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Ufficio facce, ricordo di Beppe Viola



Lo conoscevo bene “il“ Beppe Viola o perlomeno pensavo di conoscerlo bene fino a che un lunedì mattina non mi dissero che era morto per troppo calcio. Non potevo crederci!: un uomo così vitale, abrasivo, curioso che se ne andava da una momento all’altro per non tornare più. Rimasi di stucco o ogni volta che viene l’autunno il suo spontaneo umorismo e un innato senso dello swing mi ritorna in mente. E un pò mi incazzo perchè di gente come lui se ne sente davvero la mancanza…
Agli occhi del mondo era uno dei tanti giornalisti sportivi della classica domenica sera televisiva della Rai ma per chi lo aveva conosciuto era molto di più. Non si faceva pubblicità ma aveva troppe doti per tenerle tutte nascoste dentro un comportamento dimesso ma presente agli eventi in tutti i momenti.
Lo scovavo di continuo al bar della Rai di Milano a bere Aperol con ghiaccio anche d’inverno e a raccontare degli amici di una volta, della Milano dei sessanta, dei campetti di via Lomellina e dell’Ortica, di Porta Lodovica, della nascita del rock & roll, del Molleggiato, di Gaber e Iannacci, del “ Derby Club “, del calcio corrotto e dei caffè corretti che tirava giù giù giù la mattina presto.
Non l’ho mai visto all’opera, nè l’ho visto mai scrivere i pezzi che andava doppiando con la sua voce da incallito tabagista che cuciva abbinamenti arguti e provocatori tanto da far decidere a questo o a quell’allenatore tattiche e strategie diverse, da lui trasversalmente suggerite.
Qualcuno mi disse che Beppe Viola andava a braccio con quelle sue cronache sportive, guardava e riguardava il “montato” e poi, voilà!, improvvisava per la gioia dei presenti. “Il mio pubblico”, come li chiamava lui.
Intuivo avesse una memoria fotografica anche da come vestiva – sempre uguale- tutti i giorni: camicia bianca che spuntava dal maglione giro collo e giacca a coste larghe di velluto marrone scura, da cacciatore della Brianza.
Una volta mi vide e mi disse “ hey, Firenze ! vieni a farti un Aperol con me. Riscalda il cuore!!…”. Come dirgli no?
Era solito dire alla sua ristretta cerchia di amici che da lui non cercava lo show ma la verità: “ a me il calcio mi è passato accanto, dovevo fare il geometra” ma fu la vita a passargli accanto e a spintonarlo.
Beppe Viola era sicuro che si poteva prendere per il culo la vita e più volte, come un bambino dispettoso, nella brodazza ci aveva infilato lo scarafone ma fu la vita stessa – accortasene – a fargli tirar giù la sbobba tutta in un sorso, come olio di ricino, portandocelo via a soli 43 anni, una domenica pomeriggio, era il 17 Ottobre 1982, mentre stava lavorando in moviola per preparare il servizio su Inter-Napoli, una partita speciale in una domenica qualunque che proprio non gli voleva andare giù.
La Rai, “l’azienda che gli dava da mangiare”, era il suo “alibi”, diceva lui. E per comprenderlo basta leggere la “Lettera al Direttore” un abrasivo mea culpa di un qualunque sfigato funzionario di fascia incapace di sollevare la testa ( in “ Quelli che, racconti di un grande umorista da non dimenticare” ( Baldini &Castoldi, 1992) .
Un alibi che funzionò, dandogli tempo e modo di misurarsi con le canzoni ( “quelli che” più un intero album) di Jannacci, con la satira ( “l’incomputer” sempre con Jannacci) con il cinema ( “Romanzo Popolare” di Age- Scarpelli con Tognazzi e la Muti di cui curò i dialoghi, musica –indovinate un pò di chi ? – di Jannacci ) con le rubriche fisse ( “vita vera”, su “Linus”, fortemente voluta da Oreste del Buono).
Poi, finite le risse e le gag con Cochi e Renato, gli altri due amici di sempre, consumato l’alibi Viola tornava sul luogo del delitto, nella sede Rai di corso Sempione, a contatto con la “sua” gente, con i mille tecnici del montaggio che la domenica dopo la partita lo vedevano scapicollarsi nei corridoi per una corsa contro il tempo e contro la messa in onda in diretta della Domenica Sportiva, un programma che lui con il suo faccione tondo e stralunato tramutò in uno spettacolo cult non meno di quanto ci riuscì Gianni Brera. Il quale, nel “ coccodrillo” apparso il martedì successivo alla scomparsa scrisse su “Il Corriere della Sera” : “ E’ morto Giuseppe –Pepinoeu –Viola. Aveva 43 anni. (…) Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. (…)” : E continuava mestamente il poeta brianzolo “ Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa¸ tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: Una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di patetica follia. Ed io – concludeva Gianni Brera – che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore…” .


Ernesto de Pascale



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