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Betty Curtis - Roberta Corti (Milano, 21 marzo 1936 - Lecco, 15 giugno 2006)
Betty Curtis e il juke box
(Brevi appunti su un periodo di passaggio)

La recente scomparsa di Betty Curtis riporta alla memoria il periodo in cui la musica italiana cominciò faticosamente ad affrancarsi dalla melodia strappalacrime e dai testi che raccontavano prevalentemente di amori tragici, mamme bianche, binari, vecchi scarponi e così via.
Insieme al ricordo dell’artista, questo vuole essere un flash su alcuni aspetti di quegli anni, senza pretese esaustive, dato che occorrerebbero libri e libri solo per narrarne gli avvenimenti principali.
L’Inghilterra se ne stava buona in attesa di dire la sua e, fin dall’immediato dopoguerra, le orecchie dell’appassionato italiano che musicalmente desiderava aggiornarsi stavano costantemente sintonizzate verso l’America del nord.
Già con l’arrivo dei V-disc infatti ci si era resi conto che, oltre a suonare, si poteva anche cantare in modo diverso da Carlo Buti o da Rino Salviati e spuntarono nel nostro paese epigoni di Bing Crosby e di Frank Sinatra, alcuni solo volonterosi, altri dotati di buon approccio e di giusta musicalità: Alberto Rabagliati con il suo ingenuo swing alla milanese, Ernesto Bonino con finezza e buon gusto, Natalino Otto con grande aderenza al genere proposto, Paolo Bacilieri, Ray Martino, sono alcuni degli artisti che fecero da ponte per traghettare la musica su lidi più evoluti.
Ma la spallata definitiva, quella che travolse ogni residua resistenza e conquistò immediatamente e senza riserve il pubblico giovane, venne dal rock che, a dire il vero, covava già da tempo, nascosto in certa musica country e nel r’n’b primigenio, aspettando il momento, le canzoni, i produttori e gli interpreti giusti per uscire allo scoperto.
Questo avvenne, se non erro, intorno al 1956, quando Bill Haley incise “Rock around the clock” e i Platters “Only you”, due successi planetari che fecero da traino a tutto quello che venne dopo, Elvis compreso.
Ricordo che ascoltai per la prima volta questi due brani andando a vedere un film un po’ sciocco che si intitolava “Senza tregua il rock’n’roll” e quando uscii dalla sala ero così scioccato da sentirmi come uno che aveva avuto un’esperienza mistica, una rivelazione.
La radio infatti (una sola, a quell’epoca) ci propinava perlopiù le orchestre di Angelini, Fragna, Galassini e compagnia, buone dal punto di vista musicale ma inevitabilmente e inesorabilmente legate a schemi tradizionali che non permettevano, forse anche per ordini superiori, di uscire dal seminato e i cantanti non erano da meno: Nilla Pizzi, Gino Latilla, Claudio Villa, Carla Boni, Achille Togliani e altri, bravi ma anche loro stretti osservanti dell’ortodossia melodica.
A dire il vero qualche eccezione c’era: ricordo, a braccio, i rari momenti godibili per merito di Renato Carosone, “Il discobolo” di Vittorio Zivelli (una novità al giorno), “Ballate con noi” (rubrica pomeridiana con musiche internazionali), poca roba tuttavia di fronte alla programmazione di un intero giorno.
La radio rimase il mezzo più potente per diffondere la musica fino a quando arrivò il juke box, una scatola dalla quale, inserendo una moneta o un gettone, si poteva ascoltare il disco preferito: un bel passo avanti se pensiamo che con la radio bisognava invece subire, sperando di potere prima o poi ascoltare qualcosa di decente.
In breve tempo l’apparecchio si diffuse su tutto il territorio nazionale e negli anni a cavallo fra i ’50 e i ’60 per un bar era obbligatorio avere un juke box e almeno un flipper, pena il declassamento a ritrovo per “matusa”, come allora venivano definite le persone dai trenta in su.
Il verbo gettonare ancora oggi indica qualcosa di gradito o di molto richiesto e ci arriva giustappunto dall’atto di inserire la moneta o il gettone nella macchina per ascoltare il disco preferito e, siccome ogni medaglia ha il suo rovescio, erano cavoli amari per chi capitava in un bar nel momento in cui c’era qualcuno afflitto da pene d’amore che, masochisticamente, faceva suonare cinque, sei, dieci volte la stessa canzone che gli ricordava i bei momenti perduti: si finiva per odiare quel pezzo, per bello che fosse.
