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Meet The Jokerman, impressions of Bob Dylan
Il torpedone viaggia veloce e sicuro costeggiando il lago di Garda. Nessuno sa dove sia diretto ma nessuno se ne sta facendo un cruccio. Perché tutti sanno che stiamo andando ad incontrare un pezzo di storia: mr. Bob Dylan in persona.
Guardo fuori del finestrino. Andrà a piovere, mi dico. Non fa caldo ma non fa freddo. È il 28 Maggio ma siamo a Verona qui e tutto è un po’ mesto. Anche il tempo metereologico.
Per quale motivo Dylan abbia intrapreso questa tournée non è cosa chiara; le cronache americane ce lo davano intenzionato a suonare nei club con un gruppo punk e ce lo ritroviamo a promuovere il suo ultimo album, “Infidels “ con una band di super professionisti. Nel torpedone l’atmosfera è di calma apparente; anche i giornalisti più esperti sono eccitati, nessuno di loro ha, infatti, mai incontrato Dylan. Riconosco alcune firme storiche: Cesare Romana, Mario Luzzatto Fegiz, la Marinella Venegoni de La Stampa, Alfredo Saitto de Il Tempo, Lucio Seneca per Il Mattino di Napoli, Giò Alaimo per il Gazzettino Veneto, addirittura il cantautore Ernesto Bassignano per Paese Sera.
La data di Verona costituiva la prima di una lunga tournée europea.
Dylan aveva convocato l’ex Rolling Stones Mick Taylor come direttore musicale del gruppo e quello aveva chiamato Ian Mc Lagan (ex Small Faces e Faces) alle tastiere, l’inglese Colin Allen (ex John Mayall ) alla batteria. Solo il bassista, Gregg Sutton era volato dagli U.S.A. Naturalmente nessuna prova, secondo uno stile caro al menestrello di Doluth.
A tenere questa baracca procacciatrice di bei soldi ma molto pencolante insieme ci pensava un solo uomo, l’impavido Bill Graham, super manager con la vocazione di rockstar, colui che nei sessanta aveva dato all’ estate dell’amore una ragione di esistere, l’unico manager di grado di proporre a Bob un lungo tour di stadi europei convincendolo che avrebbe alzato di un gradino almeno la sua popolarità, la sua autorevolezza e, più in generale, la sua percezione presso il suo pubblico del vecchio continente. Dylan, memore dei successi di Bill con i Rolling solo due anni prima, ci aveva messo pochi minuti a farsi convincere e a tralasciare l’idea del tour nei club americani con lo sfortunato gruppo punk.
Sulla base di queste informazioni non ufficiali ma comunque poco confortabili la stampa italiana accreditata era stata convocata, dopo una discriminante quanto arbitraria selezione, presso l’Arena nel pomeriggio, e fatta attendere che qualcuno si prendesse cura di lei per ore, mentre dentro le antiche mura si svolgeva il più lungo soundcheck del rock, a cui nessuno, naturalmente, poteva assistere.
Sulla possibilità che “sua maestà Bob”, “His Bobness”, come già lo additavano gli inglesi, ci avesse ricevuto, pochi erano quelli che ci avrebbero scommesso una lira. Anche gli incrollabili iniziavano al terzo caffè a perdere la pazienza.
La notizia di uno spostamento in pullman per incontrarlo non era però stata contemplata da nessuno e lasciò qualcuno costernato quando venne diramata. Avete idea di quanto poco sia disposto un giornalista a muoversi? Immaginate voi fra lui è un artista di un certo calibro chi è la vera rockstar?
Sta di fatto che solo uno stolto se ne sarebbe andato (qualcuno se ne tornò in albergo, a dirla tutta…) e adesso, che da un po’ viaggiavamo, alla curiosità veniva soppiantandosi un certo nervosismo. Qualcuno si stava forse prendendo gioco di noi ? Impossibile dirlo con Dylan, la cui mitologia ci aveva abituato a un comportamento erratico in ogni circostanza.
Ognuno tentava chiaramente di riordinare le idee. Le domande da porre a tale monumento vivente erano troppe per rischiare di non farle tutte. Ma, da dove cominciare? E poi: sarebbe stato il grande Bob o solo mr. Robert Zimmermann a risponderci? e così via.
Giungiamo dopo quasi un ora di code e curve davanti al cancello di una fantastica villa i cui giardini si allungano e degradano fino al lago e imbocchiamo il viale che porta al palazzo principale del complesso.
Intorno a noi tutto pare essere improvvisamente cambiato; ci troviamo improvvisamente calati come per incanto in uno straordinario mondo parallelo di pace, tranquillità e sobria nobiltà che in qualche modo incute ancora più timore al gruppo vacanze, a quel punto completamente depistato.

