’influenza di Mott su più di una generazione di rockers.
Si sono quindi susseguite Hymn for the Dudes - in apertura - lenta, implacabile, con dinamiche maestose che hanno settato il mood della intera serata, Rock & Roll Queen, One of the Boys, Sucker, the Moon Upstairs dedicata al loro erratico produttore Guy Stevens attraverso cover più o meno improvvisate come Knockin’On Heaven’s Door, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams e un paio di boogie di Jerry Lee Lewis.
Una seconda parte più soda con Ready For Love cantata (male) da Mick Ralphs, Born Late ‘58 cantata (bene) da Overand Watts, Sweet Angeline, Walking With The Mountain sfociata in una rozzissima Jumpin’ Jack Flash ha fatto stramazzare i fricchettoni di una volta e si sono visti molti uomini maturi suonare la celebre hairy guitar ovunque in teatro.
Finale commovente e sipario finale con Do You Remember The Saturday Gig (ultimo singolo del gruppo prima della defezione di Hunter e Mick Ronson intanto entrato al posto di Ariel Bender) che recita così : “ Don’t You Ever Forget Us / We’’ll Never Forget You / We’ll Go To Sleep Now / You’d Better Be Good, Right / See You Next Time / So Long Now ”.
Per i Mott qui cominciano le tentazioni vere e ci son ben altre proposte, tutte importanti, da mettere sulla bilancia dei profit & loss.

Per molti qui in sala, invece, il viaggio di ritorno a casa sarà semplicemente molto lungo ma intrapreso con il sorriso sulle labbra.
L’unico sempre al suo posto anche uscendo di scena, per nulla scosso dall’abbraccio di un pubblico caldissimo e gioioso resta Ian Hunter, performer e showman di prima classe.
Lui che il futuro resti luminoso oppure no continuerà comunque a girare inforcando i suoi inseparabili occhiali da sole con quella attitudine da rocker consumato che è la stessa con cui questa sera a riportato a casa i Mott con un altro successo, peraltro non scontato, in tasca.
Ernesto de Pascale
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Mott The Hoople

Mad Shadow

Wildlife

Brian Capers
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