. il Festival di San Remo 2006

San Remo, ma che colpa abbiamo noi
Uno sguardo sereno e competente su un festival giunto al bivio. Ma la colpa di chi è?


Parlare di Sanremo 2006 dopo che è già stato fatto da tutti i media potrebbe sembrare inutile e non offrire altro che una ripetizione di concetti ormai digeriti e dimenticati, vista la velocità con la quale oggi si archiviano le notizie.
Ma la libertà di parola e di opinione giustificano una ulteriore disamina che, anche se non aggiunge niente ai fatti, può tuttavia servire per riflettere e per far riflettere sul perché si scrivano certe canzoni, su cosa spinga i discografici attualmente in crisi e con pochi soldi a farle interpretare a volte da personaggi già perdenti in partenza, sulle ragioni per le quali questo avvenimento venga tenuto in vita anche se ormai è attaccato alla bombola dell’ossigeno e l’ossigeno sta per finire, ecc.
Troppo facile prendersela con i presentatori, incolori e con pochi guizzi. Hanno interpretato il loro ruolo con diligenza e se mai una parte di colpa dovrebbe essere ascritta anche ai molti (troppi?) che scrivono i testi e forniscono armi spuntate.
Tra l’altro, quest’anno uno dei pochi elementi di suspence degli altri anni è stato eliminato: la scala. Hanno fatto benissimo, tanto nessuno ne sente la mancanza, ma almeno con quella si partecipava un po’ di più immaginando ipotetici pericoli: “Questa con le gonne strette o con i tacchi troppo alti, questo che scende di corsa, se non stanno più che attenti cadono”. Per fortuna poi non è mai caduto nessuno ma la scala era un elemento di leggera tensione che aiutava a restare svegli.
C’è da dire che dalla noia della prima serata si è passati per gradi, giorno dopo giorno, allo spettacolo più funzionale e godibile dell’ultima, ma ce n’è voluta e parte del pubblico forse si è stancata durante il tragitto, preferendo sintonizzarsi su altri canali.
La scenografia, da alcuni osannata (“Bisogna vederla dal vivo, che meraviglia! In televisione non rende.”), faceva pensare al siparietto di presentazione dei cartoon anni ’50, tanto che ci si aspettava ad un certo punto che l’orchestra attaccasse “The merry go round broke down” e saltasse fuori Duffy Duck. Sarebbe stato divertente.
Quanto agli ospiti, a parte i comici con qualche riuscita gag, per il resto si è avuta l’impressione di un utilizzo usa e getta: ti faccio dire due cose ovvie, poi vai via e sotto un altro.
L’audio? Il problema è sempre lo stesso. Dopo decenni e decenni di trasmissioni musicali e dopo che il progresso dell’elettronica ha portato alla quasi perfezione della riproduzione dei suoni, la tv nazionale ancora non ha imparato a riprendere gli strumenti dell’orchestra e da casa ascoltiamo prevalentemente le voci accompagnate da un magma sonoro solitamente uniforme e indistinto.
Un po’ demoralizzati, passiamo allora ai cantanti, cominciando dai giovani.
Sono giustamente orgogliosi di partecipare e si sentono privilegiati, mentre invece in alcune occasioni il povero e ingenuo artista viene mandato allo sbaraglio come i fanti della prima guerra mondiale, rischiando di venire impallinato e sotterrato subito dopo, dimenticato da tutti, senza che gli venga riconosciuta altra possibilità di riscatto. Ti è stata data l’opportunità più importante, sei andato a Sanremo, hai sbagliato, cosa vuoi ancora? Sanremo, a volte occasione di successo ma anche fucina di spostati e di disadattati che spesso non accetteranno di rientrare nei ranghi e tornare a fare gli impiegati o i manovali a stipendio fisso.
Salveremmo Cristicchi che, seppure in maniera semplice, tenta di dire qualcosa di sensato e poi Maffoni che, ancora un po’ acerbo e prevedibile, sembra comunque possedere un buon approccio: lo aspettiamo per una conferma. Il resto si muove sul già ascoltato e sul già proposto.


