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Il Trasloco di Isaac

di Ernesto de Pascale

Le prime volte non riuscivo ad abituarmici. Cosa chiedevo, dopotutto? Solo un appuntamento; per parlare, chiedere, conoscere da vicino quest'uomo così inscrutabile il cui unico vero e distintivo segno d'umanità erano le canzoni che componeva. Ma con il passare del tempo, con i ritardi e i rifiuti garbati, le scuse del suo agente cominciarono a diventare per me una sensazione precisa e presero il posto del tempo quotidiano. E abituandomi io alla anomala situazione cominciavo a trarne giovamento, peccato, solo, che il mio referente (il suo agente) non apprezzava la mia costanza ma ciò, per me, non importava più!, non faceva differenza.
«Questo è lo scandire del tempo», mi dicevo.
Capivo che stavo intanto costruendo qualcosa: quando il dipinto sarebbestato completato - ne ero certo - io avrei cantato la canzone. E allora, in quella precisa occasione, ci saremmo incontrati. Intanto sentivo che stavo cambiando; e sentivo anche molto altro dimenticandomi ogni giorno la realtà, dimenticando, soprattutto, che Lui, l'Uomo dalla Testa Lucida non era un Uomo qualunque. Lui era Qualcuno. Lui è Isaac Hayes. Il giorno del nostro incontro fu, forse, il meno fortunato della sua lunga carriera di artista. Difficile spiegare cosa sia un «giorno poco fortunato» per un miliardario ma quando vi vedete passare davanti i mobili e gli oggetti di una casa, diretti altrove per l'esecuzione di uno sfratto, non conoscete altro modo per descrivere la giornata della persona che avete di fronte. Isaac Hayes. Così, dopo averlo rincorso per mesi, dopo essere stato mandato a quel paese dal suo agente, scoprite di aver ricevuto l'appuntamento in quella precisa data perché il poco simpatico «personal manager» dell'Uomo dalla Testa Lucida nello scaricarlo gli voleva giocare uno scherzetto simpatico. Unico protagonista esterno al dramma: Voi! «Bastardo di un agente», esordisce Isaac, sulla porta della sua villa in stile coloniale, qui nel quartiere più esclusivo di Hollywood, nudo dalla cintola in su e con dei singolari pantaloni a zampa d'elefante crema come unico capo d'abbigliamento, «così quel figlio di puttana ti ha dato il mio indirizzo e ti ha detto di presentarti qui oggi? La pagherà cara quel figlio di una vacca. Giuro gli romperò la spina dorsale... E tu, sei un giornalista? Bene, entra. La verità la scoprirai con i tuoi occhi. Tutta la verità. Non sarà difficile da spiegare». La villa è quasi vuota e molte persone si stanno dando da fare a impacchettare mobili e suppellettili... «Li vedi quei lampadari? Provengono dal set di"Via col vento". Ne ho sette! Te ne vendo due per cinquanta dollari. Un paio li ho montati al posto dei fari sulla mia Lincoln Continental panoramic. La mia macchina - fa, battendosi la grossa mano sul petto nudo che suona come un tamburo - la macchina che io ho usato in "Fuga da New York". Ricordi?», mi urla con tono intimidatorio. «Come dimenticare», replico sottovoce... «E quel pianoforte? Sai cosa è? - continua spedito - E' il pianoforte sul quale io ho composto le mie più belle canzoni. E adesso dove va? Via. Via da qui, per colpa di qualche fottuto avvocato, del mio manager e della mia adorata terza moglie... Ecco che cosa succede a essere il Mosè dei neri! Ti ritrovi fottuto da quelli come te...».Ero sinceramente senza parole anche perché adesso mi stava passando davanti un intero guardaroba di abiti. Abiti - questa la particolarità - manufatti in catene d'oro massiccio. Non uno ma più d'uno, tutti uguali, come quello che Isaac aveva indossato nella più grande riunione di artisti neri, il 20 agosto 1972 (era domenica, lo ricordo bene) al Memoriam Coliseum di Los Angeles. La casa si stava velocemente vuotando e Isaac sembrava passare da uno stato di furiosa violenza a quello di una quieta rassegnazione.