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La musica fa scuola
Memphis, Settembre 1967. Studi della Stax records, in McLemore Ave.nel ghetto nero della città. Otis Redding, il massimo esponente della etichetta sta registrando uno spot per la stazione radio interraziale WDIA, forse la prima dAmerica a rivolgersi a due pubblici distinti già dai tardi anni quaranta.Lo spot si chiama Back to School, ed è un accorato appello a tempo di rythm & blues affinché tutti i kids delle streets gang locali tornino in classe per lanno scolastico che verrà.Ad accompagnare il cantante di Macon i ragazzi del Wycombe High College. Con una sottile dose di ironia, ma centrando il segno, si può descrivere la seduta come quella di una musica che fa scuola interpretata da un Maestro accompagnato da scolari. 34 anni dopo quello studio è la sede dello Stax Museum, inaugurato lo scorso maggio con una serata imponente e ricca di ospiti ,una fondazione la cui direttrice, Mrs. Dianne Davis era una delle coriste della seduta di Back To School. Si corona così,oggi per lei, un sogno lungo una intera vita.
In un veloce excursus attraverso generi e simboli musicali vi apparirà subito chiaro come da un po di anni a questa parte si parla sempre meno di musica che ha fatto scuola( forse lultimo esempio è quello che conosciamo con il termine di Brit Pop ed ha prodotto i pachidermi del paleolitico musicale prossimo venturo: Oasis e similia). Il motivo di ciò è facilmente riconducibile a ciò che a proposito della comunicazione si è scritto in Doc n.8. Le strategia si fanno sui successi non più sugli artisti, tanto meno sui flussi. Nei decenni precedenti a questi ultimi due, quindi prima dellavvento della video musica, la musica che faceva scuola era,invece, un riferimento spazio tempo preciso. Pochi esempi: New Orleans, Kansas City laggiù, Genova,con la propria scuola cantautorale, Napoli, con un altro filone, Roma Capoccia. E poi ancora Liverpool con il mersey beat, il blues di Chicago ne chi più ne ha più ne metta. E infatti, a fortificare lidea, ci vogliamo aggiungere, per amor di squadra, anche il rock fiorentino.
Cosa è successo allora? Una provenienza non ha più un valore? un linguaggio (pensate al suono delle parole nelle canzoni napoletane) che non conta più? Le cose non stanno proprio così perché mentre navigavano in alto mare le scuole di pensiero musicale aumentava nellultimo decennio in numero esponenziale quello delle scuole di musica che rilasciano diplomi in franchising sotto legida di internazionali corsi di studi( come la Berklee School of Music o il Music Institute of Technology di Boston). Ma spendere il nome di maestri internazionali non aiuta la ricerca della radice, sopratutto se pensiamo, ognuno di noi, alla propria. I posteggiatori napoletani che hanno insegnato così bene a Enzo Gragnianello la parlesia difficilmente possono sedersi davanti a uno studente che vuol suonare tutte le scale e anche gli ascensori di toni e semitoni come il suo idoli dei, un nome a caso, system of down, gruppo scoperto in tv in uno dei mille passaggi giornalieri assegnati a quello dalla cointeressenza casa discografica-imprenditore televisivo privato. E i poeti dellottava rima difficilmente sopporteranno di stare seduti a fianco ad un Mogol che con la sua scuola di autori si assicura solo lo ius prime noctis sui futuri artisti di successo,rivendendosi così in malo modo il suo innato talento e tradendo una visione restrittiva del profitto del singolo. E se è pur vero che la scuola di Genova, i Lauzi, i Tenco, i Paoli, i De Andrè copiava i francesi, lasciateci scrivere i nomi di quali artisti essi traducevano: Brassens, Gainsbourg, Brel. Intanto,negli stessi anni, Herbert Pagani bilingue, improvvisava nei suoi spettacoli veri e propri workshop. La musica era scuola.
Le funzioni di memoria storica, di recupero della tradizione usualmente individuate nella scuola non possono più oramai tralasciare la musica e i propri maestri. Quando la Durium nei tardi anni cinquanta varò il progetto in 12 album a 33 giri intitolato Napoletana e lo affidò alla voce e alla chitarra di Roberto Murolo compì una operazione culturale a 360 gradi su cui è vissuta di luce riflessa per decenni.Le intenzioni iniziali erano alte ma oggi tale volume, più volte ristampato, è nelle collane economiche su bancarelle e in autogrill.Ma difficilmente lo troverete negli scaffali di un megastore. E forse questa la cultura al popolo ? Putroppo no, al popolo vanno solo le compilation di techno.
Entra in gioco allora una funzione educativa che da un decennio a questa parte si sta andando imponendo. La nascita cioè delle fondazioni culturali in quelle città dove più forte è il legame con questo o quel linguaggio musicale collegato a più o meno antiche origini. Gli esempi : a Philadelphia la Rock & Roll Hall of Fame, soldi pubblici e privati: archivio, centro studi e di analisi di generi con i migliori critici americani. La Rock & Roll Hall of Fame adesso, con 15 anni di lavoro dietro le spalle, produce spettacoli, documentari, libri, dvd e corsi aperti a tutti anche di tipo monotematico. Assicura borse di studio e alloggi, sale prove e servizi. Lo stesso dicasi per il Museum of Mississippi Rivers music. Il nome è esplicito. A Chicago esiste al numero 2400 South Michigan Avenue la Blues Foundation inc, nata per volere di Willie Dixon che assicura, oltre alle iniziative citate per le altre fondazioni, supporto per i bluesmen anziani meno abbienti e la riscossione delle royalties per gli aventi diritto almeno per i 70 anni successivi alla morte dellartista. Più vicino a noi, a Darmstadt, 26 km a sud di Francoforte, il Darmstadt Jazz institute voluto dal critico Joaquim Berendt, scomparso nel 2001, raccoglie più di 50.000 album e 20.000 volumi e offre sostegno ai ricercatori che accedono ai fondi con regolare domanda.
In questi casi, insomma, la musica ha fatto scuola. Ha superato i passi difficili di quella accettazione da parte di presidi e professori che credono ancora che qualcuno possa loro sfilare di sotto il potere sugli alunni.
In Italia, dove forte è il senso dellartigianato, si deve puntare a rivalutare quello per riscoprire certe origini, certe radici. Non può essere lAccademia di San Remo, facciamo finta che gli scandali non ci siamo mai stati!, a gestire una carriera , una professione a venire. La musica fa scuola se è preservato e tutelato il contenuto e lorigine di esso. Listituto De Martino ha fatto questo e ancora produce atti, testi e musiche in questa direzione. Il catalogo Sciascia, i Dischi del Sole, sono state etichette paragonabili alla Library of Congress di Washington. Ma i Carpitella, i Leydi e quei pochi altri benemeriti se ne vanno anche loro per altre tournee e per chi resta, nel marasma istituzionale, tutto si fa più difficile. E qui che per far scuola la musica ha bisogno dellimprenditore privato. E un impegno affrontabile e che riporta energie sul territorio. E una bella scommessa per individuare il prossimo grande progetto di lavoro culturale su cui agire nel campo della musica e dei suoi contenuti in Italia per i prossimi 10 anni almeno.
Ernesto De Pascale
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