I commenti si sprecano. Qualcuno afferma che la residenza sia di proprietà di Bob. Qualcun’ altro sostiene che è uno di quei posti che si danno in affitto per rappresentanza. I romani fanno battutacce. I milanesi si domandano a voce alta se ci sarà un rinfresco
È immediatamente chiaro che la sontuosa villa settecentesca è casa di qualche poveraccio, e che Bob è ospite del proprietario assieme a tutto il suo seguito.
Ci fanno accomodare in una sala di stucchi e ori e non ci accorgiamo dei minuti che passano, tutti impegnati, naso all’insù, a scoprire le trame di questo o quel dipinto. Qualcuno azzarda dei nomi di pittori del periodo ma è chiaro che siamo una massa di ignoranti. Un signore in un angolo ci guarda con aria schifata. Penso che un po’ di ragione, in fondo, lui ce l’abbia.
Poi, quasi di soppiatto, entra Bob.
Per un attimo tutti trattengono il respiro.
Dylan cammina a testa bassa, guardando avanti e pare perso nei suoi pensieri. Non è il personaggio statuario che ti aspetteresti. E’ piccolo, minuto, fuori del tempo. Secondo me si è fatto la permanente.
Come sempre accade in una conferenza ti dicono che l’ artista ha poco tempo a disposizione. Un classico. Pochi convenevoli e via con la prima domanda. Silenzio…
Ma che cazzo gli vuoi chiedere a uno come Dylan?…
Un collega azzarda una domanda sull’ultimo album “Infidels“. Dylan non risponde. Un altro gli domanda se suonerà i classici di sempre. Bob grugnisce. Qualcuno la butta sul politico. L’artista dice qualcosa all’orecchio al collaboratore che lo accompagna. C’ è aria di imbarazzo, l’unico a suo agio è il collega fotografo che piazzerà una foto del concerto della sera sul retro copertina di “Real Live” il disco dal vivo tratto da quel concerto.
Si cambia tattica, ok ?
“Mr. Dylan quale è l’occupazione che preferisce quando non è occupato con la musica?“ Risposta secca e immediata “Go fishing“. “Andare a pescare“. E poi ancora, con un lampo di genio, “ Cosa pensa di John Lennon?“ ”Un uomo che ha giocato bene le sue carte…”.
È in quel momento, dopo questo pregnante scambio di domande e risposte riportatovi, che il più celebre giornalista di un quotidiano milanese che si era conquistato la prima fila sbattendo in faccia a tutto il suo puzzolente sigaro - si alza e, prima che il promoter italiano, il contestatissimo David Zard, possa dichiarare conclusa la conferenza stampa, si avvicina a “sua maestà Bob“ e gli allunga la foto promozionale della cartellina stampa distribuita dalla CBS per farsela firmare.
Di per sé il gesto potrebbe non dire molto ma conoscendo la naturale avversione della categoria per le rock star e il personaggio in questione la dice invece lunga su quel sottile file che divide un artista celebre da una leggenda vivente.
La scena che si presentava dinanzi a me in quel momento era innaturale: i più importanti giornalisti musicali italiani si erano trasformati improvvisamente in piccoli fans mentre dall’altra parte del tavolo un uomo, Robert Zimmermann, firmava per la millesima volta, con mano lenta e in piccoli caratteri, il suo contratto con la storia.
Il nostro incontro con Dylan terminò così, con questa “processione“ di ringraziamento. Durante il viaggio di ritorno a Verona l’atmosfera si fece distesa. La sera prima dello show qualcuno mostrò a quelli che non erano stati invitati “il trofeo“. Il concerto fu una delusione ma poco importa.

Venti anni dopo.
Leggendo una dichiarazione rilasciata a David Gates il mio pensiero è volato a Verona. “…questa volta non potevo rischiare di essere male interpretato“ ha detto al giornalista americano Dylana proposito di “chronicles“ la biografia che ha appena pubblicato.
Allora, ho fatto girare ancora una volta nel lettore Dvd il suo sfortunato ma straordinario film del 2003 “Masked & Anonymous“ e sono andato direttamente all’ultima scena. Per riportarvi le parole che sua maestà Bob fuori campo pronuncia. E che confermano ciò che sempre ho pensato da quel giorno a Verona in poi e che cioè Dylan è, per fortuna, solo uno di noi. Magari a modo suo, ma uno di noi.
“I was always the singer, and maybe no more than that.
Sometimes is not enough to know the meaning of things.
Sometimes we have to know what things don’t mean as well.
What does it mean to not know,
What the person you love is capable of ?
Things fall apart.
Especially all the neat orders of rules and laws.
The way we look at the world
is the way we really are;
see it from a fair gardner
and everything is cheerful.
Climb to a higher plateau
And you’ll see plunder & murder.
Truth & beauty are in the eye of the Beholder.
I stopped trying to figure everything out
A long time ago.”.
Ernesto de Pascale
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