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25 agosto 1978
Mina, la più grande interprete italiana di tutti i tempi, saluta il pubblico in delirio di Bussoladomani, Lido di Camaiore sulle note di “Grande, grande, grande” e s’incammina con passo sicuro e statuario verso il retro palco del teatro tenda che Sergio Bernardini, inventore vent’anni prima della dolce vita versiliese, ha fatto erigere per offrire adeguata esposizione ai suoi artisti prediletti, Mina Mazzini in primis.
La pestifera adolescente di una famiglia benestante cremonese con un tavolo riservato sin dall’inaugurazione della mitica Bussola di Focette lascia definitivamente le scene. E’ la stessa Mina che ha trascorso i pomeriggi estivi accanto al juke box all’esclusivo stabilimento balneare attiguo al night club a ballare i primi quarantacinque giri di rock & roll ottenuti da Bernardini grazie ai G.I. del non lontano Camp Derby, la stessa ribelle scatenata che duettava a squarciagola nella controra della siesta estiva con il fratello scomparso troppo presto di cui mai avrebbe più parlato negli anni a venire, Geronimo.
La vita privata ha messo a dura prova la cantante. Una nuova generazione musicale si sta facendo avanti. Lucio Battisti, si vocifera, voglia addirittura emigrare a Londra.
L’abbandono ha un senso. Pochi conoscono la decisione.
Bernardini n’è a conoscenza, così come la giornalista Natalia Aspesi che, durante la cena del dopo concerto, in uno dei pochi momenti di pubblico cedimento dell’artista, la conforta rassicurandola sulla scelta fatta.
Fra i musicisti che la hanno accompagnata per tutta l’estate, in quella che si rivelerà essere la sua ultima serie di show, tutti a Bussola Domani, pochi sono a conoscenza e si sono guardati bene dal comunicarlo agli altri.
Qualcuno, infatti, di lì a poco, s’incazzerà. Per loro accompagnare Mina è il massimo che un musicista possa chiedere.
Là, fuori Bussola Domani, sul viale Kennedy, ci sono qualche migliaio di persone che attendono il passaggio della Mercedes che non passerà più, né quella sera, né mai. La cantante è già al sicuro nella sua fortezza dorata del Forte dei Marmi, da cui ogni tanto resuscita, ancora oggi, per andare a vedere il mare d’inverno.
Termina così la vita pubblica della più grande interprete di canzoni che l’Italia, e forse l’Europa, abbia mai avuto a cavallo fra i due secoli. E lì dove termina la sua vita pubblica comincia la leggenda, mentre non si è esaurita, imperterrita e presente più che mai oggi, la sua produzione discografica, ben poco leggendaria, a dire il vero.
La canzone ha da sempre bisogno di grandi interpreti che trasformino un testo a volte banale, a volte poetico, in una gran canzone. E’ su questo principio che nei primi anni sessanta in Italia nacquero i cantautori, termine coniato fra il 1960 e il 1961, categoria considerata da qualcuno la rovina della canzone popolare. Ed è per mettersi al riparo da tale ipotesi che la discografia ha sempre richiesto grandi interpreti, per ridare alle canzoni scritte dai cantautori quello spessore interpretativo che, spesso, non era, e non è, il centro della ricerca in atto da parte dell’autore.
Tenco, Battisti, De Andrè, Iannacci, Paoli, De Gregori, Lauzi, Dalla; tutti hanno tratto beneficio dal suo “trattamento”. Mina, in altre parole, e solamente lei.
L’interprete cremonese ci ha aiutato con la sua voce a comprendere meglio perché quella canzone era una grande canzone, ed artisti come De Andrè affermarono pubblicamente che senza la versione di “La canzone di Marinella” interpretata “dalla Mina”, lui sarebbe stato pronto a riprendere gli studi universitari e lasciar perdere la carriera di cantautore.
