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The Lunatic is on the Moon
Se Syd Barrett è il vostro riferimento nella storia musicale dei Pink Floyd e non solo, resterete scossi quando Roger Waters, il giuda che invitò l’autista a passare oltre la casa di Syd quella mattina del maggio 1968, vi si para davanti e vi guarda con quegli occhi azzurro mare che denotano la pacatezza e l’agiatezza di chi ha deciso di poter vivere anche senza la band che, proprio lui, tramutò da alfieri dell’underground sperimentale britannico a vessilli del pop pastorale.
Non è facile pensare che quel signore in blazer bleu con bottoni regimental dorati, camicia azzurra dal colletto inamidato sbottonato con nonchalanche, jeans sdruciti ma perfettamente piegati, loafers nere, marca Church, tirate a lucido, è lo stesso capellone che picchiava con fare forsennato il Gong per ricordare a Eugenio di stare attento a maneggiare l’ascia.
Se non lo conosci non riusciresti mai a credere che quell’uomo è lo stesso che scelse Pompei per girarsi addosso un film celebre per i carrelli a ritroso così lenti da far invidia perfino ad Antonioni e così lunghi da gareggiare con quelli della scena finale di “Experiment in terror” di Blake Edwards(Operazione Terrore, 1962, con Glenn Ford).
Waters è categorico: non dirà nulla di propria volontà a proposito di Cà Ira, l’opera che ha appena realizzato su doppio cd e dvd e che presenta in anteprima mondiale qui a Roma con massimo dispiego d’ energie artistiche, politiche e di macchine blu presidenziali e servizi d’ordine.
In altre parole: largo alle domande e che siano sempre le stesse in questo noioso giorno di promozione!
Mi lancio subito perché, secondo me, qualcosa, fin ancor prima di ascoltare l’opera di Waters, non quadra.
“Come mai domando con molta malizia - è stata scelta Roma per l’anteprima di un’Opera che perfino il presidente francese Mitterand aveva apprezzato in anteprima? “
Ci vorrà poco per scoprire che, come Salomone, il management dell’ex Pink Floyd non ha fatto altro che indire un’asta per la fondazione musicale che di più offriva per la messa in scena.
E la prima va a Roma.
Certo!, visto che Musica per Roma è in un deficit pazzesco mentre all’ auditorium tutti cantano vittoria in una atmosfera ministeriale post pariolina imperante, perché- si saranno chiesti- non buttare via gli ultimi risparmi con questo polpettone pazzesco ? Non sarà bello, ma “fa tanto cultura”.
E, c’è scritto anche sui dischi, la musica è cultura
Waters, secondo me, oggi è piuttosto fulminato e annoiato.
Viene da pensare che se ne sia voluto stare ben lontano dal mondo musicale dei Pink Floyd, quel mondo di cui lui fu protagonista assoluto per così tanti anni, pur di non incasinare una situazione di per se ancora complicata.
Allora va bene l’opera dalle mille implicazioni sociali, dalle similitudini con l’aria che si respira in Europa oggigiorno, come voler suggerire a noi pubblico di merda che l’epoca della rivoluzione francese farebbe bene a riemergere al più presto, se non si vuol sotterrare sotto metri di liquame quel poco che di buono la cultura occidentale aveva messo insieme negli ultimi cinquanta anni.
C’è da chiedersi perché un polpettone così pazzesco e non un paio di rock & roll sparati a tutta manetta nelle cuffie di un paio di politici di cui vi posso dare io l’indirizzo così da mandarli orizzontali in sala post lobotomia.
Invece non mi è dato sapere perché.
Perchè ?
Why ?
La risposta io la ho elaborata mentre sto qui appoggiato a reggere il muro della sala stampa, annoiandomi ad ascoltare le domande di giornalisti ignoranti e le risposte finto - modeste inquesta noiosa conferenza stampa.
Perché siamo in epoca di crossover e se c’è il rischio che il pop scivoli verso il nulla, ben altra cosa è la fine che fai se sei un compositore rispettabile e frequenti i salotti bene delle accademie: basta guardare Philip Glass, Lodovico Einaudi e qualche altro di cui mi sfugge il nome.
Tutti ex fricchettoni con il viaggio del rigore.
I quali non disdegnano, però, i remix e le compilation alla Buddha Bar.
Ecco allora che mi appare davanti un orizzonte ben poco alettante: un tempo non lontano in cui anche la più modesta associazione musicale che vive di contributi, e si sbatte per mettere insieme un programma decente, potrà interpretare l’opera classica di Waters.
Lo vogliamo questo futuro ? No, no che non lo vogliamo.
O almeno: not in my name.
Tutto a posto e niente in ordine, quindi, se non che dietro lo sguardo profondo che viene da lontano di Waters sappiamo perfettamente nascondersi un altro Roger Waters, il fratello pazzo pronto a tutto del signorotto che vediamo commentare con cenni d’assenso qualsiasi stronzata gli sia chiesta nel raggio di 100 metri.
Ne volete sapere di più dei trascorsi di questo signore ?
Delle storie segrete sue e di quelle dei suoi compari ?
Quali sono gli abbinamenti perfetti per la loro grande data nel cielo ?
Leggete qui di seguito.
1973:“The dark side of the moon”, il disco più celebre e completo dei Pink Floyd, sbanca fin da subito le classifiche di vendita, destinato a restarci per 15 anni filati.
1973: un gruppo di svitati fan dei Pink Floyd scoprono impressionanti analogie fra DTSOM e “The Wizard of OZ” il film del 1939 di Victor Fleming con la diciassettenne Judy Garland.
