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La tirannia di una standing ovation

New York City. Broadway, la strada dei grandi teatri, delle star di ieri, di oggi, di domani. E quella vecchia canzone di The Drifters caratterizzata da una chitarrina col vibrato che ti frizzava nelle orecchie, suonata da Phil Spector, l’uomo dal braccio d’oro della musica pop americana dei primi sessanta. “They say the neon lights are brights On Broadway/ they say there’s always magic in the air”.
Qui è tutto un pullulare di prime, di grandi successi, di repliche, di standing ovations!
Ma qualcosa non quadra: i teatri sono spesso vuoti e i p.r. tentano di riempirli portando dentro vagonate di turisti giapponesi a caccia di folclore guardati a vista dallo scippatore. Una dopo l’altra le grandi produzioni chiudono e vengono sostituite da altre. Poche resteranno in cartellone fino alla prossima primavera, ancora meno fino all’estate. Con quello che costano…Eppure le pagine del Village Voice (il rosso fiorentino di Manhattan? chissà…) parlano chiaro: “standing ovations”, “the audience loves it”, “the greatest show of all the time”.
Così come nella musica pop anche nei musical di Broadway è oggi di moda regalare al pubblico uno o più bis, encore si chiama qui, per l’esattezza, anche se nessuno lo richiede: E’ una prassi, fa parte dello show e lo show – si sa – must go on!
La producer del musical “Taboo”; Rosie O’Donell mi dice soddisfatta “ abbiamo messo in scena 21 repliche e abbiamo ricevuto 21 standing ovation!” ma si dimentica di aggiungere che dopo la ventunesima replica la commedia aveva fatto cartella!
Viene allora da pensare che, proprio come nelle meccaniche della politica, l’intensità dell’ovazione non necessariamente riflette la qualità della performance. Questo non è più un fenomeno sporadico o legato a questo o a quel marketing di promozione ma un vero e proprio vizio tramutatosi in abitudine. Tanto che ho visto perdere il loro tanto decantato aplomb perfino agli algidi Britannici che sono soliti spergiurare e affermare su una pinta di Guinness che “ they only stands for the Queen”!, il che è tutto dire.
Il modo di partecipare descritto lascia alcuni perplessi come la vecchia attrice settantenne Chita Rivera, una vita vissuta a Broadway e solo lì, che sarcasticamente afferma “ da quando il prezzo dei biglietti è salito alle stelle e la gente spende 75 dollari per un posto a sedere si sente in dovere di alzarsi in piedi per far parte dello show”. Ma quale?
Che sia forse una sorta di terapia personale, l’eccitazione di un sipario che si chiude e si riapre? O forse, più semplicemente, per molti l’evento è simile a una partita di calcio dove saresti fuori posto se non esulti per un gol?
Doug Friedman, un attore che a Broadway ha un posto assicurato in ogni grande show, da “Tommy“ a “a Chorus Line”, è certo di ciò che afferma : “una standing ovation rende più facile una tenitura, gli impresari non sono così intelligenti. Per loro due più due fa sempre quattro!” e mi mostra una serie di gesti che – se piazzati al momento giusto – possono indurre il ruggito del pubblico e aggiunge con tono ammiccante “sono pronto a scommetterci se vuoi, fratello”. Ma io non sono suo fratello e anche se esulto per le 650 repliche di “ Hairspray ”, un musical infarcito di hits tratto da un simpatico filmetto di John Waters del 1989 sulla vita dei teenagers fra i cinquanta e i sessanta, non riesco a fare mente locale più di tanto.
I produttori devono fare il loro sporco lavoro, ne convengo, e sanno alcuni trucchi che li possono mettere al sicuro da tonfi pericolosi come riempire di amici e clacques una anteprima. Certo è, essi si difendono, che niente di ciò che fanno per lo spettacolo ha a che vedere con il proprio ego.
E visto le mille e più luci che si spengono ogni notte su Broadway, c’è da creder loro.