«Non me ne importa niente - mi dice facendomi sedere su un cassone, quello delle posate, mi spiega - Non me ne importa niente di questa fottuta casa perché restano le canzoni che io ho scritto e la gente, tu lo sai, è stata raggiunta dalla loro forza. Perché la mia musica è vibrazione. E' amore e niente potrà cancellarla. Vedi lì - mentre la voce riprende vigore - quelle specchiere vengono dal Caesar's place di Las Vegas. Lì i miei spettacoli andavano così bene che alla fine della mia residenza annuale, un mese ogni anno per 5 anni di fila, non avevano più soldi per pagarmi le percentuali pattuite e allora io mi divertivo a girare per il Caesar e con alcuni valletti al seguito portavo a casa quello che più mi piaceva. Vuoi che ti racconti altro,ragazzo?...».Con tutto quel via vai ero già molto frastornato da ciò che avevo ascoltato e stavo addirittura pensando che se mi fossi messo sotto braccio un paio di dischi d'oro forse quelli della ditta di trasloco neanche se ne sarebbero accorti. Ma Isaac mi stupì prima ancora che il mio breve sogno avesse fine.«Vieni qua - mi disse strattonandomi forte per un braccio - fai una cosa, accodati a loro, non se ne accorgeranno nemmeno, portati via qualcosa, un disco d'oro, uno d'argento, qualche strumento che ti piace,delle posate. Meglio a te che a quei fottuti agenti delle tasse». Hayes mi condusse in un'altra stanza, più grande della precedente e si tirò dietro la porta in noce che chiudendosi fece un rumore sordo e terribile.
Nessuno ci fece caso.
La sala dava su un ampio giardino. «Prendi - mi disse, consegnandomi due dischi d'oro qualunque incorniciati e accatastati in un mucchietto che ne contava più di una decina - questi sono belli. Il primo lo ho avuto per la colonna sonora di "Shaft", il secondo per l’album dal vivo al Sahara's Tahoe di Las Vegas. Prendili e sparisci. Se segui questo sentiero che attraversa il giardino arrivi a un cancello secondario. Da lì uscire sarà facile». Io ero rimasto in silenzio ad ascoltarlo e non sapevo che dire. Isaac mi spinse sotto il braccio i dischi incorniciati e aprì la vetrata. «Vattene di corsa e quando scriverai non dimenticarti di dire che io sono il migliore e niente mi potrà fermare, neanche la bancarotta». Poi chiuse la vetrata e mi lasciò lì. Io rimasi fermo a guardarlo mentre lui, così grosso, imponente, sicuro, mezzo nudo faceva gesti inequivocabili. Automaticamente mi incamminai veloce ma dopo pochi passi mi sentii chiamare da dietro. Raddoppiai il passo quasi automaticamente. Avevo paura a voltarmi. «Hey man» sentii gridarmi da dietro. Era la voce di Hayes. Mi fermai «Hey, man...». Mi voltai. Isaac era sul patio nella sua tipica baldanzosa posa da Mosè della gente nera; si stava frugando in tasca. Tirò fuori un paio di chiavi con un massiccio portachiavi d'oro. Le teneva belle in alto e rideva. «Le vedi queste, sono un regalo del mio caro amico Mel Brooks... quando lo vedi salutalo da parte mia e mostragliele, digli che sono un regalo per te da parte mia». Mi lanciò il portachiavi. «...se c'è ancora e sei fortunato, laggiù, troverai una Porsche Carrera che se rimane qui fa una brutta fine. Porta via anche quella. Meglio a te che mi stai simpatico che a quella stronza di mia moglie. Ma fai presto altrimenti quelli delle tasse me la tolgono da sotto il culo». Rimanemmo in silenzio lui al limite della villa, io a mezza strada. «Dai - mi fece - muoviti». Raccolsi le chiavi, lo salutai con un goffo gesto, incapace di dire qualsiasi cosa. Prima di riprendere la mia strada con passo accelerato lui mi bloccò con uno sguardo che pareva un fendente dato senza pietà e urlò così forte che pareva lo stessero picchiando in cento «La vuoi sapere una cosa? i Negri mi sono sempre stati sul cazzo». Rise forte mentre con le mani faceva grandi gesti di saluto e aggiunse «non hanno mai capito niente della vita...». Io non ebbi il coraggio di restare lì più a lungo e corsi al parcheggio di fianco al cancello. Trovai la Porsche, c'era solo quella, montai in macchina, misi in moto. Ma appena partito fui obbligato a inchiodare quasi immediatamente e a fermarmi subito dopo poco davanti al cancello chiuso elettronicamente da qualche marchingegno che non faceva parte del prezioso portachiave. E mentre in preda al panico cercavo di trovare nella macchina un qualsiasi meccanismo che mi permettesse l'apertura dello stesso sentii bussare al vetro della porsche. Fermo immobile, con le mani appoggiate sui fianchi c'era Isaac «Come è potuto arrivare qui prima di me» pensai. Era fermo ma rideva, facendo un rumore infernale come se i denti stessero masticando sassi.

