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Jazz is the teacher, Rap is the Preacher
È il 1978 quando il bassita Doug Winbush e Keith Le Blanc si ritrovano in un minuscolo studio del Queens per gettere le basi di una manciata di brani funk che il produttore Sylvia Robinson giura poter diventare smash hits. La Robinson è una vechia volpe nell’ambito della musica nera newyorches e le sue frequentazioni con le classifiche vanno indietro agli anni dello studuio 54 ma sopratutto Sylvia ha in quei giorni soldi “caldi” da far girare e quello degli studi, degli artisti, delle serate a poche decine di dollari sono il metodo più facile per farli circolare e sparire presto. Dal canto loro Le Blanc e sopratutto Winbush scalpitano per trovare del lavoro in sala di registrazione che dia loro una qualche dignità (e un pò di denaro)visto che l’ambiente jazzistico di Manhattan è troppo chiuso per lasciarli entrare. Entrambi hanno già una piccola storia alle spalle e sono due musicisti proficient ma la mafia locale non ha bisogno di loro. La mafia locale si chiama Eric Gale, Richard Tee, Bernard Purdie, Cornell Dupree; quei neri, insomma, che hanno in mano il business delle registrazioni in studio dove si viene pagati double scale e in contanti al termine della session. Nessuno in quel piccolo studio del Queens sa , però, che sta mettendo le fondamenta non solo per la nascita e lo sviluppo del Rap ma per la crescita della musica nera in generale. Winbush e LeBlanc portano infatti in studio il loro background di jazzisti anni settanta -perciò in gran parte elettrico, duro, spudorato, in the face- al servizio di testi labirintiaci, di racconti di strada, di ritmiche angolari e spigolose a cui i due sono per lo più abituati dalle usuali frequentazioni quotidiane.
Pochi isolati più in là, intanto, a notte fonde in un capannone dismesso un dj grande e grosso suona vecchi hit di funk e i lati b strumentali di quei primordiali 12 pollici che presentavano versioni strumentali come bonus. Il tipo si fa chiamare Afrika Bamabataa e ha in testa ideali di vita ispirati a Malcolm X, vorrebbe che i neri della nuova generazione si unissero in una unico branco e la vorrebbe chiamare Zulu Nation ma neanche Sylvia Robisnon che è una con le orecchie aperte a tutte le ultime novità, dà lui molto peso. Per mettere insieme questa nuova società Bambataa ha coalizzato intanto con i peggiori ceffi della sua zona e nessuno ha detto no, non avendo essi niente da perdere. La Robinson, che li ha ascoltati per una intera notta in questa hangar dismesso pieno di teen ager neri che niente hanno a che vedere con quelli della Saturday Night fever generation, in verità non ha nessuna intenzione di tirare fuori dalla merda un tale che si fa chiamare Grand Master Flash e che spartisce questo nome di battaglia con almeno altri cinque derelitti. La sua non è beneficienza!.
La Robinson ha sentito Flash - Grand Master è il più irrequieto del gruppo di amici di Afrika - una sera con i suoi più fedeli adepti proprio lì dove Bambataa mette i dischi, improvvisare su una una base ricca di groove una lunga tiritera che ha intuito avere la forza dei migliori storytelling del primo Bob Dylan, una sorta di talkin’blues contemporaneo ma molto aggressivo, crudo, abrasivo con iperbole e avvitamenti letterarri e ritmici non più del blues, nè- forse, è giusto aggiungere- tantomeno del funk. Ecco perchè Sylvia ha convocato in quel giorno del 1978 i due giovani, rampanti, sfigatissimi jazzisti lasciati alla deriva della propria vita, come a tanti accade ai suburbs della grande mela, a dare forma a un “…groove che ti entrasse in testa e non se ne andasse più ma che dicesse cose vere, reali, alla portata di tutti. Una musica che facesse muovere il corpo ma anche funzionare la testa!”.
Questa semplice filosofia del Funk, a dirla tutta, non era certo una invenzione dalla Robinson che, per darsi un tono, girava in stretched out limos già nel 1975 e si faceva scopare dal presidente della Casablanca records in cambio della propria libertà editoriale (tra i mille motivi per cui farsi scopare questo mi pare oltretutto il più meritevole…) e di qualche decina di bustine da smerciare gratis. Questa filosofia del Funk era stata diffusa dal padre spirituale del nuovo corso di esso, George Clinton, un musicista non più di primo pelo, che passò gli anni settanta a predicare one nation under a groove ispirando giovani come Bambataa e Grandmaster Flash. Verso la fine del decennio però le sue risorse fisiche si erano consumate e la sua astronave funkedelica era salpata verso altri lidi lasciandolo un pò solo, un pò sconsolato a guardarsi intorno. Importante ricordare che in quella astronave non c’era funkeeter che non avesse iniziato come jazzista o presunto tale, Clinton nacque come cantante di Doo Woop, un paio di decenni prima a eccezione fatta del più giovane Bootsy Collins che a 17 anni, nel 1971, già bazzicava la corte di James Brown.
Per Winbush e LeBlanc l’idea che questo caravanserraglio chiamato Parliament-Funk aveva seminato, era veramente eccitante: da un lato non incideva la parvenza di serio professionalismo-tight but loose-che ogni grande jazzista, anche quello in divenire, non deve mai abbandonare e dall’altra dava quella libertà che i due giovanotti cercavano.
E se di soldi neanche a parlarne in questo mondo di astronavi, groove fantastici, di fuori di testa, di discoteche e locali notturni glam, qualche pollastrella e qualche grammo di buona polvere bianca ci usciva sempre, almeno!.
