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Report da Brighton: La nuova onda inglese

C’è una nuova onda che attraversa la Gran Bretagna, è un’onda leggera, sottile, un ritorno indietro a tempi più pionieristici e gloriosi, all’epoca del cantautorato eletto ed eleggibile dei tardi anni sessanta. C’è un onda di chitarre acustiche e suoni pastosi e riconoscibili, suoni sicuri come il Rye sorseggiato accanto al fuoco, come i prati verdi che vedi scorrere veloci a fianco al treno che ti porta fuori città.

Nessuno chiama questa onda alternative country,come fanno in America, e il fatto che a Helter Skelter, il più importante negozio d’Europa specializzato in libri musicali (www.helter-skelter.co.uk),la rivista statunitense “No Depression” capeggi in bella mostra fra le nuove biografie dedicate a Bert Jansch, a quelle all’amicizia fra Dylan, Joan Baez e la famiglia Farina la dice lunga su come loro, trendsetter per eccellenza tra i giornalisti britannici, vedano qualcosa di speciale in questo “going back to the countryside”.

Amche io decido di “go back to the countryside” ma-country side per countryside-devio verso Sud e vado a Brighton. Ho bisogno di ritrovare il mod che c’è in me, di urlare alle onde, che si infrangono contro gli ultimi due pavillion eretti sul mare del canale della Manica portate da un vento a sessanta miglia all’ora, qualcosa di indefinito.



Brighton. Domenica mattina. A casa di Susan e Joe si ascolta Zero 7 e capisci lì quanto questa musica sia arredo domestico.Poi lo capisci meglio quando Joe ci suona immediatamente dopo un vecchio vinile dei Kraftwerk.Poi la musica cambia ancora e si passa a Mozart , concerto per clarinetto. Tutto scorre con incredibile sobrietà.Hanno entrambi 42 anni,lui durante la settimana torna a casa dopo le 20, lei dopo le 22. 40 minuti di treno ogni giorno ma per loro-affermano-“il week end è come una vera vacanza!”.

La gente è carica la domenica mattina, carica della sra prima, del passaggio in prima divisione del Brighton & Hove( solo un ano prima in terza divisione…), carica di una scena da ballo che portò 35000 anime sulla spiaggia la scorsa estate per un dj set di Moby terminato con tanto di fuochi d'artificio. Non vi è niente di miserabile nelle loro vite, e dopo una settimana In The City, ogni week end è un pò vacanza.Chi può viene a vivere qui; l’ultimo della lista è Nick Cave. I ragazzi di un negozio di dischi ben fornito che si chiama “rounder Records”mi raccontano meglio la scena locale e mi parlano orgogliosi della ultima meraviglia locale, The Electric Soft Parade, di un loro precedente precedente progetto, dal nome curioso e indecifrabile. Mi spiegano che non è difficile sognare da queste parti e che il sogno/ segno elettro acustico del duo che paga un doveroso tributo al passato della musica è il frutto di commistioni antiche. Qui, aggiungono, sulla costa, specificano, si produce la musica migliore d’Inghilterra da anni. E’ un ritorno alle origini, sintetizzano.

Un ritorno non dissimile a quello evvenuto nei tardissimi sessanta quando band destinate a diventare molto influenti come i Traffic di Winwood, Capaldi, Mason e Wood, o minori come i Bronco di Robbie Blunt, gli Head, Heands & Feet di Albert Lee, i primissimi Mott The Hoople di Ian Hunter e Mick Ralphs, ubriachi di amore per Dylan, apparvero sulle scene allontanandosi dal rock invadente o dall’idea dei primi supergruppi per preferire atmosfere più intime.

Erano gli anni in cui,giovanissimo, Nick Lowe trasformava i suoi Kippington Lodge in Brinsley Schwartz sancendo così la nascita del rock da suonare nei pub, tra una pinta, un bash e un wisker. Gli anni in cui Portobello Road era il centro del movimento, un’epoca in cui una casa discografica poteva agire da un solo tavolo, dove era possibile acquistare da un vent’enne di nome Richard Branson sottobanco(ma nemmeno troppo) il doppio vinile “Great White Wonder”di Bob Dylan, simulacro dell’arte della pirateria discografica

Esisteva un primo movimento folk elettrico inglese e non era poi così lontano dal rock americano dei Byrds.

Il progressive,i protagonisti ci hanno raccontato,cresceva ispirandosi al cantautorato d’oltreoceano pur senza che nessuno se ne acorgesse mai.Un’epoca strana, indecifrabile, il primo frazionamento della creatività britannica, la nascita di una nuova onda e di una invasione che farà restare gli yankees a bocca aperta davanti a nomi come Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull,Nice e molti altri ancora

Tutto questo accade secondo uno stile tutto inglese delle cose, uno stile per una volta meno lieve del solito, c’era un pò di concitazione nell’aria viene da pensare mentre passeggio per una Portobello Road 2002 rinnovata, vittoriana e splendida.

Oggi qualcuno ci riprova perchè tenere in vita certi momenti è anche un dovere storico.

