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Lost Hollywood
Lost Hollywood
Mary Jane ha dodici anni. Ne dimostra però diciotto. È vergine ma fa pompini da 8000 $ l'uno. Qui al Sunset Marquis Hotel è una notorietà. Le sue prestazioni sono celebri perché dedicate esclusivamente a rockstar con almeno un disco d'oro all'attivo. No way !. Altrimenti Mary Jane continua la sua Hollywood life annoiata e siliconata fra manicure e pedicure,shopping e margueritas, scarrozzata in Porsche da speranzosi magnati del cinema. Ma lei quelli non li guarda proprio. A Mary Jane piace la scossa del rock & roll.

Pete Thomas ed io stiamo addentando di prima mattina un hamburger come due cani randagi ai bordi della piscina del Sunset. Pete, profondo conoscitore della vita locale nonché batterista degli Imposters di Elvis Costello, mi ha portato qua, Alta
Loma Drive 1220, perché dice che "hamburger così a Los Angeles non se ne trovano". Specialmente se ne vuoi mangiare uno a colazione, aggiungo io, cercando la carne fra gli onion rings neri di frittura della sera prima.
Il Marquis, nonostante l'alone che si porta appresso da decenni, non e' un luogo glam che ti aspetteresti dai racconti altrui ma è solo quello che tutte le vere rock star scelgono per l'intimità, la familiarità, la privacy, a due passi dal mondo ma lontano da esso. Eros Ramazzotti, mi dice Kurt, PR manager dell’hotel, austriaco con 12 anni di lavoro nei migliori alberghi di Verona (?!) è di casa al Sunset, door to door, con Keith Richards, Jimmy Page, Prince, Coldplay.
Non so il servizio ma l'hamburger a dire il vero e' ottimo, lo confesso - ma lo digerisco meglio se mi finisco subito questo bloody mary che il cameriere, senza conoscere i miei gusti, mi ha allungato with compliments - mi viene da pensare, mentre Mary Jane si dimena davanti ai miei occhi con il culo ad altezza di naso, ascoltando provini inediti di Shakira dal suo Ipod d’oro massiccio.
Mentre trangugio l’ultimo boccone di carne alzo gli occhi in alto verso i piani delle camere che circondano la piscina riscaldata a 85 farenheit, un brodino insomma visto che oggi di fahreneit ce ne sono 77 alle 11 di mattina, è Natale ed io sono in mutande.
Lo dicevo io che Hollywood era un bel posto…
Guardandomi intorno del Sunset Marquis Hotel mi colpisce il terzo terrazzo a destra al secondo piano dell'ala ovest. Ci penso su e poi capisco perché: è quello dove Robert Plant scrisse nel giorno del suo compleanno appena 19enne- " Going To California". Era il gennaio 1969. E Io, guarda la coincidenza, però!, sono qui, tre piani sotto di quel terrazzino ma riesco solo a scrivere report giornalisti dalla città degli angeli.

Chissà perché, mi domando, a Eros Ramazzotti "Going to California" non gli è mai venuta, chissà! ma ci ha mai provato?…
Da una scala a fianco alla piscina che pare condurre a bunker sotterraneo spunta T Bone Burnette, il produttore musicale del film dei fratelli Coen, "Fratello dove sei" e di molta altra bella musica. Il musicista ha appena terminato “I walk the line” la colonna sonora della biografia di Johnny Cash con Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon.
“Un tipo rispettabile”, a well respected man, dice Pete.
Thomas conosce bene Burnette. I due hanno appena suonato in certe registrazioni di Nancy Sinatra e s salutano calorosamente. T Bone si siede al tavolo con noi; ordina una bistecca (con un nome così che volete che ordini, pesce lesso?) e due Martini dry. Pete m’introduce e Burnette, che scopro essere un chiacchierone, mi spiega molto cortesemente che il Sunset Marquis Hotel è celebre perché ha uno studio di registrazione per i suoi ospiti. Lo studio non e' aperto al pubblico ma solo a chi frequenta l'hotel. Esso funziona 24 ore al giorno ed e' di proprietà dei due celebri autori di rock & roll Leiber & Stoller.
Se nel bel mezzo della notte vi viene da scrivere una canzone, voi chiamate la portineria, scendete giù e la registrate. Poi il conto viene tutto insieme, con i margueritas, i bloody mary, i martini dry, il valet parking e Mary Jane. E, dimenticavo, i nostri hamburger che qualcuno a fine mattina pagherà per noi, visto che Pete, T Bone ed io ci alziamo e eroicamente ce n’andiamo dopo aver finito il nostro pasto fra gli inchini dei valletti messicani al concierge e la promessa di Kurt d’inserirmi fra i Vip, promessa che manterrà (si diventa Vip se si pernotta al Sunset Marquis almeno 20 notte l’anno o se si à presentati da almeno altri due Vip).
Chiedo di scattare una fotografia. Mi rispondono che si può, ma solo dall'esterno, solo la sera. Mi promettono, però, che mi manderanno presto il press kit dell’hotel a casa. Questa si' che è organizzazione, ragazzi…
Pete vuole continuare a mostrarmi la Los Angeles del rock & roll ma i luoghi sono troppi. Decidiamo di percorrere poca strada e non stancarci più di tanto. Staremo via l’intera giornata.

