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Lucio Battisti

Umanamente Uomo: il sogno


Per guidare verso Napoli sulla A1 all’altezza di Fiano Romano si allunga da qualche anno a questa parte una bretella autostradale che sbuca dritta a Monteporzio Catone. Ma solo fino alla metà dei novanta per dirigerti a sud della Capitale dovevi per forza percorrere il Gran Raccordo Autostradale, uno striminzita e improbabile superstrada costrutita nel 1962 che ancora resiste al peso degli automobilisti romani, una razza a parte. Al km 12 di essa si erge ancora oggi una casermone che all’epoca della sua costruzione (1960) veniva descritto come ”modernissimo", “innovativo”. Su di esso svettava, rossa in campo bianco, una bandiera che recava una scritta semplice ma incisiva. Vi si leggeva: R.C.A che stava per Record Corporation of America. Ogni estate la nostra macchina, diretta al Sud, viaggiava veloce a fianco della più grande industria di successi discografici dell’Italia degli anni sessanta: la RCA, l’etichetta di Rita Pavone, Gianni Morandi, Gianni Meccia, Sergio Endrigo, Piero Ciampi, Nada, dei Rokes, di Patty Pravo- la ragazza del Piper-, di Lucio Dalla, Dino, Mal e dei suoi Primitives. La stessa RCA che in America annoverava tra i suoi artisti Elvis Presley. Quella RCA d’Italia presso cui approderà nel tardo 1969 con il primo vero, solido, contratto di licenza Lucio Battisti e la sua Numero Uno, soci il paroliere Giulio Rapeti in arte Mogol e il produttore Alessio Colombini. Io, mentre la macchina dribblava i cornutoni romani e le loro scassatissime quattro ruote, ogni qualvolta superavamo l’edificio, allungavo l’orecchio per carpire un suono, uno che potesse in qualche modo essere sfuggito ai tecnici in camice bianco che avevo visto tante volte alle prese con manopole e cursori nelle scene lì dentro girate in colossi della filmografia mondiale come “Quando dico che ti amo” (1967) o “Il professor Matusa e i suoi hippies” (1968) o il mitico “Steasera mi Butto” (1969).
Ma il monolite di cemento e ferro non lasciava trapelare alcuna nota e io mi dovevo accontatare di tornare ad ascoltare la radio e consolarmi con “Per Voi Giovani”, un programma che snobbava i successi della R.C.A. ma che puntava forte su Lucio Battisti.
Battisti alla R.C.A. ci era arrivato solo per soldi ed il merito è da ascrivere tutto ad un fiorentino, Ennio Melis, presidente con mandato di direzione artistica dalle grandi qualità umane e professionali. Lucio a Roma non ci voleva proprio andare. Stava benissimo a Milano, ma un pò perchè la televisione si faceva a Roma, un pò perchè aveva chiaro il proprio percorso è un pò perchè un reatino a Milano – dice il proverbio- più di dieci anni non può resistere, appena il contratto con la Ricordi volse al termine, non esitò a rischiare nuovi rapporti e la frequentazione di persone sconosciute.
La sede della RCA di Roma era stata costruita su un terreno di proprietà del Vaticano che Melis ben conosceva; il ragioniere, infatti, lavorava alla segreteria del Vaticano quando, nel 1956, presentò a Papa Pio XII una proposta a cui sarebbe stato impossibile dire no. La scommessa di aprire una sede italiana del colosso discografico americano la si doveva infatti proprio a quel Papa che al termine della seconda guerra mondiale si trovava nella condizione di poter chiedere agli americani qualunque cosa. E fra un baratto e l’altro ci scappò anche questa “fabbrichetta” di dischi americana, ma con personale locale. Ma nel 1955 tutto sembrava languire e si stava pensando seriamente di mandare tutti a casa. Fu allora che il ragionier Ennio decide di offrirsi come commissario speciale e rilevare la gestione della RCA italiana. Tutto questo avvenne proprio un attimo prima che in America la casa madre non firmasse i contratti con Sam Cooke, Henry Belafonte e Elvis Presley.
La fortuna aiuta gli audaci, insomma!, no?

Quando Battisti arriva a Roma, la RCA ha già fatto cappotto. Ha sbancato tutti nei sessanta e ora punta alla qualità. Chi meglio di Lucio che unisce successi e classe? Ma il cantautore di Poggio Bustone e i suoi amici non sono proprio tipi simpatici. La prima cosa che il nostro fa è chiedere che venga costruito un eliporto appositamente per lui. E poi il campino di calcio che lo renderà simpatico a tutti gli operai che lavorano alle galvaniche e alle presse. Firmato il contratto monta a cavallo col suo amico Mogol (paga la casa discografica, naturalmente!) e parte per 15 giorni modello cowboy alla ricerca dell’ispirazione per il primo album che la RCA gli distribuirà. Il tutto documentato da un fotografo che ha l’esclusiva. I più cattivi affermano che i due non si allontanarono mai dalla zona di Roma Nord, ma questa è l’invidia, si sà!.

