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Che musica vendiamo
I retroscena del più grande affare natalizio del 2004

Francesca ed Isabel sono due bellissime bambine italo americane di sette anni. Sono bionde e sorridenti e amano la musica; Francesca va pazza per Joss Stone, Isabel per Avril Lavigne. Entrambe non hanno la più pallida idea di cosa sia un cd nè un lettore. Bensì conoscono benissimo un oggettino, tutto bianco, non più grande di un pacchetto di sigarette nel cui centro spicca un rotore che fa tutto: raccoglie la tua rubrica personale, prende appuntamenti per te, ma soprattutto è un immenso archivio di canzoni che lui poi ordina secondo le tue personali richieste.

Il padre, il mio amico Gregg, ex dj, appassionato sin da tempi non sospetti di computer, non esitò infatti, circa un anno e mezzo fa, ad acquistare l’oggetto in questione che - oggi, a detta di tutti - è destinato a cambiare il modo di ascoltare e fare musica. Questo piccolo oggetto bianco( ma puoi sceglierlo fra vari colori) può “storare“ almeno 40.000 brani; li puoi trasferire dalla tua discoteca o - gli ideatori dell’oggetto auspicano - puoi scaricare brani a pagamento ma da un solo sito. Da allora per Gregg è iniziata una lunga odissea non conclusa : non solo non è riuscito a trasferire sul piccolo/grande contenitore digitale tutti i suoi dischi ma - a diciotto mesi di distanza dall’acquisto - ha scoperto di aver speso una fortuna in stronzate.

Gregg ha infatti copiato “sei diventata nera“ “perché ascoltata una volta a Gabicce Mare nel 1984, “Back in Black“ degli Ac/Dc, una band che odia ( ! ) e l’intero “Black album” di Prince poiché lui va per assonanze di titoli come ha imparato alla radio del college dove trasmetteva, e centinaia di canzoni che le due bimbe hanno visto cantare in televisione da - per loro - emeriti sconosciuti nel programma “Yo!MTV Rap “ (l’unico che guardano insieme a “cartoon network”) quest’ ultime canzoni tutta roba che per Gregg, uno cresciuto con i sound system di Afrika Bamabataa nel quartiere del Queens nel 1978, è solo “fuffa“.

Gregg, che è un ebreo americano, non mi confesserà mai che ha preso una sòla ma io capisco che sta prosciugando mese dopo mese la sua American Express Platinum e che oramai è un addicted, ma tant’è!.

Se ciò non bastasse lo vedo da qualche giorno armeggiare intorno al feticcio bianco per vederlo oggi ricomparirmi davanti con delle nuove cuffie, non quelle in dotazione all’oggetto. L’amico ex dj mi dice, con tono indignato, che secondo lui è andata persa “l’originalità iniziale” e che questa svolta mainstream - l’invasione che prevede una vendita di un milione di questi oggetti per il prossimo Natale - lo “disgusta”. Afferma infatti che non c’è più quella cultural superiority che lo aveva convinto ad acquistare il feticcio alla sua prima uscita, quasi due anni fa.

Mi confessa però, con tono piuttosto con tono cospiratorio e, in fin dei conti, felice, che, dall’avvento dell’ oggettino a oggi, ha potuto scaricare moltissimi pezzi oscuri di blues e b-side raririssime a solo un dollaro evitando salassi alle aste di dischi rari ( che continua a frequentare…).
Ciò che dice è vero e me lo conferma Mr. Marshall Chess delle edizioni Arc che mi confessa di certe canzoni oscure del catalogo della sua famiglia ( 50.000 titoli ) che hanno guadagnato qualche soldo quest’anno per la prima volta in cinquanta grazie a questa nuova utilizzazione elettronica.
Tutto ok, quindi, per i vecchi blues lovers ma con una differenza non secondaria: che uno guadagna e l’altro spende. Vi pare poco?

Quel che più però mi colpisce è che Gregg con la sua affermazione lascia quindi presupporre un ampia, nuova, conversione del mercato della musica verso altre prospettive: d’ora in avanti – per fortuna ! – conterà solo ciò che è veramente valido, quella che una volta si chiamava “buona musica”, ve la ricordate ?, e il successo tornerà a essere solo il participio passato del verbo accadere?
Nella logica della proprietà di un oggetto del genere, conterà di più la ricerca, la capacità di saper “pescare “ nel mucchio la stranezza ( gli americani la chiamano “Misses” ), per cui, più grande il mucchio più ci sarà da “pescare “ ?

Ipotesi affascinante.

Andiamo più a fondo.

Una recente indagine della Crush Music Media Management ha riscontrato una discrepanza fra il costo di “acquisizione” tramite sito esclusivo dedicato e reale valore della musica. Il prezzo è attualmente fissato a 99 centesimi di dollari (più avanti tratteremo l’Italia) ma, per onore di esattezza, dovrebbe essere di 79 centesimi ( il calcolo può essere consultato sulla tabella a pag 176 della rivista americana Wired, numero di Ottobre 2004 ).

Ciò che è accaduto è semplice : le case discografiche “major “, già in ginocchio, per mantenere una certa fetta di mercato – mercato che sanno già di perdere con la diffusione globale dell’oggetto in questione – chiedono ai padroni del brevetto dell’oggetto di vendere i brani un costo più alto per lasciare loro il mercato cosiddetto AO ( Album Oriented, quei bischeri che come noi, insomma, non rinuncerebbero per niente al mondo di comprarsi un disco con il suo bel packaging rifinito e più è complesso, più noi godiamo! ).

