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È stata una buona nottata
È stata una buona nottata. Ho suonato la musica dellanima, la musica della rabbia e della ragione, quella del diavolo e del paradiso.Forse anche stanotte qualcuno si sarà illuso che ciò che ha sentito passare attraverso le onde radiofoniche era un messaggio speciale,dedicato a lui o a lei ,e solo a loro.
Ma questa è storia vecchia ormai; perchè la radio oggi è un oggetto da rottamare. Chi poteva e voleva catturarne il meglio lo ha già fatto, tanto tempo fa.
E se qualcuno mi chiede perchè,allora,continuo a farla, la risposta è semplice: perché non posso farne a meno!
La radio negli anni novanta ha cominciato ad illudere gli ascoltatori, soprattutto i più giovani, li ha schiacciati contro il muro, ha sbarrato loro qualsiasi via dì fuga allimmaginazione. Ha cominciato ad essere frequentata da uomini della televisione, a suonare le canzoni che si vedevano in televisione, a promozionare prodotti che si vendevano in televisione. Morta la reclame radiofonico nasceva lo spot, si cominciava a parlare in termini di tempi, di durata, di fasce orarie, di fasce dascolto, di flusssi, di palinsesti. Perso il candore della scoperta si passava a spingere loggetto in lavatrice-selezionare prelavaggio-perché attraverso la radio riacquistasse quel candore. Ma, lavaggio dopo lavaggio quello usciva ogni volta sempre più sporco e liso.
E quando negli anni settanta una nuova generazione aveva parlato usando termini come radio libera e linguaggio libero impersonificando lutopia della radio free form, nata e cresciuta nei college americani nel decennio precedente, il sogno sembrava più vivo che mai. A noi che la frequentavamo con lardore dei volenterosi ci sembrava che la radio potesse interpretare ciò che per noi era il bello. Ma visto che immancabilmente le generazioni si susseguono alle altre con il desiderio di tramutare i vizi in assuefazioni, limpersonalità dello stile iniziò a farsi strada convincendo qualcuno che solo così la professionalità avrebbe vinto, solo così sarebbe stato possibile trasformare in mestiere un gioco, in vita un sogno.
Il risultato è quello che conosciamo: il corporativismo, limpersonalità, la standardizzazione. E il luogo comune di una radio salvatrice delluomo dai peccati della televisione se esiste ancora, nessuno più ci crede!
E opinione vecchia ormai che la radio rappresenti, primo nellambito dei mezzi di comunicazione, lidea del bello.
Quando chi scrive ancora non faceva radio ed è un po' di tempo fa!- la radio già lascoltava. Il grado di emotività legato al piacere, allappeal di ciò che ascoltavo era dato nellordine dalle seguenti emissioni: programmi jazz serali emessi da stazioni dellest Europa,programmi musicali notturni emessi da Radio Luxembourg sui 1440 metri di ampiezza. A seguire i seguenti quattro programmi della radio nazionale:per voi giovani, supersonic, pop off,radio uno ore ventuno e ventinove. I primi due programmi erano il segno del rapporto intimo fra te e loggetto , ascoltarli ti faceva sentire parte di una casta eletta neanche si fosse noi a conoscenza di un codice di accesso segreto.I secondi quattro sono la spina dorsale dei miei sogni, delle mie aspirazioni, poi realizzate.
Sono perciò cresciuto con lidea che la radio dovesse essere usata per qualcosa di giusto: per dire delle cose,per suonare delle canzoni,per informare, per tenere compagnia. Tutto questo secondo una idea,mia e di altri, uguale e diversa. A un certo punto molti davamo per scontato che le decisioni prese dalla radio erano, quindi, giuste.
Nei tardi settanta a Firenze,da una delle prime se non la prima radio libera cittadina,trasmetteva un tipo alquznto curioso: qualunque canzone suonasse, qualunque cosa dicesse,lui si rivolgeva a una lei e solo a quella lei.Era,insomma,il contrario esatto della radio nazionale. Estremizzando la valenza locale il seguito che si era presto creato era diventato una specie di club per intenditori, La sua Lei si chiamava Silvia.Ascoltandolo,il tipo,o lo odiavi o lo amavi; ma suonava musica così accuramtamente scelta che era chiaro che loperazione compiuta era più simile a un atto damore che ad altro. A quel punto se il deejay avesse voluto conquistare Silvia e / o se ci fosse riuscito poco importava oramai, (Glielo avrei comunque chiesto di persona alcuni anni dopo!
).
Vi era nel suo fare radio la ricerca, pezzo per pezzo, dellamatore delle cose da gustarsi piano,il un segno distintivo di una propria firma, ogni canzone era un autografo in calce,più riconoscibile delle parole.