1998: la nascita di internet affida il segreto rimasto fino ad allora ad appannaggio di poche centinaia di “carbonari”- al mondo. Nasce il sito HYPERLINK http://www.darksideoftherainbow.com www.darksideoftherainbow.com che segnala che fra l’opera dei 4 Floyd e il film ci sono 101 punti di cue in, punti in cui il film e il disco combaciano per qualche motivo.
Come sia possibile questo nessuno lo sa ma non stupisce pensare che esiste un intero esercito di volenterosi disposti a scervellarsi per trovare ogni giorno nuovi punti di contatto fra le icone di due epoche cosi diverse. Il tutto nel nome di quel lunatic che oggi e ormai da un po’ is on the moon
I Pink Floyd, più volte intervistati a proposito, non hanno mai smentito né confermato ma hanno solo ironizzato sulle coincidenze, tendendo sempre, però, a non infrangere l’immagine del gruppo di lunatics on the moon
Immagine che il tempo non ha scalfito, se non a causa della protratta inattività che ha rischiato di tramutare l’immagine di alchimisti in quella di piccoli chimici alle prese con giocattoli innocui e che ha indotto gli amministratori del nome Pink Floyd a riunire intorno a un tavolo i quattro spiegando loro che per Live8 tutti i problemi personali dovevano essere accantonati in nome di una rinvigorita esibizione, atta a rinforzare le già solide basi economiche dell’azienda.
A Live8, diciamocelo chiaramente, i Pink Floyd non hanno certo brillato come il loro crazy diamond: Waters, eccitato come un ragazzino che esibisce ai Prom di fine anno, ha licenziato la sua peggiore esibizione di sempre mentre gli altri lo guardavano con gli occhi di chi lo sopportava a malapena ma che, a malapena loro a quel punto, non ricordavano più dove mettere le mani.
Il nuovo pubblico, il target al quale miravano gli avvocati, ha però abboccato subito; qualche lacrima ha solcato le guance.
La verità inconfutabile è che qualsiasi siano stati gli sforzi sia dei rimanenti Floyd che dello stesso Waters la ex band di rhythm & blues deve la sua fortuna, e l’essere passata alla storia, grazie alla follia lucida e immacolata di Syd Barrett e a quei 24 mesi o poco più in cui la sua ragione coincise con la loro ignoranza.
Osservate bene il resto della carriera dei Pink guidata da Roger e paragonatela al lavoro certosino di un’ape operaia che cerca finché non trova, il successo.
In soli cinque anni dal 1968 di “a seacerful of secrets”al 1973 di “dark side of the moon”- quella che alcuni chiamano “una forte coscienza del proprio stile” è più facilmente leggibile come “una forte determinazione a conquistare le classifiche e a non lasciarle più”.
Waters ed Io parliamo come due vecchi amici:
“ da pionieri dell’elettronica a compositore di opere classiche ne hai fatta di strada, c’è una bella differenza…”
“Ma dai !- risponde lui- in fin dei conti si tratta solo di scrivere belle canzoni…”.
Eccolo qui un futuro baronetto, Waters lo diventerà presto, qui a parlarmi di arie di opere, mentre un altrettanto svitato gruppo di seguaci si è lanciato sul mercato illegale con la sonorizzazione di “2001:a space odissey” a cura dei Pink Floyd (usando la sequenza di “Ummagumma” originariamente apparsa su doppia cassetta audio e brani di Atom Heart Mother),
Vedendo scorrere le allarmanti immagini profetiche di Kubrick accompagnate dalla musica dei Pink dell’immediato post Syd, quelli ancora sotto shock, quelli ancora ispirati dalla sua ombra, rifletto sulla pochissima urgenza attuale della musica, sulle epoche, sulla mancanza di voglia di quest’ annoiato cinquantacinquenne e sulla casualità di certe rare tracce.
Prendi Syd: il manager, Pete Jenner voleva convincerlo a comporre un brano che assomigliasse a “Little Red Book” di Burt Bacharach, dalla colonna sonora del film “What’s new Pussycat” ma non avendo sotto mano il disco, gliela canticchiò. Syd capì quel che capì e compose “Astronomy Domineè”.
Un film di Pete Whitehead, “Pink Floyd, London 1966/1967” appena pubblicato, ce li mostra in studio ancora affiancati dal grande e talentuoso giovane produttore Joe Boyd (poi talent scout di Nick Drake, Fairport Convention, Incredible String band) alle prese con il brano succitato ed “Interstellar Overdrive”.
Barrett, in questo filmato d’epoca, fa tutto lui.
Gli altri rimangono in disparte a guadare e, non capendo, tentano di adeguarsi, contribuendo in qualche modo alla creazione di un’ iperbole sonora.
Syd aveva, all’epoca, solo 20 anni.
Ecco perché quando Roger Waters lo ha ricordato paraculissimo - dal palcoscenico globale di Live8 un enorme ed intergalattico OM ha fatto vibrare tutti.
Perché se da una parte osservavamo indignati alla possessione a pieno titolo della creatività altrui, dall’altra l’emozione di una stella così luminosa, che ancora illumina se pur estinta faceva rivivere in ognuno, in modo diverso, una emozione musicale, ci abbaglia.
E per lo steso motivo che oggi, pur avendo a disposizione Roger Waters, uno di quegli artisti che i giornalisti di mezzo mondo pagherebbero oro pur di intervistarlo a quattr’occhi, lo congedo con un cortese grazie.
Lui mi guarda un po’ storto con quegli occhi azzurri di chi è venuto da lontano. Anche io lo guardo con gli occhi di quello che da Firenze è arrivato solo fino a Roma.
Ed è un incrocio di sguardi.
Ci siamo capiti, Roger, no ?….
Ernesto de Pascale
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