Ecco allora che la Universal ristampa le session alla BBC dei primi Fairport Convention e lo stupendo “Liege & Leif” con indediti e bonus sotto la supervisione del produttore originale Joe Boyd, un americano che nel 1966 accese la miccia di una nuova scena. Ed ecco nelle edicole svettare il più recente numero del trimestrale Mojo Collection che dedica un lungo articolo al talento troppo a lungo nascosto di Shirley Collins e uno non meno bello ai Byrds ultima stagione, firmato dal musicista americano trapiantato a Londra, Sid Griffin, il cui ultimo album, un tributo a Chris Hillman, è un manifesto di raffinetezza e stile fuori dal tempo (www.sidgriffin.com). Sid mi confessa che Londra è un luogo difficile per un”dixie boy”del Kentucky come lui, abituato al sole, al basket, al barbecue nelle backyard delle mansion americane. Ma l’amore lo ha portato qui – sua moglie è la bravissima musicista Kate St.John, una volta con I “Dream Academy”, poi con Van “The Man”Morrison- e lui si impegna in una crociata per la buona musica che attualmente lo vede anche impegnato nella produzione di un documentario televisivo su uno dei suoi grandi idoli, lo scomparso (e oggi fortemente più che mai artista di riferimento per la nuova onda britannica) Gram Parsons, ideatore della Great American Cosmic Music, il padre fondatore dei Flying Burrito Brothers, il talent scout di Emmylou Harris.

Questi sono segni di qualcosa che lega il prima al poi senza forzature.



A Finsbury park, in una giornata primaverile afflitta da troppa pioggia,mentre mi reco alla sede di una rampante nuova testata,per il momento solo in internet, www.rockbackspages.com , mi imbatto nel negozio della Topic, 50 anni di musica tradizionale borderline che ancora respira, e sembra di entrare in una macchina del tempo. Barney Hoskyns,un fan della buona musica prima che un affermato giornalista,è a capo di questa avventura; Barney dirige da un pò anche una collana libraria monografica,”Mojo books”. e mi dice modestamente ”il nostro scopo è tenere in vita la memoria della scrittura legata alla musica. Non vogliamo fare antologie di nuovi o vecchi scrittori- aggiunge riferendosi al più recente numero di “Granta”(l’equivalente del nostro “Panta” voluto a suo tempo da Pier Vittorio Tondelli) e tutto dedicato alla musica- ma solo creare un database che si integri con il passare del tempo”. Per Hoskyns, 43 anni ben portati, “ I giornalisti musicali dell’ultima generazione ingrandiscono le nuove tendenze e creano un hype pari solo al loro smisurato ego”.

Quello che afferma Barney mi è confermato, con le dovute proporzioni, la sera dopo quando nella bella bomboniera dello Shepard Bush Empire la più letta rivista mensile musicale, Q, organizza – e lo farà per una settimana intera- showcase di nuovi talenti. Capito in una serata particolarmente fortunata. Vedo sfilare sul parco una promettente cantautrice, Gemma Hayes, con un singolo e un album all’attivo, l’americano Josh Rouse che non si risparmia e convince più del suo nuovo album su Rykodisc,” Under Cold Blue Stars”, il talentuoso Ben Christopher che si ingegna in un set solitario dove solo il timbro buckleiano è un limite,i freschi e pimpanti Mull Historical Society in versione acustica che secondo i miei primi appunti potrebbero avere presto un hit single in classifica e l’emotivissimo e motivatissimo set di Tom McRae, dal Dorset, che lascia tutti convinti col suo set una spanna sopra il resto.

Hoskyns dice bene quando parla di hype ma questa sera con tutta questa bella e vasta scelta era difficile dire come stanno davvero le cose nel retro palco e nei piani alti della discografia. Certo è che Q, dopo una proposta non dissimile del New Musical Express con showacse e supporto, non poteva rimanere a bocca asciutta anche se la cadenza mensile può essere un limite,vista la velocità di proposte in giro.Questa sera allo Shepard Bush Empire si è ascoltata della buona musica per un pubblico dal target, sostanzialmente, giovane; ma l’attenzione, l’abitudine e il rispetto visti in sala sono ben altra cosa dal disinteresse e dal distacco di certo pubblico di casa nostra. E parte di ciò che ho ascoltato stasera non era poi nè nuovo nè moderno, in fin dei conti!

Insomma, anche se lo sapevamo, qui certe cose possono ancora succedere come nel caso della romana Emma Tricca, una folksinger in tutto e per tutto che dopo 5 anni di duro lavoro, inizia adesso a raccogliere i primi frutti del suo lavoro con un bel disco autoprodotto, “Gypsies & Red Chains” che inizia a vivere di buone recensioni. Emma è ansiosa, mi attende nervosa alla Tower Records di Camden Town , mentre intorno tutto è più turistico anche solo 2 anni dopo l’ultimo mio passaggio in questa zona della città. Emma pensa a suonare ma capisce che il merito di tanti altri intorno a lei è essersi costruiti il proprio hype secondo uno stile lanciato da Andrew Loog Oldham 40 anni fa e seguto da numerosi Svengali e managers che hanno fatto storia per la loro capacità di inventare clamore.Dal suo sito www.emmatricca.com si può risalire a luoghi cari a nuovi artisti come il Borderline (www.borderline.co.uk) o il 12 bar blues club (www.12barbluesclub.co.uk) ricavato dal basement di un edificio del 1635 proprio davanti al negozio Helter Skelter,nella centralissima Denmark Street, la via degli editori, una traversa di Tottenham Court Road.



