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Class of ‘58

LONDRA. Al numero 90 di Wardour Street stanno lavorando. Dai lavori, si darebbe che hanno fretta di concludere tanta è l’attività che alacremente svolgono. Il piano terra dell’ edificio a tre piani è pieno di materiale edile e, guardando subito a sinistra, quella che dovrebbe essere l’estensione del groundfloor è completamente ridotta a magazzino. Risulta chiaro dalla trave orizzontale messa a sbarrare lo spazio delimitato fra il numero 88 e 92 della centralissima strada di SoHo, che ciò che hanno intenzione di costruire dovrà essere qualcosa di molto solido ben differente dal derelitto edificio a un solo piano che per anni ha resistito all’usura del tempo. Dopo una buona mezz’ora che sono qui a naso all’insù, fermo sul marciapiede opposto e mi par di sentirmi osservato. Infatti solo adesso mi accorgo che sono circondato da altre persone radunatesi qui. Come possono aver capito che ci faccio qui ? Chi glielo ha detto ?
La verità è, naturalmente, molto più semplice di qualsiasi mia fantasia. Alle mie spalle, al numero 87-89 di Wardour Street c’è uno dei pub più famosi della zona; quello che, una volta, nei sessanta si chiamava Jack of Clubs ed era il rifugio degli allnighters, ma anche delle tante rockstars che terminavano lì la loro serata in memorabili jam sessions. Ecco, insomma, il motivo del via vai!. Si ripete quindi la processione da un pub all’altro che continuerà per tutta la notte e che è tipica in questa zona, un rito che affonda le proprie radici nel passato e che una volta veniva ufficializzato dalla sigla del più celebre programma musicale della televisione inglese, Ready Steady Go!, il cui motto era the weekend starts here.


Io invece sono qui per pagare un tributo. Beh!, non proprio un tributo personale visto che riguarda molta altra gente. Un tributo a quei ragazzi e ragazze che hanno vissuto immersi nel sogno del blues - un genere così poco britannico, diciamolo - facendolo proprio e scardinandolo dalle radici nere dei suoi luoghi d’origine e che per venticinque anni, dal 1958 e al 1983 si sono dati appuntamento proprio qui, al numero 90 di Wardour Street, sede del Marquee Club.

Quaranta anni fa i nomi di richiamo erano John Mayall, sacro codificatore del blues locale che pochi anni prima due pazzi collezionisti/musicisti, Alexis Korner e Cyril Davies, si erano letteralmente inventati di sana pianta nel retro bottega di un negozio di jazz in fondo a Portobello Road, oltre Blenhaim Crescent, Dobell’s, dove se non eri del giro quando entravi ti guardavano storto. 40 anni fa su questi marciapiedi c’erano i Mods, e dentro il locale gli Who, gli Yardbirds con il biondino Keith Relf ancora speranzoso di bruciare sul filo gli Stones dell’unico Stones che all’epoca contava, Brian Jones, mentre in un angolo, con la stessa classe di oggi un giovanissimo Eric Clapton si accendeva un’altra Lucky Strike. “Hey man!

Ascolta come si suona il blues e metti su “Five Live Yardbirds”- registrato proprio al Marquee con i cavi che erano stati tesi sulla testa dei passanti per il baccano che c’era dietro il palco- e poi dimmi se non pagheresti per essere chiamato anche tu “Manolenta”?” E così, come quei ragazzi di allora codificarono il blues solo per far ballare i rampolli di buona famiglia in città per il fine settimana provenienti dalle migliori periferie londinesi, io oggi mi ripercorro questa meravigliosa avventura di note, suoni, colori, parole e tutto il resto, un’avventura che sarebbe durata pochi anni, quanti però ne bastarono per essere tramandata fino ad oggi, una avventura riscoperta prepotentemente proprio qui a Londra dove negozi, concerti, locali, radio e televisione parlano ancora di celebrazioni, riunioni, speciali e documentari sul blues inglese; come restarne fuori ?

