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La responsabilità civile di un discografico
"The music business is a cruel and shallow money trench, a long plastic hallway where thieves and pimps run free, and good men die like dogs. There's also a negative side"
Hunter S. Thompson, autore di "Fear and loathing in Las Vegas"
È sabato 7 settembre 2002. Un sabato qualunque nel villaggio di questo festival dell'Unità, per la precisione quello di Pistoia, nell'Italia di Silvio Berlusconi, un ex pianista che si vanta di conoscere 1500 canzoni ma che canta e suona sempre la stessa. A casa sua.
Massimo Bubola ed Io siamo stati invitati a parlare della canzone come scrittura creativa ma prima di incontrare un pubblico folto e stranamente attento ci misuriamo entrambi con quei problemi che giorno dopo giorno diventano, in maniera sempre più chiara, dei paletti che impediscono a noi e a molti come noi di poter continuare a considerare l'industria della musica in Italia come una industria con qualche etica, remota etica, se mai ve ne è stata una.
"Quando vendevo 20.000 copie per i discografici ero da evitare-mi dice il
47enne cantautore veronese-adesso quelle 20.000 potrebbero essere per loro una manna dal cielo visto la pochezza e del sistema ma nessuno di essi lo ammette. Sarebbe una disfatta troppo grossa che nessuno di loro vuole accettare!".
Massimo Bubola è un grande autore e un uomo di grande cultura umanista: se bastassero quelle bellissime canzone scritte con Fabrizio de Andrè in quindici anni di amore-odio (Fiume Sand Creek, Andrea, Rimini, Don Rafaè e molte altre) andetevi a riascoltare e leggere "Il cielo di Irlanda"l'interpretazione che è la prima ballata popolare corale ad aver varcato la soglia della top ten, attraverso l'interpretazione di Fiorella Mannoia.
Ricordiamo insieme quando negli uffici di dirigenza delle case discografiche erano alloggiati direttori artistici che avevano un anima, come il fiorentino Ennio Melis, che tramutò la RCA romana da succursale filoamericana (per artisti del calibro di Elvis Presley, Henry Belafonte e Arthur Rubistein) alla prima vera casa discografica italiana. Melis appartiene a quella categoria di discografici che sapeva motivare il perché e il percome di una canzone, intuirne il potenziale, passare intere notti con un artista, pronti anch'essi ad entrare in un processo creativo che oggi non c'è più, visto il potere rapace dei network radiofonici e televisivi e le condizioni d'uso da essi proposte che condizionano addirittura la durata di una canzone (valga il regolamento 2003 del festival di San Remo che segna il limite di durata di una canzone ai 3 minuti e 40 secondi!) . "Colpa degli artisti che sono stati al gioco", azzardo. "Colpa di una industria che è capace di spendere 80 milioni di alberghi e pranzi e cene e sottrarli ai diritti di un artista, sotto la voce spese promozionali!"aggiunge Bubola."Quindi il disco se lo paga l'artista" deduco,"e la casa discografica porta a casa un guadagno netto a fronte di nessuna spesa" affonda Massimo."Facciamo I dischi da soli" esclamiamo in coro. Ma questa deduzione così facile si scontra con i processi di distribuzione, di vendita al dettaglio, di carichi e scarichi, di giri di fatture, di "sell in" e "sell out" di "container charge", tutte clausole che l'industria delle major ha creato a propria immagine e somiglianza.
Entrambi abbiamo scelto questa strada da tempo e come noi molti altri mentre proprio Firenze con il suo Meeting delle Etichette Indipendente divenne negli ottanta segnale vitale di un rinnovamento che si è vanificato nel tempo."Perchè I giovani produttori indipendenti di una volta volevano raggiungere lo status della discografia ufficiale non per ripartire da zero, ma per lanciarsi a propria volta nell'inciucio, nella lista spese a piè di lista e nei rimborsi selvaggi, così some nei cosidetti "giri" di fatture" spiega Bubola."Adesso che alcune multinazionali-dopo aver inghiottito nomi storici della discografia italiana (Fonit Cetra, Cgd, Ricordi)-hanno chiuso i battenti, qualcuno cerca di ravvedersi" ammonisco io.Il pubblico in sala in questo pomeriggio sconsolato è consenziente e applaude. Allora perchè non reagisce? "Perchè non conta un cazzo, è fuori dai giochi, è passivo, questo è il gioco dei pochi e per pochi resta ad appanaggio" attacca il cantautore.
Martedì 10 Settembre allo stadio calcistico di una ex squadra calcistica di serie A che una volta si chiamva Fiorentina. Luciano Ligabue si esibisce
davanti a oltre 35.000 persone. Nonostante sia da anni al numero uno delle classifiche, il cantautore correggiese, proviene dalle rassegne rock, dai concorsi,dal basso e non vede le cose in modo molto differente da allora. Cerca ancora oggi di difendere la sua privacy, la sua musica, le sue canzonil, belle o brutte che siano. Claudio Maioli, il suo manager, ma sopratutto il suo miglior amico di sempre, il suo compagno di scuola, di radio, di notti insonni sulla A 14 mi confessa "È già tanto se la discografia da noi prende I dischi che produciamo" e continua "hanno provato a farci credere che con il trucco della fucina creativa, noi ci saremmo potuti imporre come i salvatori della patria mentre quello che volevano era solo salvare loro la pelle. Capito il trucco abbiamo chiuso e ci atteniamo ai minimi contrattuali che, visto i nostri numeri, dettiamo con fermezza perchè, oltretutto quando vendi, loro sono ai tuoi piedi come tappetini con la loro meschinità. Da quel giorno, insomma-conclude-abbiamo smesso di produrre altri artisti. Avremmo fatto loro solo del male!".
C'è un'Italia che si ribella ai conti, quindi, ai numeri, alle playlist, alle classifiche, ai media control (una micidiale macchina a pagamento che dà a ogni passagio radio un punteggio che varia a seconda dell'emittente con forti punte di discriminazione), a radio tre "posseduta" da radio due, ai vari mtv day. È un'Italia che poi porta in classifiche Tom Waits o Solomon Burke (entrambi pubblicati qui da noi da indipendenti e da indipendenti promossi) secondo un meccanismo noto in Gran Bretagna e America. Un popolo che non crede più neanche all'inserto Alias de "Il Manifesto" perché è un camuffamento di pochi che lanciano mode a loro immagine e somiglianza. Un popolo che storce il naso quando legge di una cd compilazione stilata da Veltroni e da Pierluigi Diaco, un giovane supponente, scaltro, pronto a riciclarsi, che ci ritroveremo davanti e con il quale dovremo fare i conti per tanti anni. Questa Italia che ama la musica comincia a organizzarsi adesso che internet ha dimostrato, se non altro, la vacuità di se stesso e della new economy, una parolaccia che per molti discografici ha significato un cocente autogol. Un popolo che tratta I dischi con rispetto e che continuerà a lungo a comporre buona musica perché è solo una necessità intima. "Come affronto la musica" mi confessa Bubola prima di lasciarmi "come il calcio: a me piace giocare e gioco due, tre volte la settimana. Ma non ho mai pensato di vincere la coppa dei campioni. Ma il pallone è tondo anche nel campino sotto casa mia, come allo stadio comunale". Una vita da mediano, insomma, di quelli con tanto fiato.
Nati per correre, cioè.
Ernesto de Pascale
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