Proposta accettata ma in cambio di cosa ? in cambio di fornire a prezzi stracciati a loro tutto il “ mucchio “. L’azienda che offre di farti scaricare un brano fra i milioni che ha in gestione, guadagna quindi molto di più di ciò che noi pensiamo.

Mi viene quindi da pensare come mai se mai voglio scaricare alcuni dei dischi più nuovi di alcuni degli artisti che preferisco, non li trovo: il nuovo Tom Waits, i Gov’t Mule, né, per i primi due mesi di pubblicazione non ho trovato il nuovo Medeski, Martin & Wood...

Approfondiamo ancora e passiamo ora all’Italia per vedere cosa sta per accadere.

In Italia l’acquisizione di ogni singolo brano costerà 99 centesimi di euro mentre negli Stati Uniti il costo è di 99 centesimi di dollaro ( circa 80 centesimi di euro al 15 ottobre 2004, 400 vecchie lire di differenza, vi pare poco ? ) andiamo a vedere la divisione dei diritti. In linea di massima, mi dice Chess, in America un editore prende 25 centesimi, un autore altri 25 centesimi. Perché allora l’operatore ( il proprietario del brevetto dell’oggetto ) ne prende 50 ( la metà ) solo per la transazione elettronica ?

E non avevamo forse detto prima che il prezzo giusto è 79 centesimi di dollaro che al primo novembre 2004 corrispondono a 54 centesimi di euro ?

Siamo sicuri che vada bene così ?

Usciamo dalla padella del discografico che è il primo a rientrare di spese e il primo a guadagnare e si cade sulla brace di un operatore che ha costi ben più limitati, nessun costo di stampa, trasporto materiale, di archiviazione, di uomini impiegati, promozione etc?

Aggiungendo a quanto descritto le problematiche precedenti capirete senza difficoltà che siamo davanti a una operazione che illude di trarre l’acquirente come singolo ma lo archivia “invece nella sua piccola nicchia denominata “aggregated dispersed audiences “

Se ciò non bastasse mettiamo anche sul piatto che per sfondare in Italia questo oggetto - che i suoi ideatori ipotizzano debba soprattutto servire a scaricare canzoni a pagamento a qualità fino ad oggi impensabile - ha bisogno una ottima broadband perfettamente calibrata localmente che il nostro bel paese non ha.

C’è poi una questione ancora più dolente ed è quella legata ai ricavi. Al di là del fatto che Si sta insomma insinuando con l’avvento dell’ oggettino il tipico meccanismo del malinteso che - dando per scontato che questi diritti sono “ extra “, un “ plus ultra ” di ciò che un artista ricava da un disco, da una esecuzione, dalla vendita di un diritto fonomeccanico, da un passaggio radiofonico o televisivo, da un passaggio del proprio video ( previo essere parte dell’associazione fonografica italiana ) - di esso, di questo diritto, ne debba guadagnare di più e per primo il gestore che fa la transazione. Esattamente come per le suonerie, esattamente come quando giunsero nel 1984 i cd sul mercato commerciale e le case discografiche inserirono nei loro contratti una clausola che dimezzava le royalties all’artista e/o al produttore per l’alto costo del supporto ( mentre venimmo a sapere subito che i costi di produzione erano e restano per il cd ben più irrisori che stampare vinile e copertine di 33 centimetri …)

In qualità di autore e compositore ritengo che il primo a beneficiare di ciò che ho creato sia insindacabilmente io e nessun altro.

Siamo insomma alle solite; e se da una parte l’oggettino e i suoi ideatori ci piacciano per dinamicità, per nuove idee sul mercato, perché bisogna guardare avanti con fiducia, pur cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia e la piramidalità di sempre la vedo riproposta anche nella nuova frontiera del tecnologico musicale.

L’era del mercato discografico esclusivamente digitale è sicuramente giunta - per gli indipendenti sarà una salvezza non abbiamo dubbi - però i “ma” e i “se ” restano ancora molti.

Sono sicuro che si può fare di meglio nell’era digitale, che noi europei non possiamo essere sempre e solo in coda in un mercato dove gli americani non comandano più ma ce lo fanno credere.

Informatevi bene: i cinesi sono la seconda potenza al mondo nel campo compiuteristico e la terza in quello della telefonia, provate a sfogliare il libro “The State of Working “ di Lawrence Mishel, Jared Bernstein e Joan Schmitt per i migliori paragoni analitici tra le economie europee e quelle degli Stati Uniti e le valutazioni su cui si basa gran parte della nostra conoscenza cambierebbe.

Se solo nei principali paesi industrializzati il settore pubblico avesse speso una parte del denaro sprecato nella costruzione di una singola rete nazionale, l’economia dell’informazione - anche musicale - avrebbe avuto una diffusione più rapida.

Certo! chiunque è autorizzato a entrare nel sistema che gli Stati Uniti e le sue aziende si sono impegnati a creare e trarne vantaggio, se ci riesce. Ma visto lo sbilanciato potere pluralistico non è difficile comprendere chi guida il gioco.

La domanda quindi non è tanto indagare sull’utilizzo o meno del costoso giocattolino di Isabel e Francesca ma se la causa americana è anche quella degli altri, o se il mondo possa prendere una strada diversa.

Ernesto de Pascale


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