Betty Curtis ebbe il suo momento di maggior fulgore proprio durante il periodo d’oro del juke box e, insieme a lei, si fecero largo altri cantanti che, per dire quanto anche buona parte dei giornalisti di settore fosse ancora al palo, vennero con sufficienza definiti urlatori, parola che poi attenuò il suo significato negativo e servì per riconoscere un modo di cantare.
Molti di questi interpreti, per essere à la page, adottarono un nome americanizzato, a volte inventato di sana pianta.
La stessa Betty Curtis si chiamava in realtà Roberta Corti e fra i suoi colleghi di allora citiamo Tony Dallara (Antonio Lardera), Bobby Solo (Roberto Satti), Litte Tony (Antonio Ciacci), Don Backy (Aldo Caponi), Jimmy Fontana (Enrico Sbricioli) e così via.
Anche i gruppi si sbizzarrirono con nomi di grande fantasia ma non è questa la sede per ricordarli.
Uno che invece mantenne nome e cognome come mamma glieli aveva dati fu Adriano Celentano che, ciò nonostante, si rivelò poi uno dei migliori e dei più artisticamente longevi.
Nel ’57, mentre le classifiche di vendita nostrane presentavano ancora titoli del tipo “Le trote blu”, “Il pericolo numero uno”, “Usignolo” o “Casetta in Canadà”, dagli USA arrivavano e sbancavano il mercato i predetti “Only you” e “Rock around the clock”, in compagnia di “Be-bop-a-lu-la” e “Blue suede shoes”. Unica eccezione locale, Renato Carosone che calava due assi pesanti con “Torero” e, scusate se è poco, “Tu vuò fa’ l’americano”, perfetto connubio fra Napoli e il rock.
Nel ’58 Betty Curtis si rivelò portabandiera della new way of music portando al successo “With all my heart”, cantata anche in italiano (“Con tutto il cuore”).
Nel frattempo, anche altri interpreti vennero alla ribalta, dimostrando di avere imparato la lezione che arrivava da oltreoceano.
Mentre esplodevano “Diana”, “Passion flower”, “Little darling” e “Jailhouse rock”, Tony Dallara si impose con “Come prima” e “Ti dirò”, prime canzoni italiane con l’urletto.
“Ti dirò” era un vecchio pezzo di Giovanni D’Anzi rivisitato a terzine che, meraviglia, si adattava perfettamente al genere perché aveva la stessa sequenza armonica di “Only you” (il maestro milanese aveva dunque precorso i tempi!).
I momenti erano maturi e nello stesso anno piazzò due hit anche Fred Buscaglione (artista mai valorizzato abbastanza) con “Buonasera signorina” e “Non partir”, altra vecchia canzone di Giovanni D’Anzi riproposta a ritmo terzinato.
Nel ’59 si presentarono Adriano Celentano con “Il tuo bacio è come un rock” e Mina con “Tintarella di luna”, mentre dall’America irrompeva il futuro genius con “What’d I say”.
La melodia all’antica arrancava e perdeva colpi, mentre i figli cominciavano a vincere la loro battaglia con i genitori, che si trovarono in condizione di smollare qualche piccola concessione: le chiavi di casa, l’orario prolungato del rientro notturno, la macchina di papà (possibilmente con sedile ribaltabile) per portare fuori la ragazza il sabato.
Il resto venne di conseguenza e, giova ripeterlo, una parte importante nell’evoluzione dei gusti musicali la ebbe anche il juke box, dispensatore di emozioni a richiesta che, a suo modo, contribuì a svecchiare anche l’impostazione dei programmi radiofonici, costretti loro malgrado ad adeguarsi ai gusti dei giovani che oramai avevano dimostrato di contare anche in termini economici.
Poi, dopo qualche assaggio andato a segno, nei primi anni ’60 si svegliò in modo clamoroso l’Inghilterra con “Please please me” dei Beatles, mentre in America iniziava la sua ascesa un certo Bob Dylan che si diceva stesse rivoluzionando la concezione del country.
Da qui i capelloni e, nel ’68, la contestazione.
Ma questa è un’altra storia.
Rinaldo Prandoni
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