Lucio Battisti in studio fa le bizze.
Le due sale per registrare, la A e la B, sono le più belle d’Europa e sono state progettate dagli americani; la sala A inaugurata da Artur Rubinstein che vi registrò i “Notturni“ di Chopin, quella B – in contemporanea - con registrazione de “I Watussi” di Edoardo Vianello e i Flippers con il coro dei 4+4 di Alessandroni e l’orchestra diretta e arrangiata dal m°Morricone. Ma l’artista riccioluto non è contento e chiede che siano cambiate tutte le attrezzature della sala B (la sala A lo inibiva!), scatenando il malcontento tra i tecnici residenti. Solo Melis tiene testa a Lucio che pretende anche nuovi tecnici, gente giovane, e non i soliti senior in camice bianco. A sua insaputa (o forse no!) Battisti sovverte, insomma, tutti i metodi di lavorazione discografica in quel momento in uso in Italia, anticipando, in qualche modo, il modus operandi delle indipendenti. Alla RCA vengono assunti per la prima volta dei tecnici camuffati da free lance. L’artista sceglie fra questi un ventenne che si è appena fatto notare per la registrazione di “4 Marzo 1943” di Lucio Dalla: Gaetano Ria. Poi, dopo quanto descritto, una mattina Battisti si sveglia storto, chiama Melis e gli comunica che ha deciso di lasciar perdere gli studi romani per ripiega sulla Fonorama di Milano, in Via Barletta. Melis, nonostante gli scazzi con il consiglio di amministrazione della società, accetta ancora la sfida e dà l’ok a Lucio.
L’album che si va a registrare non ha ancora un nome, ma chi partecipò alle sedute le descrive come un inferno. Il m° Giampiero Reverberi che scrisse delle fantastiche parti per orchestra ne “La Canzone del Sole“ (Nov.1971) venne relegato al ruolo di semplice “auditore”, lui che aveva fino a quel giorno svolto funzioni di produttore di sala (si pensi a “Senza Orario, Senza Bandiera” dei New Trolls con i testi di Fabrizio De Andrè) mentre vennero richiamati alcuni musicisti di fiducia: a Simon Luca, Dario Baldan Bembo, Mario Lavezzi (del gruppo “Flora, Fauna & Cemento” prodotti da Battisti), Oscar Prudente e Tony Cicco, giovanissimo batterista de la “Formula Tre” (anch’essi della Numero Uno) si chiede di essere a disposizione ventiquattro ore al giorno. Nessuna deroga, nessun permesso concesso.
Al termine delle sedute - Battisti aveva intanto lavorato molto tempo da solo in studio, una cosa che diventerà normale negli anni a venire – che erano state dichiarate, fin dal primo giorno, off limits, vengono convocati per un “ascolto ufficiale“ in sala, il presidente Melis e Mogol, il paroliere e amico del cantautore al quale era stato però, intanto, vietato anche a lui l’accesso. Racconta Gaetano Ria “in studio l’atmosfera è fredda, tesa, innaturale. Parte la musica: Mogol, sigaro acceso, spaparanzato nel comodo divano in fondo alla regia, ascolta concentrato. Al termine della lettura del nastro nessuno osa parlare e Melis, da sottile mediatore quale è sempre stato, rivolgendosi a Mogol chiede: “Allora Giulio, che ne dici?... “. Mogol, stacca il toscano dalle labbra, sputa per terra il tabacco rimasto appiccicato ad esse e esclama senza staccare la testa dal pavimento” Lucio, bella cagata!”. Poi, si alza e se ne va, lasciando sul banco di regia un foglio con un testo scarabocchiato a mano. Lucio Battisti a quel punto, nell’imbarazzo generale, con calma metodica e senza far trasparire alcun sentimento si avvicina al registratore master Studer a 2 piste, svita il nastro appena ascoltato e lo srotola nel cestino della immondizia. Poi si volta e se ne va uscendo dalla parte opposta, ma dopo aver recuperato il foglio lasciato di Mogol. Il presidente Melis che ha intanto atteso che la scena si svolgesse, chiama a se il suo assistente, Grandis (anche lui fiorentino), e gli mormora nell’orecchio “Segna il titolo: umanamente uomo. Il sogno “. Poi anche lui esce di scena”.
Al tecnico non resterà che ricominciare tutto da capo. Solo il giorno dopo, però, come se niente fosse accaduto, Lucio Battisti torna in sala con i suoi musicisti e registra una nuova canzone, cantando le parole che Mogol aveva scarabocchiato, il giorno prima, su quel foglietto, titolo: “I Giardini di Marzo”. Poi, riassemblato l’album, e senza il consenso di nessuno, lo porta di persona a Roma e lo consegna alla segretaria di Melis. Infine scompare, rendendosi irreperibile per diverse settimane a venire.

Lucio Battisti è deceduto il 9 Settembre 1998.
La sede della RCA al km 12 del G.R.A. ha chiuso nel 1999. Adesso è un magazzino. Ennio Melis si è ritirato negli anni novanta e nel luglio 2003 ha presentato una proposta alla Rai per produrre un nuovo formato del festival di San Remo dedicato esclusivamente al prodotto di qualità. Gaetano Ria ha lavorato per Ernesto de Pascale mixand gli album da questo prodotto “Il Grande Ritmo dei Treni Neri” di Massimo Altomare e “Hypnodance” del gruppo omonimo.

Lucio Battisti – Umanamente Uomo: il sogno Dischi Numero Uno ZSLN 55 060 – distribuzione RCA, Aprile 1972

I Giardini di Marzo / Innocenti evasioni / ... E Panso a Te / Umanamante Uomo : Il sogno / Comunque Bella / Il Leone e la Gallina / Soganando e Risognando / Il Fuoco

Massimo Luca – chitarre
Eugenio Guaraia – chitarre
Angelo Salvador – basso
Tony Cicco – batteria e percussioni
Lucio Battisti – chitarre e pianoforti
Dario Baldan Bembo- organo e piano
Oscar Prudente, Mario Lavezzi, Tony Cicco, Babelle, Barbara e Sara – cori
Ed inoltre violini, viole,violoncelli e ocarina

Ascolto in regia e archi: Giampiero Reverberi
Tecnico del suono: Gaetano Ria
Foto di Caesar Monti
Produzione: Lucio Battisti


Ernesto De Pascale

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