Una risata lunga e cattiva che non dimenticherò più. Mostrandosmi il telecomando per il cancello mi esortava ad abbassare il finestrino. Io, a occhi chiusi, meccanicamente, tirai giù, aspettando il peggio; lui, finita la risata, si appoggiò al finestrino con una mano così pesante, la cui pressione mi pareva avesse addirittura abbassato la Porsche, e con una voce profonda e bassa, più di qualsiasi sua registrazione io avessi mai sentito, puntandomi il telecomando in faccia a mo' di arma disse, certamente a voler terminare la frase di commiato cominciata poche decine di secondi prima: «... I negri non hanno mai capito un cazzo della vita e mi sono sempre stati sul cazzo ma devo dirti che i bianchi non sono da meno!». E schiacciò il pulsante del telecomando come se avesse dovuto premere il grilletto di una vera arma. Io ingranai la macchina e schizzai via senza voltarmi più indietro mentre quella risata continua ancora oggi a risuonarmi in testa. E quando, pochi giorni dopo, gli agenti delle tasse mi portarono dentro per furto d’auto ce ne volle, credetemi, a convincerli di come erano andate le cose. Beh, quella risata fu la colonna sonora di tutti quei giorni di spiegazioni.Poi seppi la verità: la macchina e il portachiavi non erano stati un regalo del suo amico Mel Brooks ma, diciamo così, una appropriazione indebita di Isaac. Ma io non seppi accusarlo né lo fece il suo amico Mel, un vero amico a pensarci bene. Qualcuno aveva pagato molti dollari di cauzione per farmi tornare in libertà. Mi aveva aiutato, a mia insaputa, seppi dopo, un avvocato d'ufficio che scoprii in seguito essere stato a lungo il legale di Isaac, quando quello non era ancora nessuno e suonava i successi altrui nei bar della periferia di Memphis. Il perché di quel suo gesto provate a spiegarvelo voi; io so che da quel giorno smisi di farmi domande di alcun tipo sperando segretamente di reincontrare prima o dopo Hayes, magari nel suo nuovo bar di West Hollywood, acquistato con chissà quali soldi.Intanto, passo il mio tempo a raccontare a tutti che lui è il più grande, forse anche più di Mohammed Alì. Peccato che non siano molti quelli che mi danno retta. Chissà, forse dovrebbero solo riascoltare la sua musica per convincersene. Neanche i dischi d'oro che porto sempre con me sono serviti a convincere i miei amici. Questo è il motivo per cui gli altri non parlo quasi più da quando mi sono rapato la testa.

Ernesto De Pascale

La Stax ha pubblicato questo mese l’intera performance di Isaac Hayes al Los Angeles Memorial Coliseum del 20 Agosto 1972. Fino ad oggi solo un brano era stato reperibile di quello spettacolo, nella colonna sonora del film documentario “Wattstax”, che resta il più grande raduno di gente di colore per un evento musicale della storia.
Isaac Hayes at Wattstax (Stax SCD 88042-2, distribuzione italiana CGD)

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