E le parole? Le parole bisognava impararle a pronunciare alla radio, eccome! Allora quando parlavi sul bianco, senza alcun sottofondo che ti tenesse su con più o meno brio,voleva dire che stavi acquistando confidenza,anticamera della autorevolezza.Le parole iniziavano perciò,volta dopo volta, a partire come missili e cominciavi a usare solo quelle necessarie,tante, poche,non importa ma mentre le pronunciavi era un mantra,lantenna diventava una cassa armonica.
Sembra unavventura lontana questa, di tanto tempo fa. Invece la si può ripetere e cè chi ci prova.Per ristabilire il contatto, per allontanare tanta brutta radio di oggi, perchè musica e parole devono ancora andare separate ma unite. Perchè per fare radio lintuito, lorecchio, deve ancora prevalere alle esigenze degli inserzionisti o di chi pensa di essersela comprata con un qualche migliaia di spot in più.
I tasselli a cui ho accennato fino ad adesso servono a formare un unico puzzle: la cognizione del gusto personale infatti viene da dentro. Come si pronuciano le parole,le canzoni e i loro accordi, la disposizione dei suoni-quella che sui dischi appariva prima come monoaurale poibinauralnei tardi anni cinquanta-lintesità,il grado tonale, la formazione delle armoniche sono tutti componenti di quel senso estetico che avvicina la radio e la lega ancora oggi idelebilmente alle cose"belle"e (quasi)mai a quelle Brutte. Valutazione, come dicevo, soggettiva poichè la radio la si ascolta da soli, poichè ognuno ne ascolta una,poichè come diceva Brian Eno attraverso il suo manifesto sonoromusic for ambientè il luogo che determina lascolto.Ma anche valutazione potente, assertiva, con cui molti di noi vogliono essere ancora accomunati. Da una ricerca fatta risulta infatti che su cento intervistati ben 98 abbiano affermato che se dovessero scegliere un ideale punto di incontro per senso di comunanza sceglierebbero la Radio.
Questo vuol dire che forse non tutto è perduto nella radio che ogi abbiamo in Italia? Il meglio viene dallinformazione, senza dubbio, nazionale e locale.Forse la radio ha anche gli ascoltatori che si merita ma certo è che ha dato sempre meno ad essi con landare del tempo.Perchè lei per prima come I suoi ascoltatori cercava il consenso. Eppure cercando il consenso perdeva la sua forza. Se mai nelle border radiofra Messico e Stati Uniti nei cinquanta o nella mitica WDIA di Memphis (country di giorno, blues e rhythm & blues la notte, predicatori nel week end) si fosse cercato il consenso chissà se avremmo mai ascoltato,conosciuto,amato Little Richard. Elvis Presley, Jerry Lee Lewis.Essi inziziarono la loro carriera perchè la radio li aveva spinti ad osare.Negli anni settanta,viceversa,per esempio,i nostri cantautori,non ascoltavano la radio.Avevano paura li influenzasse. E se provate ad ascoltare la loro di musica di allora oggi sareste della stessa idea.In Italia la radio la hanno cominciata ad ascoltare i gruppi italiani rock della seconda metà dei settanta, quelli delle cantine di san Vitale a Bologna, quelli di Firenze, di Pordenone, quando la radio italiana ha finalmente capito che il proprio pubblico non era più quello dei collettonidel Piper di bandiera Gialla.
Durante i 15 anni passati a Rai Stereonotte nessuno mi ha mai detto che dovevo piacere con il mio programma a qualcuno. Durante quei 15 anni mi è stato solo detto di fare un programma che mi rappresentasse, il più possibile differente da quello dei miei colleghi, realizzato tecnicamente bene. Era chiaro che nessuno voleva un prodotto frantumato ma,bensì, una radio a 360 gradi.Cosa che non è più possibile neanche nei luoghi più adulti e intoccabili di quel mezzo. Il Gradimento, credetemi, è giunto anche lì.
Perciò se qualche volta adesso vi scoprirete a detestare la radio di oggi non intristitevi. Nessun requiem nè frasi del tipo la radio non è più quella di una volta"
Invece dovrete gioire!Vorrà dire semplicemente che avete ancora la vostra capacità di sentireintatta,una capacità che il rumore che ci circonda annulla senza che noi neanche ce ne possiamo accorgere .
Tenetevi stretta quella dote,una dote sviluppatasi sommando le esperienze migliori che il vostro intuito ha collezionato.
Lo stesso intuito che vi farà scaraventare la radio contro un muro e,ridotta in mille pezzi,scoprire chequelle voci piene di calore di una volta oggi sono state sostituite solo da transistor ed integrati. Troppo integrati
Ernesto de Pascale
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