Il risultato di tutto ciò è che certi show – non di meno certi concerti – sono ormai concepiti e scritti per un pubblico esultante, in piedi dall’inizio alla fine. E’ il caso di “Mamma Mia” il musical che celebra i fasti del gruppo pop vocale degli Abba che, facendo leva su false pretese, tiene il pubblico in piedi a cantare per oltre due ore. Ma all’uscita pochi mi sanno raccontare il plot dei 120 minuti appena trascorsi.
Il meccanismo imperante è quindi quello di mettere in piedi una infatuazione infantilistica a uso e consumo del pubblico pagante. Ma quando è nato tutto questo? con la nascita del teatro in Grecia? A Roma, al Colosseo? no di certo, lì, fra pollice su e pollice giù nacque giusto solo la critica!. Ai tempi di Sheakspeare – ad esempio – tutti, invece, stavano in piedi ( i teatri erano costruiti senza posti a sedere!).Chissà, forse chi approvava si accoccolava. E’ cosa dimostrata da vari testi che intorno al diciassettesimo secolo le migliori interpretazioni teatrali già venivano sottolineate ma l’abitudine a cui ci riferiamo è chiaramente nata negli ultimi cinquanta del secolo scorso.
Fino alla metà degli anni sessanta molto raramente si tributavano standing ovations a questo o quell’artista – il critico del New York Times Jesse Mc Kinley mi cita come indicativa quella tributata a Zero Mostel in “Rhinoceros”, del 1961, passata alla storia per la sua durata: due ore di applausi!- ma poi le cose sono cominciate ad andare diversamente.
Mc Kinley azzarda una spiegazione tecnica: “ nei concerti di musica classica è impossibile alzarsi con lo strumento e andarsene, meglio rimanere lì fermi ad aspettare. Muovere via da un palco e fare rientrare sullo stesso un’orchestra sarebbe un disastro perciò se l’applauso si tramuta in standing ovation sul palco è tutto più semplice e il direttore di palcoscenico tira un respiro di sollievo”. Invece lo psichiatra dr. Bernard Schaffner, di 91 anni, fanatico di Broadway dagli anni trenta, tenta una interpretazione del gesto più semplice: “ la gente ha maggiore libertà – afferma argutamente – e la mette in piazza!”.
Insomma, se paragonate il teatro don la musica, anche lì da sempre ogni genere di musica ha avuto un tributo in qualche modo riconoscibile: i fan del jazz schioccando le dita e annuendo, quelli del rock 'n' roll illuminando le sale da concerto a giorno con i proprio accendini accesi( prima di dover smettere di fumare). Ancora oggi nell’Europa dell’ East il pubblico applaude ritmicamente per l’intera durata di uno spettacolo o batte i piedi a tempo, mentre il riconoscente ed educato pubblico giapponese può applaudire anche per venti richiami di sipario, senza mai lasciare il proprio posto a sedere.
Ma qualunque sia la motivazione l’effetto dell’incremento di standing ovations è stato accompagnato – così come in qualsiasi altra forma di inflazione – da una perdita di valore contenutistico. Perchè se ogni performance continuerà a ricevere una standing ovation questo cesserà di essere un complimento significativo e gli attori e o i musicisti che ne resteranno senza non sapranno più consolarsi nè sapremo noi come consolarli.
Avremo quindi bisogno di una nuova categoria di assistenti sociali?
Tovah Feldshuh, che recita il ruolo di Golda Meir in "Golda's Balcony," al the Helen Hayes Theater di Broadway, mi confessa che adesso la sua reazione favorita è quella del silenzio fra la fine di una battuta e l’applauso, quel sottile momento di sospensione prima di ciò che gli americani chiamano stunned ovation. “ L’altra notte – dice orgogliosa – ho contato fino a 14 prima che l’applauso scoppiasse!…”.
L’apprezzamento del silenzio come forma di tributo alla qualità potrebbe condurci a una percezione nuova della performance, meno urlata, più riflessiva. Ma ci vorrà del tempo perchè, per quanto abusata, sovraesposta e in qualche modo gratuita, la gran parte dei performers sarà felice di ammettere che un pubblico in adulazione fa bene all’anima. Sottolineando così lo spirito popolare se pur forse non più spontaneo di una Standing Ovation.


Ernesto de Pascale



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