Dalla sua casa/studio di Lugano, Mina continua, intanto che noi scriviamo di lei, a licenziare album che il suo pubblico devoto lancia primi nelle hit parade per vederli poi affondare dopo poche settimane. La media di produzionealtissima per l’asfittico mercato attualeè di due l’anno. Questa catena di montaggio senza sosta è il segno della iper attività dell’artista che, a dispetto dei palcoscenici abbandonati in quella sera dell’agosto 1978, resta alla continua ricerca di nuove canzoni.
Non è tutto; secondo un metodo consolidato, Mina, come prima di lei altri grandi interpreti femminili internazionali, quali Dinah Washington ed Ella Fritzgerald, oltre alla ricerca dei brani inediti da far vivere di una propria luce, si cimenta nel ricantare interi songbook tradizionali come quello della canzone popolare napoletana, una mastodontica opera tuttora in corso d’opera. In quest’operazione, compiuta solo da Roberto Murolo prima di lei, Mina sa che non avrà, né ora né mai, contendenti.
Nonostante l’impegno nella ricerca di nuove canzoni e songbook, non saranno questi i motivi a far passare alla storia la cantante di Cremona e ogni nuovo album vacilla. Quando si entra in un negozio e si vuol acquistare un disco della grande cantante ci si dirige verso il catalogo non si consultano le novità.
Mina è, infatti, figlia della televisione, di un oggetto che fa sembrare il passato presente. Nei suoi anni di vita artistica pubblica non si risparmiò fornendo un gran bel servizio alla Rai che non la ripagò abbastanza, un altro motivo legato all’abbandono. E’ dal monoscopio che nasce la leggenda, tale fu la sua forza d’urto.
Il resto lo fece il cinema, solidificando l’immagine di Mina, grazie in special modo al regista Lucio Fulci e allo sceneggiatore Piero Vivarelli, lo stesso team che aveva scoperto Celentano e che si era accorto in tempo della bella faccia da schiaffi di Fred Buscaglione.
Emigrata in fretta e furia ne la Roma de La Dolce Vita, Mina Mazzini alla guida di una sgargiante Jaguar nera l’unica in città diventa, così, l’unica teen ager in grado di competere con i vecchi ( e nuovi ) leoni della musica italiana.

Prima si trasforma, per il breve tempo di una stagione a nome Baby Gate, in Elvis Presley, Little Richard e Jerry Lee Lewis in gonnella in un sol colpo, la posta in gioco nel rock & roll all’italiana è però troppo piccola perché soddisfaccia una delle più determinate giocatrici di poker che la storia della canzone italiana conosca. La sfida con il repertorio italiano, che cambia assieme ai tempi e che Mina vincerà sia da subito così bene, inizia quindi per caso, per una scommessa, per una sete di conquista che Mina Mazzini si lascerà dietro le spalle solo la sera del 25 agosto 1978.
Come spiegare Mina a chi non l’ha vista su un palco, a quanti non l’hanno vista né sentita duettare dal vivo in tv nel 1972 con Lucio Battisti, colui il quale scriverà appositamente per lei, nella vana speranza di un assenso, alcune delle sue migliori canzoni, a quelli che non l’hanno vista in minigonna e magrissima e slanciatissima cantare l’emancipazione femminile in “Incosciente più che mai…Bugiardo più che mai” ?
Si vada a ripescare una delle sue prime interpretazioni in italiano, “Nessuno”, 1960. Si ascolti come una parola di tre sillabe “nes-su-no” si trasformi per merito del suo innato swing in una di quattro, “nes-su-u-no” per tornare poi di tre e poi ancora di quattro mentre la musica le gira intorno.
E’ un primordiale esercizio naturale di stile, l’effetto di mutazione linguistica avvenuta per merito di una canzone che entra nelle case e nella vita della gente, seguita subito a ruota da titoli come “Renato” con i suoi salti di tonalità, “Tintarella di Luna”, “Una zebra a Pois”, “Il cielo in una stanza” una delle prime a subire il” trattamento”.
Inutile cercare oltre.
Essenziale, immortale, intoccabile.
Mina.
Ernesto de Pascale
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