Ma a vedere il Marquee smantellato e sapere che al posto suo sta per nascere un ristorante, Mezzo’s, mi viene tristezza e decido quindi di continuare questo percorso nei luoghi del blues inglese dirigendomi verso la periferia. Così, senza esitare mi infilo nella subway e monto al volo sul primo treno per Ealing Broadway.
Sul treno per Ealing non trovi gente speciale. I vagoni si spingono fuori dai tunnel ceramicati vecchi cent’anni che caratterizzano le busstop sulla cartina multi colorata dell’underground londinese, verso un suburbio non certo esaltante; vetuste case basse color marrone ( forse una volta rosse) costruite ai tempi della regina Vittoria si sorreggono a vicenda, qualche bidonville, una scuola. Superiamo un concessionario di macchine, poi un ponte, mentre all’orizzonte vedo sbucar fuori la stazione di White City.
A White City si trova lo stadio di Higbury, quello dove gioca l’ Arsenal . La struttura, dei primi del secolo, tutta in ferro, è celebre per due diverse, curiose, storie che in qualche modo ci riguardano: nel 1934 la Nazionale Italiana di calcio perse 2 a 3 ma lasciò il campo da gioco in mezzo agli onori ufficiali decretati a noi degli inglesi perchè riuscimmo a recuperare nel secondo tempo con 2 gol di Meazza una sconfitta che si prospettava come un vero cappotto. Fu in quell’occasione che la nostra lega calcio scoprì il talento di Ferraris IV, un mezzo matto che dopo l’attività professionale avrebbe fatto il barman, il croupier e l’allibratore e che sarebbe morto sul campo nel bel mezzo di una partita di vecchie glorie. E fu in quella stessa occasione che il nostro Nicolò Carosio, radiocronista principe del ventennio, pronunciò alla radio per la prima volta il suo celebre “Quasi Gol!”. Molti anni dopo invece, se non ricordo male era l’agosto 1973, sempre qui, allo stadio di Higbury, White City, sulla strada ferrata per Ealing Broadway, si tenne un celebre concerto degli Who e dei Kinks dei fratelli Dave e Ray, quest’ultimo scappato dall’ospedale poche ore prima. Vennero a prenderlo con la barella ma lui cominciò a fuggire su e giù per lo stadio e si nascose tra il pubblico. Ma Ray è di sana e robusta costituzione e – Dio lo benedica! – non molla ancora. Anche questo è il blues, dopotutto, no?
Mentre il treno continua la sua corsa verso Ealing Broadway, mi tornano intanto in mente luoghi già visti su questa linea, per esempio mi sembrava di ricordare che dal trenino una volta si intravedesse anche il cinodromo del quartiere ma evidentemente devo essermelo sognato.
Ealing, capolinea della linea rossa metropolitana londinese, è un quartiere accogliente: la stazioncina è identica a come la ho lasciata quando ci venni ad abitare nel settembre 1973. Era un pò che ci volevo tornare. C’è anche l’ alimentari appena usciti dalla ferrovia dove acquistai per la prima volta una lattina di Shandy, una porcheria che quando la bevi giuri non volerne più. Infatti, vomitai. Ealing, si potrebbe definire un quartiere residenziale ma il termine è forse improprio. La gente vive in una propria dimensione, con le strutture commerciali che si alternano diligentemente a strade con villette tutte uguali a due piani. In una di quelle ho abitato quando ancora non sapevo che Ealing Broadway aveva avuto un ruolo importante nel blues inglese. Adesso che giro per il quartiere continuo a riflettere: certo che questi ragazzi del 1958 ne dovevano aver avuta di tenacia!…Avevano capito, cioè, che per arrivare nel cuore della notte londinese e conquistarla a pieno diritto sarebbero dovuti entrare dalla porta di servizio, aggirando i pub, le taverne e i club del centro città prima di puntare sul nascente Marquee o sull’allora già di moda 100 Club a Oxford Street. C’era insomma bisogno di creare un pò di hype in periferia. Perchè, allora, non proprio a Ealing Broadway? Ecco allora che Alexis Korner e Cyril Davies, i due tipi tenaci del retrobottega, si trovarono d’accordo sul cercare qualche di spazio periferico con una certa risonanza, fuori mano ma accessibile a tutti magari col trenino. Ed Ealing, con il suo quieto vivere tranquillo e benevolo avrebbe accettato e bene accolto la piccola comunità blues dal fare intellettuale, quel manipolo di puristi pronti a litigare sulla presunta data di nascita di Leadbelly piuttosto che per una bionda!. Giovani del 1958 che avevano bisogno di una cave e una birra e ai quali bastavano i blues semi acustici dei Alex e Cyril, giovani pronti a sognare di essere in un juke joint del Mississippi invece che alle porte di Londra, giovani pronti a essere rispediti indietro mezzi ciucchi sull’ultimo treno per chissà dove.
Girando oggi per il quartiere sia ha l’impressione che il passato non sia del tutto passato; sulla strada principale poco più in alto delle insegne ancora svettano, pitturate con pitture indelebili, insegne di vecchie ditte e negozi che non son più da decenni: e tra la gente noti giovani e meno giovani non così variegati come Londra di solito abitua, come se la comunità locale fosse il risultato di qualche inter razza locale. Sì, qui il blues deve aver attaccato proprio bene all’epoca, penso mentre vago a testa in su per il quartiere e mi complimento con Alex e Cyril per l’intuizione, lo zelo, l’idea. E la tenacia, naturalmente.
Così, mentre la voce si diffondeva, il treno per Ealing delle 5.15 si riempiva di giovani musicisti, oltre che di pendolari. Un biondo scozzese tarchiatello portava appresso un pesante contrabbasso, un serioso intellettuale un suo sax, un giovane hipster i tamburi, un biondino con un figlio già a carico due chitarre e una armonica . I nomi nell’ordine ? Jack Bruce, Dick Heckstall Smith, Charlie Watts, Brian Jones. Nasceva così la Blues Incorporated, la prima vera band del cosiddetto Blues inglese. Per Korner e Davies, due ai quali bastò poco troppo presto, il più era stato fatto e la loro soddisfazione di bluesfan – prima ancora che musicisti - raggiunta. Ci avrebbe pensato il diciannovenne Andrew Loog Oldham a traghettare dal regno dei puristi a quello dei teenagers del centro i sogni blues dei due( ma estromettendoli!) e tramutare il piacere di un hobby musicale in una vera e propria crociata organizzata che presto sarebbe diventata la più moderna industria del divertimento con l’innesto di due giovanotti di Richmond, Mick Jagger e Keith Richard che, senza pensarci due volte su avrebbero dato al loro gruppo il nome di una canzone di Muddy Waters, Rolling Stones. Il resto, come siamo soliti dire dire, è storia e buona parte sarebbe stata scritta tra le mura del numero 90 a Wardour street.





Ernesto De Pascale

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