Riccardo Maffoni festeggiato dai Nomadi

I big. Ma poi, si meritano tutti l’appellativo di big? In certi casi, infatti, si ha il sospetto che qualcuno di loro sopravviva e si riproponga fino allo sfinimento per continuare a guadagnarsi la pagnotta dorata alla quale non sa rinunciare: insomma, ci sta prendendo per il naso e lo sa.
Un breve commento, iniziando dagli eliminati.
Spagna, cantando “Noi non possiamo cambiare” ci ha presentato il manifesto di un certo Sanremo, quello conservatore e attaccato alla melodia risaputa, al testo retorico, quello che rifiuta la novità e la creatività.
Venuti: strofa costruita, ritornello giusto, ma esile, basato su una sola frase ripetuta all’infinito. Il ragazzo si era presentato anni fa con tutt’altre frecce al suo arco.
Bencini (come mai fra i big?). Sembrerebbe più moderna di Spagna, ma è soltanto perché è più giovane: fa parte della stessa categoria.
Ron. Non male, ma quando è il momento di uscire la canzone si ammoscia. Da lui ci si aspettava di più.
Sugarfree (anche loro big?). Magari poi funzionerà, ma sembra una canzone costruita sul niente.
Finizio. Nell’insieme gira: richiama però centinaia di altre canzoni napoletane degli ultimi vent’anni e ricorda D’Angelo, Daniele, D’Alessio e tutte le D napoletane che possono venire in mente (a proposito: a quando una canzone in milanese?).
Britti. Nell’aspetto e nella voce fa pensare a Don Backy giovane. Simpatico e un po’ spiritato, le cose migliori le ha fatte con la chitarra.
Grignani. La canzone, anche se non eccelsa, ha una sua dignità ed è in linea col personaggio che inspiegabilmente, annullandosi, si è reincarnato in un mix di Cocker-Vasco-Zucchero che non gli ha giovato. Potrebbe rifarsi con le radio.
Nicolai. Interprete della serie “io sì che canto le cose giuste”. Come ci si aspettava, ha presentato un pezzo di buona qualità, anche se alla fine un po’ pretenzioso e inconcludente. A proposito di questo genere di canzoni, qualcuno si ricorda quelle di C.A.Rossi, Canfora, Ferrio e compagnia?
Oxa. Chi ha gridato al capolavoro incompreso e chi, al contrario, l’ha giudicata una performance ibrida e inutile. Personalmente e con tutta la modestia possibile mi metto con i secondi: la trovo infatti velleitaria e fuori posto, sia nel contesto festivaliero che in quello della musica d’avanguardia. Cui prodest?
Noa e Fava. Pur non presentando sostanziali novità, il brano sta in piedi. L’insieme riprende atmosfere da chansonnier francesi miscelate con un po’ di Jobim e lo fa con competenza. L’interpretazione è senza sbavature e c’è del gusto, anche se sotto sotto si percepisce il compiacimento di far parte di un’élite, crogiolandosi nel minimalismo e nel piacere estetico. Comunque sia, positivo.
I finalisti. Povia ha spiazzato tutti dichiarando di voler diventare un uccello in tempi di aviaria e tanto coraggio andava premiato. Lui è credibile, la canzone è garbata e non manca di originalità: non è poco, di questi tempi.
Tatangelo. Del genere “vorrei ma non posso”, è un compitino svolto con diligenza e a rime baciate. Visto l’esito delle votazioni, se gli autori si fossero impegnati un pochino di più magari avrebbero fatto il colpaccio.
Di Maffoni si è detto e allora passiamo agli Zero assoluto (big anche loro?). Musica carina, testo e interpreti anche: ci sono tutti i numeri per piacere agli adolescenti. A dispetto del nome, meritano la sufficienza.
Dolcenera. Il brano è ben costruito, ma la parte vocale è spesso sopra le righe e alla fine diventa stucchevole. Forse è questo che ha alienato i voti finali. Si potrebbe anche qui concedere una prova d’appello con le radio.
Zarrillo. Eterno e rassicurante cucciolone, è presente quasi tutti gli anni a Sanremo con la stessa tranquilla melodia, così che il pubblico non subisce traumi e lo vota ogni volta, considerandolo ormai di casa.
Nomadi. Hanno le radici ben piantate negli anni ’60 e ripropongono la loro inossidabile utopia on the road con i suggerimenti per cambiare in meglio il mondo. I loro fan formano uno zoccolo durissimo e chi non è con loro è contro di loro. Nostalgici de coccio, ma coerenti.
In definitiva, non un pollice verso ma nemmeno una troppo comoda assoluzione.
Organizzare una kermesse del genere e tenere davanti allo schermo il pubblico per quasi una settimana non è facile e qualche attenuante va concessa ma occorre pur dire che, aldilà del lato spettacolare che è riuscito a salvarsi in extremis, in questo e in tutti i più recenti festival quello che più è venuto a mancare sono proprio le canzoni, che dovrebbero essere la spina dorsale e la ragione principale della manifestazione. Si sono infatti ascoltate decine di melodie preconfezionate e senza particolari spunti creativi, tanto che sembrava di navigare in mezzo ad una raccolta di quelli che gli americani chiamano pattern, pacchetti già pronti di note e di ritmiche assemblate in diverse sequenze, utilizzabili e adattabili per ogni esigenza musicale.


I vincitori

Forse gli autori italiani non sanno più scrivere? Oppure è la pigrizia di chi sceglie le canzoni partecipanti, che prende soltanto atto di quanto i discografici mandano e lo avalla in modo notarile, impedendo così l’accesso a chi magari se lo meriterebbe?
È possibile che per dimostrare la validità internazionale della nostra musica si debba ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, ricorrere a “Volare” (con tutto il rispetto e la stima per la canzone e per i suoi autori)? È accaduto due volte nel corso del festival ed era accaduto in occasione delle da poco concluse olimpiadi di sci.
Nessuno più sa scrivere qualcosa che vada oltre i nostri confini e, quello che più conta, che duri nel tempo? Gli stessi neo-cavalieri della canzone italiana, pur con tutti gli elogi che si meritano, hanno successo all’estero, ma le loro canzoni non sembra che finora siano diventate dei classici. Dopo quarantotto anni, con tutti gli autori, gli interpreti, i produttori e i discografici che si sono nel frattempo succeduti, vuol dire che siamo davvero messi male!
Ma chi sta nell’ambiente e ci lavora sa che non è così. Ci sono musicisti, autori e interpreti che avrebbero cose interessanti da proporre, ma si muovono attraverso mille difficoltà e alla fine molti rinunciano.
Basterebbe che ci fossero ancora un po’ di persone tipo Melis, Nanni Ricordi, Micocci, gente insomma che se ne intende davvero, che ha fiuto, che capisce dove c’è la buona canzone e l’artista che la può valorizzare, gente che ci mette la faccia e magari litiga con gli stessi artisti e con i loro produttori per difendere il principio che anzitutto il disco deve essere bello artisticamente e il resto, radio, marketing e tutte le altre diavolerie, viene dopo. Passione, impegno e competenza: ecco la formula.
E invece siamo tutti sicuri che, a meno di un miracolo, passerà un altro anno senza che niente di diverso succeda e ci ritroveremo a febbraio del 2007 ad aspettare un festival uguale a quello di quest’anno e dei precedenti perché, come ognuno ben sa, Sanremo è sempre Sanremo.
Purtroppo.

Rinaldo Prandoni


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