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Dignity

Mentre i nostri splendidi sessantenni della canzone veleggiano alla grande nelle alte posizioni della classifica locale in America sono oggi i cinquantenni a condurre le danze con alcuni dei più bei dischi ultimamente pubblicati sul mercato internazionale.
Lou Reed, Patti Smith, Steely Dan, Ry Cooder con l’allegra brigata cubana, sono solo alcuni dei nomi di questi saggi artisti, giunti oramai da un po’ al successo che si impegnano oggi a mantenere il proprio status e alto il vessillo della buona musica.
Buona musica che vuol dire, innanzi tutto, grandi canzoni, un onere non da poco.
Quante ve ne sono ancora oggi? Quante dicono ancora qualcosa di pregnante? Quante di queste ultime resteranno alla storia?
Nei più recenti dischi di alcuni degli artisti citati ne abbiamo individuate alcune: canta Lou Reed “Lo sai che a me piace danzare con i miei differenti “io” che si elidono a vicenda, Io sono l’unico che sopravviverà” (in “Like a Possum” da “Ecstasy”, edizioni Warner/Reprise), oppure Patti Smith ”la nostra è solo un’altra pelle che se ne và facilmente, puoi ribellarti ma si spellerà con facilità” (in “Grateful” da “Gung ho”, edizioni Arista/BMG)e ancora Becker e Fagen nel bellissimo “two against nature”, album di ritorno dopo venti anni, degli Steely Dan “a questo punto della nostra storia anomala la verità ci obbliga a portarci (appresso) un certo nome” (in”West of Hollywood”).
Cosa vuol dire avere 50 anni nella musica di oggi? Vuol dire guardare la musica scorrere, vuol dire compiere un atto di forza affinché i più giovani, e, spesso, meno talentuosi, non prevarichino coloro i quali meritano un rispetto speciale.
Vuol dire ritrovare ed insegnare quel concetto che così bene Dylan scrisse e cantò in una sua grande canzone del 1994, “Dignity”:

“Quante strade
quale prendere?
Quanti binari morti…
Io sono ai bordi di un lago
A volte mi domando cosa ci serva
per ritrovare la Dignità”.

Ernesto De Pascale

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