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Herbert Pagani

Ci sono certi artisti che solo pronunciare il loro nome genera in chi ascolta irrequietezza, senso di fastidio che cerchi subito di scacciare, vertigine. Sono essi personaggi spesso minori che la sorte ha voluto vivessero per morire da dimenticati, eroi per meriti acquisiti sul campo che raccolsero consensi in esilio, artisti ripescati da generazioni che li avevano conosciuti solo di rimbalzo e non direttamente. Proverò qui a fare qualche nome : Eddie Hinton, celebre autore per Aretha Franklin, uno dei inventori del soul bianco targato Muscle Shoals, Alabama, Skip Spence, funanbolico leader dei Moby Grape, un quintetto di assi nato a San Francisco due minuti prima lo scoccare l’estate dell’amore e affondato un minuto prima di essa, l’organista britannico Graham Bond che trasformò il blues inglese in jazz moderno e che morì sotto la metropolitana inseguendo fantasmi, il sassofonista e arrangiatore nero Oliver Nelson, ostracizzato dalla comunità jazzista dei settanta per aver intrapreso la carriera di compositore di colonne sonore. Molti altri ve ne sono e la lista è interminabile ma mi limiterò a citare solo due italiani, per rendere più completo il quadro di questi beautiful losers: il cantautore livornese Piero Ciampi e lo scrittore grossetano Luciano Bianciardi. Gente che era una spina nel fianco al sistema, lo scarafo nella brodazza per il presidente della casa discografica in questione o per l’editore di turno. Fra questi ve ne è però uno che li batte tutti e al quale dobbiamo forse qualcosa in tanti. Il suo nome era Herbert Pagani ( Tripoli, 1944- West Palm Beach, 1988). Il cantautore africano, ma con doppia cittadinanza francese e italiana, nei suoi quarantaquattro anni passati su questo pianeta si fece notare per una cospicua produzione. Per praticità citeremo solo alcune di quelle che ebbero riscontro sul territorio nazionale: canzoni di successo (“cin cin con gli occhiali” , “ahi, le hawaii” (entrambe scritte assieme a un giovanissimo Edoardo Bennato, “Albergo a ore“, “L’amicizia“) opere teatrali (“Megalopolis“, favola audiovisulae portata in giro con l’ETI), pubblicità e brani per il cinema ( “ Vip, mio fratello super uomo “), sceneggiati televisivi ( “ Marco Visconti “), produzioni per altri artisti( Dik Dik “suite per una donna assolutamente relativa “ e “ Hunka Munka “ dedicato a Giovanna G.” , i Giganti “ Terra in bocca “ ), traduzioni di celebri brani francesi ( Brel, Brassens, Gainsbourg,) e relativo lancio sul mercato di nuovi artisti ( “La bambolina che fa no no no”, Michael Polnareff, Christophe, Antoine ) più una estesa sequenza di opere pittoriche e scultoree. Se ciò non bastasse non si deve dimenticare che fu lui la voce guida della prima radio “libera “ che gli italiani ascoltarono nei sessanta, dieci anni prima della liberalizzazione delle frequenze: Radio Montecarlo da cui imperrversò per anni con il suo programma “fumorama”. Un personaggio del genere dovrebbe quindi, anche solo leggendo la lunga sequenza riportata qui di seguito, aver suscitato – si pressupone – grande rispetto e stima nell’ambiente. Invece no ! Herbert Pagani non solo dovette lottare per ottenere gli spazi che si era conquistato a fatica ma dovette anche, per tutta la vita, combattere l’ostracismo di colleghi e addetti ai lavori. Il motivo ? uno e semplice: Herbert Pagani era un rompi coglioni pazzesco!
Eccolo allora lo scarafo nella brodazza: l’uomo di talento, super preparato in grado di controbatterti su tutti i temi, il professionista primo ad arrivare e ultimo ad andare via, quello che non le mandava a dire, si trovò per tutta la vita a dover ricominciare da capo. Il suo angelo custode si chiamava Annamaria Limentani, una donna che non lo abbandonò mai. Ricorda Franco Godi, compositore di “metti un Tigre nel Doppio Brodo” cantata da Pagani per la colonna sonora del cartoon di Bruno Bozzetto “Vip, mio fratello superuomo “( CAM )” Lui usciva sbattendo la porta, lei entrava chiedendo permesso. Non c’era una parola di quelle di Herbert che fosse sbagliata ma aveva una così forte smania di vivere che era un fiume in piena e si trascinava appresso ciò che era giusto mischiandolo a ciò che non lo sembrava…”. Pagani fu un uomo che quando morì fece tirare un respiro a molti; il suo impegno per la pacifica convivenza fra israeliani e palestinesi ( che lo portò fino al palazzo di vetro delle Nazioni Unite dove tenne un lungo discorso nel 1987), le battaglie civili, la militanza nel partito radicale di allora, le battaglie ecologiche ante litteram in qualche modo lo ghettizzarono e lo spinsero fuori da un sistema che lui voleva combattere da dentro.  “ La tesi che difendo – era solito dire – è che l’anonimato, l’isolamento, la perdita delle radici culturali, l’abbandono delle responsabilità civiche possono renderci vittima degli specialisti del potere. La fine della nostra supercivilizzazione non sarà dovuta necessariamente alla guerra atomica. I milioni di morti di una futura guerra nucleare potrebbero essere anche causati, oggi o fra trent’anni, dagli errori della pace. I veri nemici da abbattere sono la solitudine e l’angoscia della non comunicazione “. Il più italiano dei francofoni, il più francese degli arlecchini scappò dall’Italia nei primi anni settanta, ritornandoci però spesso e portandosi appresso un disco, “Concerto d’Italia “ con dieci canzoni reportage che parlavano di emigrati, di donne in nero e di una Venezia “destinata a diventare un ricordo che nuota “ cantate con l’accompagnamento di una serie di clacson e dal coro della Cappella Sistina. In un mondo che ha rivalutato un pò tutti, morti e moribondi, e che non nega un album tributo neanche all’ultimo sfigato, nessuno si azzarda a ricordare Pagani, o meglio, Paganì. E se non stupisce questo comportamento da parte dell’industria discografica italiana si rimane allibiti che in Francia, sua patria artistica, nessuna delle grosse etichette per cui incideva ha mai pensato di ristampare uno dei suoi molti long playing. Forse perchè Herbert era un indipendente prima del tempo ( il suo primo album del 1965 fu una autoproduzione e il suo marchio si chiamava “Mama rec “)? O forse solo per distrazione, dimenticanza, sciatteria generale ? Un pò tutti questi motivi mischiati alla paura di aprire una voragine che potrebbe far fare una brutta a tante persone ancora in attività. Ma Paganì non si crucciò mai di tutto ciò pur essendone consapevole e con grande saggezza e compostezza nelle sue canzoni più volte anticipò tutto ciò commentando i fatti di tutti i giorni con parole che suonavano e suonano ancora oggi più o meno meritevolmente così: “ Per prevedere tutto, bisogna essere poeti”. Ipse dixit.


Ernesto De Pascale

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