In questa città che altrove potrebbe sembrare una gran confusione sotto lo stesso cielo qui prende il senso di avvicendamento.Prendete certi luoghi, per esempio: la sede di Helter Skelter era il luogo dove giovanissimi gli Stones incisero le loro prime quattro tracce di musica fermata su nastro (si chiamavano Olympic Studios). Poco più in là nel cuore di Soho, attraversata la bella Soho Square- dove ha sede la Mpl, la società di produzione di Paul mcCartney- nella vicina Wardour Street dove una volta c’era lo storico Marquee Club adesso troverete un ristorante alla moda, Mezzo, ma tutti sanno che se non dovesse durare, lì tornerà a capeggiare la musica, qualsiasi musica. E mentre sento I bassi pompare da una macchina mi accorgo che dall’altra parte della strada, sempre Wardour street, per il jet set, al riparo dal pubblico esigente ma chiassoso del Marquee Club, c’era pur sempre l’esclusivo Bag o’Nails dove nascevano e morivano gruppi e dove ogni eccesso era permesso.

Joe Boyd, mi diceva stamani Joe Black della Universal music, è tornato in città dopo qualche anno a New York, al fianco del suo vecchio compagno di scorribande, Chris Blackwell, già inventore della Island, poi padrone di casa a Polygram,infine ideatore di Palm Pictures.Quest’ultima aveva acquisito la Rykodisc, di cui Boyd era a capo in U.K. ma , con la scommessa andata male della musica latina e centro americana- a causa del poker d’assi di un altra compagnia inglese, la World Circuit, capace di assicurarsi i diritti mondiali di “Buena Vista Social Club” mentre in casa Ryko si puntava su “Cubanismo”-il nuovo proprietario Blackwell aveva richiamato al dovere Boyd e lo aveva fatto “esiliare” nella sua, dopotutto, terra d’origine per una lunga serie, si dice, di serate a base di whiskey d’annata. Blackwell, troppo ricco per diventare povero, troppo annoiato per fare ancora il discografico, troppo ambizioso per smettere, cercava, forse, in Boyd lo sparring partner di una volta, quello che con la piccola e rampante Witchcraft production portò a Blackwell fior fior d’artisti, rendendolo subito ricco, famoso,autorevole. Ma a New York City i due si erano trovati soli,impegnati a non annoiarsi e a spolverare scheletri dall’armadio così che Boyd, fatte le valigie e salutato Chris ,decise di tornare in città. Per riprendere i progetti lasciati aperti , per scoprire che il suo nome era ancora una volta di tutti, per riscoprirsi ancora uomo per tutte le stagioni,giusto al momento giusto. Così ritrovarsi sui giornali con queste belle ristampe è stato questione di un attimo.

Adesso Boyd è lì, nel suo ufficio che aspetta: qualcuno dice che aspetterà a lungo perchè la sua generazione ha perso. Ma il suo ritorno in città corrisponde,guarda un po’!, al ritorno di quel suono pastoso e riconoscibile, di quel suono sicuro che lo caratterizzò allora. Allora viene da pensare che la sua generazione non ha perso ma ha vinto.



È tardi,adesso.

Fuori in Piccadilly Circus i displays luminosi pubblicizzano i nuovi dischi di Moby, il nuovo Dj Shadow, un album dai toni morbidi, Time Out sbatte Tom Waits in copertina, non certo un local boy!, I Doves al primo giorno sono già in testa alle classifiche ma anche per loro lo hype di essere i nuovi Radiohead potrebbe tramutarsi in un boomerang mentre la frangia ultra rock della critica incensa i newyorchesi Mooney Suzuki e quella alternativa “indie” parla bene di “Troubled Mind”di The Buff Medways(etichetta transcopic). Mi si fa ascoltare un certo Joseph Malik che mischia soul, elettronica, musica acustica in belle canzoni. Cerco il suo disco ma non lo trovo. Joe Black me lo ordina a Edimburgo dal suo amico Professor Plastic (Professor Plastic’s vynil frontier, 15a West Richmond Street,Edimburgh, EH8 9EF.Scotland). Lo avrò in due giorni, mi dice Joe. Promessa mantenuta!


A Tower Records verso la mezzanotte risuona forte il gran bel ritorno di Elvis Costello con “When I Was Cruel”, un album composto la scorsa estate nel Chianti.Suoni sicuri, canzoni riconoscibili, corpo musicale pastoso, maturo.Come il buon vino.Musica elettrica, acustica, suonata col cuore. Come una volta Come molta di quella che ho ascoltato in questo viaggio.

Il cerchio si chiude. Io torno indietro.



Ernesto de Pascale,Firenze 3.5/02

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