Scegliamo come prima metà ciò che resta del mitico Tropicana Hotel, l’albergo del Tom Waits di “Heart of Sutardy Night” e “Nighthawks at Diner”, del menage a trois di Rickie Lee Jones con Chuck E. Weiis (una istituzione locale, sconosciuto altrove) e Tom, di Bruce Springsteen e del Jackson Browne esordiente, luogo prediletto dalle rockstar sgangherate e ciucche degli anni settanta per celebrare i loro gipsy wedding. Pare che soprattutto gli inglesi ne abbiano fatto uso per queste pratiche, oggi sempre più rare.
Da Alta Loma Drive a Sunset Boulvard ci sono due isolati e io, salutato lo staff del Sunset Marquis Hotel, m’incammino ignaro delle abitudini locali. Qui non funziona così!; qui per due isolati prendi la macchina, anzi ti vengono a prendere in macchina, per l’esattezza in Limousine.
Ammetto un certo provincialismo e di buon grado accetto il “passaggio”. Per fare due isolati ci mettiamo un quarto d’ora, il tempo di una bottiglia di Verne Cliquot 1998 freddo al punto giusto. Arriviamo ubriachi o poco ci manca davanti al Tropicana che, con grande stupore di T Bone e Pete, è oggi niente più altro che un semplice Ramada Hotel, tipica meta di turisti giapponesi a caccia di folclore.
I due quasi si scusano con me come se qualcuno avesse tolto la Torre di Pisa da Piazza del Campo…
Il nostro viaggio continua: l’ufficio dei Doors, non distante, è oggi un parcheggio, la sede della Elektra/Asylum e del manager Elliott Roberts, al 962 di la Cienega Boulevard, dove entravano ed uscivano quotidianamente gente del calibro di Joni Mitchell, Crosby, Nash, Young, Eagles, Jackson Browne è diventato nei novanta uno studio di post produzione video.
Pet Thomas e T Bone Burnett tirano le somme degli historical landmark oggidì e nell’ordine visitiamo: Canter’s, il più vecchio Deli in città (“ineguagliato” esplode Thomas), El Adobe dove i su citati artisti andavano a pranzo a spese di Roberts e David Geffen ( oggi uno dei padroni indiscussi di Hollywood), Mel ‘s Drive In, a due passi dal Wiskey a Go-Go, tempio della musica dal vivo sin dai sessanta e gli Oceanway recording studios, dove hanno registrato tutti, da Frank Sinatra a Brian Wilson con ”Smile”, dai Radiohead al più’ recente disco di Paul McCartney.
Visitando quest’ultimo con due anfitrioni d’eccezione come T Bone e Pete abbiamo accesso allo studio, off limits, in cui John Cale sta mixando il nuovo album del texano Alejandro Escovedo. Un consiglio: quando l’album sarà in commercio non perdetevelo.
Siamo di ritorno al Sunset.
Si è fatta sera, lo smog della città degli angeli lascia adesso spazio all’aria tersa del tramonto californiano, i colori assumono contrasti assai più netti.
Ci salutiamo con T Bone e con Pete Thomas che continuerà a farmi da cicerone per il resto della mia permanenza losangelina.
È stato un lungo giorno.
Mi volto un attimo indietro.
I miei occhi hanno superato i tre piani del Sunset Marquis Hotel.
Pete e T Bone Burnette sono scomparsi.
Forse sono rientrati per un altro hamburger o per un party nei bungalow, lì dove Dave Graham dei Depeche Mode rischiò di restarci secco per overdose, portato via dai paramedici tra gli occhi dei clienti increduli e rientrato trionfante dalla porta principale del Sunset, e per giunta da solo e in piedi, il giorno dopo, con una bottiglia di champagne in mano.
Chissà se era Vevue Cliqot del 1998 anche quello. Senz’altro sarà stato freddo al punto giusto!
Tutto va bene qui, penso.
It's a tipical day in Lost Hollywood.
La parola d'ordine è controllo.
E qui è tutto sotto controllo, sempre sotto controllo.
Ernesto de Pascale, 10.01/2006
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