Per una tipa navigata come la Robinson qui c’era roba in ebollizione. D’altronde-aveva capito Sylvia già da un pò- il mondo del dancefloor stava cambiando radicalmente alemno da quando l’altatesino Giorgio Moroder aveva dato un nuovo imprimatur ai ritmi da ballo con l’elettronica soft ma radicalmente differente da tutto il resto che aveva fatto di una ex stappa bottiglia, Donna Summer, la regina delle discoteche!. Ecco perchè nelle sue serate Bambataa rompeva il mood caldo e sudato che andava creando minuto dopo minuto suonando a un pubblico prima astile, poi sempre più coinvolto la lunga versione di AutoBahn dei teutonici Kraftwerk. Per Bambataa quello era un dito in culo al commerciale (il binomio Summer/Moroder) e una dichiarazione di stilosità, di ricerca. LeBlanc affermò ben dopo, che ascoltando quel brano la prima volta era come se”… il cinema muto avesse cominciato a parlare… io avevo visto da poco un concerto di Philip Glass all’università di Columbia eseguire Einstein on the Beach e non capivo se quello era un pezzo non eseguito da quell’opera. Di certo-aggiunse- a quella esecuzione presso la Columbia University dell’opera di Glass nel pubblico vidi Sam Rivers, Ornette Coleman, Archie Sheep e Sun Ra. I miei idoli, insomma. Mi doveva piacere per forza ache se io ero ancora a Gigi Gryce!…”:
Bambataa rompe il ritmo delle serate suonando per intero Kind of Blue di Miles Davis che qualcuno giurerà poi aver visto con la sua ferrari rossa fimmanate girare intorno a quel hangar senza però mai varcare la soglia ma le leggende qui si sommano e si moltiplicano e Winbush e Le Blanc iniziano a tirar giù riff potenti. E’ loro l’idea di quello al fulmicotone di “White Lines (don’t do it)” che, pubblicata da Grandmaster Flash & The Furious Five su etichetta SugarHill, il marchio della Robinson giunge in un attimo sui piatti dei dj nei club più hype del momento di Manhattan, creando una nuova sensazione.
Nelle cantine di East Village nasce la 99 records, la casa di uno dei gruppi più radicali di New York City 1979, che raccogliendo lo spirito del Rap nascente e in espansione, lancerà alla ennesime potenza l’indole jazz di quelle basic tracks. I Liquid Liquid, tre ep all’attivo e una ristampa su doppio cd distribuita in Italia dalla Family Affair qualche anno fa, sono gli alfieri della 99, l’esempio perfetto di quello che avrebbero voluto Winbush e Le Blanc vivere in prima persona emigrando dal loro quartiere verso la metropoli. Dove era la differenza? La differenza era il luogo di appartenenza, essere nel posto giusto al momento giusto: Winbush e Le Blanc vi erano, ma solo un pò fuori fuoco rispetto al fulcro, rispetto al posto dove l’azione di strada si tramuta in business.
Negli anni a venire le cose di fecero diffcili per tutti: i due neri ci avrebbero messo anni per essere accettati- il merito va a Herbie Hancock che li monitirava da tempo- mentre i Liquid Liquid svanirono nel nulla. Erano, infatti, sì al posto giusto, esattamento nel fulcro, e al momento giusto. Ma solo un pò troppo presto. E pochi mesi nel turn over musicale vuol dire, spesso, tanto.
Un’altra casualità nella storia della musica.
Una casualità di cui però qualcuno si è andato ricordando e non solo i dj più alla moda del 2000. Spike Lee li ha voluto celebrare nel film “la 25esima ora”, inserendo la versione di “White Lines”dei Liquid Liquid in una scena di vita di nightclubbing.
”Quando tutto accadde per la prima volta io ero lì- racconta Spike Lee, racconta al pubblico attento e compito del Barbican centre di Londra durante uno spettacolo-intervista dello scorso Aprile che lo ha visto protagonista sul palcoscenico sul palcoscenico con fianco, il suo braccio destro musicale degli ultimi anni, il jazzista Terence Blanchard, un altro di quelli venuti su con la vera street attitude ma ripulito attraverso gli studi alla Julliard Academy of Music ma le cose oggi passano troppo presto e tutto sembra preistoria. Presto-aggiunge abbassando lo sguardo anche l’undici settembre sarà una cosa antica…”.
E questo Winbush e Le Blanc, al riparo nel loro studio di registrazione super tecnologico, nascosto fra le macerie del Queen, lo sanno bene.
La strada, dopo tanti anni li ha riportati lì.
Dove tutto era cominciato.
“Siamo tornati nel Queens per ritrovare la purezza che il jazz ci aveva insegnato-dicono oggi hip hop genera artisti di talenti giorno dopo giorno e citano entrambi “Electric Circus” di Common indicandolo come l’album e l’artista più completo attualemnte- i tempi sono cambiati e noi ci siamo passati attraverso. La droga ne ha portati via troppi, la mafia ha fatto il resto e per tanti neri oggi il massimo è vivere da bianchi (vedi il film “Bambloozed”di Spike Lee-appunto-su questo tema). Noi non volevamo fare la fine dei sopravvissuti”.
Anche se, senza volerlo poi ammettere, sanno di essere loro i primi insieme a quell’Afrika Bambataa che vende gadget della sua Zulu Nation fantasma proprio dall’altra parte della strada.
Ernesto De Pascale
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