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New York City now & then
E’ passato molto tempo da quando solo un muro di cartongesso divideva le idee nichiliste di Lou Reed dalla poesia post beatnick di una sconosciuta Patti Smith. Era la New York City degli anni settanta, di Andy Warhol, prima del punk; per Lou la vita, dopo lo scioglimento dei Velvet Underground, era la sua Brooklyn, quella cantata in “Walk on The Wild Side “, un successo che anticipò un declino lungo un decennio da cui Reed si sarebbe ripreso solo, con “Street Hassle “, nel 1980. Per Patti la vita erano le sue poesie, quelle parole rubate alla metrica che un giorno sarebbero diventate il suo primo quarantacinque giri, “Piss Factory “.
Adesso abbiamo davanti due persone sagge, sessantanni segnati da troppi talenti sprecati, andati. E le espressioni diventano solo delle smorfie, piccole contrazioni che vogliono però dire molto.

Patti Smith
Intanto New York City è tutto un pullulare di nuove band: non sono più gli Strokes di cui tutti parlavano nell’aprile 2001 o Yeah, Yeah, Yeah già visti in Italia la scorsa primavera nè i Mooney Suzuki che sono in procinto di arrivare qui da noi fra poche settimane.

Yeah, Yeah, Yeah
La “città che non dorme mai” è un mostro tentacolare e ogni giorno genera The next big thing, una utopia che sboccia come un fiore nel luogo delle eterotopie, il sogno di chi può diventare rè per una notte e ritrovarsi in esilio sulla terraferma la mattina dopo.
I nomi sono già tanti e circolano come corrente elettrica:” On! Air! Library!”, dai toni sperimentali, ricchi di dense armonie angeliche e melodie che si scontrano fra di loro, una via di mezzo fra Cocteau Twins e Space man 3 e un solo album pubblicato si Arena Rock Records, “The Caulfield Sisters” indie pop anni ottanta da tre finte sorelle che si barricano dietro un gentile muro di riverberi e distorsori, un solo extended play all’attivo. E poi ancora : il duo “Parts & labor”, fondato nel 2002, che ancora cerca un batterista ma che “ va avanti per la propria strada” con un disco “Rise, Rise, Rise”- pubblicato dalla Narnack, la talentuosa Kim Thompson, batterista jazz con un luminoso futuro o, infine, Dion Workman, disegnatore di orizzonti elettroacustici premiati nel 2003 con il “Max Brand Music Awards “, un disco “Ching “- all’attivo e una compilazione - “ Via vespucci” appena pubblicata.
Questa è New York City, il momento è qui: Patti Smith e Lou Reed esultano.

The Strokes
Una volta la loro si chiamava “street poetry “, la stessa che il giornalista Nick Cohen affida a Matt Troy, il barbone più celebre di Broadway nel suo romanzo-verità omonimo. Oggi sono i testi di canzoni che restano atti d’amore/odio per la città che li ha visti diventare icone della realtà descritta.

I due sessantenni parlano di questa realtà con cognizione di causa e con malcelato orgoglio. Per ognuno di loro il passaggio del testimone alla next generation è un momento importante
Patti non nasconde che l’unica vera opportunità che la vita offre è costruirsi un proprio futuro. Mi dirà un giorno, lontano dagli avvenimenti che cita “ Questa è sempre stata la mia finalità. Fare in modo che la gente riflettesse in prima persona. A Firenze, nel settembre 1979, c’erano 75 mila persone in uno stadio, per noi. Prima del concerto facemmo ascoltare una poesia di Papa Giuliani dedicata ai bambini, poi l’Eroica di Bethoov en, ma loro volevano noi. E durante l’ultima canzone, “My generation” degli Who scesi tra la gente. Ad uno detti la chitarra, a un altro il microfono e il gruppo mi seguì. La gente iniziò a sentire il palcoscenico proprio. Alla fine c’erano bambini che danzavano, un’onda elettrica scosse la mia spina dorsale e mi riportò ai miei esordi musicali. Capii che era finita, proprio come era cominciata, in modo puro. Quella parte del viaggio era concluso. Il giorno dopo presi un aereo per Detroit ”. La Smith non avrebbe più inciso un disco per 16 anni.

Ben diverso il viaggio di Lou Reed, un viaggio che inizia oggi sul suo volto: l’espressione delle sue lunghe rughe scavate nel volto è quasi cartonesca, di sfacciato compiacimento e stupore, e poi ci sono gli occhi; quegli occhi che si staccano dal cranio con terribile intensità e che non lasciano dubbio che appartengano a un uomo che ha vissuto per troppo tempo sulla linea estrema della propria esistenza, che ha visto troppo e raccontato poco, ma che non sarebbe potuto essere altrimenti. Lo incontro a New York City, all’uscita di una palestra di Kung Fu, l’arte marziale di cui è diventato campione internazionale. Parla poco, lamenta la scomparsa del suo braccio destro, Robert Quine, chitarrista straordinario, “ continuare a suonare vuol dire celebrarlo”. E’ lì per strada, nella sua città, che attende un taxi, altri due uomini che sono con lui si guardano intorno con fare circospetto, la gente lo sfiora, quasi nessuno lo riconosce. ” Enjoy New York” mi dice secco. E se ne va.
Adesso il juke box virtuale digitale, in altre parole Ipod, l’infernale aggeggio che contiene fino a 40.000 canzoni, suona la musica di alcune delle band prima citate. Per Lou Reed e Patti Smith è la conferma che la musica nella loro città non muore mai. Il sogno continua. Anche per loro.
Ernesto de Pascale
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