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I’d rather drink Mississippi Muddy Waters


Il Taj Mahal è una delle sette grandi meraviglie terrestri.
La sua imponenza toglie il fiato.
Un misto di confusione e stupore ti assalgono quando te lo vedi apparire davanti.

Taj Mahal, nome d’arte dal 1964 del newyorchese Henry Saint Clair Fredericks è, invece, uno dei sette grandi meravigliosi bluesman viventi.
La sua imponenza toglie il fiato.
Un misto di confusione e stupore ti assalgono quando te lo trovi davanti.

E se il Taj Mahal è bizzarro per la sua posizione, Taj Mahal lo è per il suo comportamento.

Ma andiamo per ordine….

Roma: estate 1979. Steso sul bordo della piscina della villa del futuro regista e produttore cinematografico Massimo Costa ( 1953-2004 ) sita sulla via Cassia, un celebre cantante dell’epoca, del quale mi è stato fatta richiesta scritta non citare il nome, sta vomitando nell’acqua. Lo osservano: Sergio Talia, proprietario di Radio Luna, e la fidanzata Marta Flavi , Fiorella Gentile, giornalista di Ciao 2001 e conduttrice radiofonica e Marilù Safier all’epoca fica mostruosa, oggi confortante signora/annunciatrice dal ”Cis-Viaggiare informati”.
Un occasionale passante, cantante pure lui, senza particolari motivi ma con una smorfia rabbiosa sul viso, con un calcio nei fianchi, scaraventa in piscina il poveretto che rischia di affogare in venti centimetri d’acqua.
Saprò dopo che i due condividevano lo stessa manager. Nessuno dei presenti si sprecò, però, in più di una risata, compreso il poveretto.

Poco più in là, nella cucina ipertecnologica per l’epoca di casa Costa, un affamatissimo Enzo Carella sta cercando di farsi “due spaghi” ma è oggettivamente impedito dal trip in corso. Enzo veste gli stessi pantaloni a righe della copertina del suo più gran successo dell’epoca, “Barbara”, un must.

1979. Le radio private impazzano: sono in forza a Radio Luna Roma ma di Cicciolina nemmeno l’ombra, solo il ricordo di qualche pompinara sotto i tavoli che oggi fa la salottiera in tv, scopandosi gli amici della figlia.
A Roma ci sono 55 radio quell’estate, una notte resto sveglio per contarle tutte. E registrarle, una dopo l’altra.
Lo show che conduco con un nuovo amico romano Gianfranco Schiavone, “Combinazione Suono” programma Tom Petty & the Heartbreakers, Willie Nile, RockPile, Clash, Graham Parker & the Rumors e, non ultimo, Taj Mahal che sto impazientemente aspettando in questa divertente e multicolorata Babilonia.
Piste bianche che appaiono e scompaiono solcano il parquet, nessuno pensa che 26 anni dopo qualcuno avrebbe raccontato.
Io intanto mi sono incastrato nel cavo del microfono, accidenti!.
Invece di buttarmi via come tutti, infatti, ho preferito presentarmi alla festa con le attrezzature del “giornalista per caso”: Sony a cassette ultima generazione con tracolla, microfono Sennheiser 444, cavo lungo cinque metri, cuffia Koss pesantissima.

Di Taj Mahal neanche l’ombra il che complica – e non poco – la mia presenza. In questa caotica festa mi passa però davanti mezzo mondo, a cominciare da Lou Reed con il fidanzato travestito che io evito ( con Lou mi sarei preso le mie soddisfazioni molti anni dopo) fino a un giovane Walter Veltroni. A un certo punto vedo passare Vittorio Gassman con un paio di tipe bellissime ma non ne sono tanto sicuro. Ancora oggi mi chiedo se era davvero il grande mattatore. Di certo era uno che gli assomigliava parecchio e che, come lui, fumava molto
Io, fedelissimo all’impegno, però, attendo Taj Mahal. Lui e solo lui.

Passano i minuti ma di Taj Mahal neanche l’ombra fino a che qualcuno, impietositosi del mio stato, mi spiega che Taj è arrivato almeno da un paio d’ore con moglie e figlia e si è ritirato in una stanza a suonare.
Sono fatto accomodare.

La stanza è poco più grande di uno sgabuzzino tramutato in fumeria di droghe di qualsiasi tipo. La coltre spessa, poco per volta, si sta andando solidificando con il caldo umido della notte. Taj Mahal però va avanti indefessamente, un blues dopo l’altro, non gliene frega un cazzo. L’indifferenza è generale. Altrettanto la sua verso gli altri. La moglie dorme su un letto con il figlioletto stretto a se.

Taj Mahal, tra un brano e l’altro, beve da un bottiglione una bevanda marrone che, ad ogni sorso, produce nell’artista un rumorosissimo smottamento intestinale che si concretizza in rutti così sonori da spostare in un attimo solo la nuvola di fumo e farci tornare a rimirare le stelle. Solo allora il pubblico si risveglia dal torpore. Uno applaude solitario.

Sono molto meravigliato ed intrigato dal contenuto del bottiglione ma, dopo ore ed ore di torridi blues e rutti, Taj se n’andrà strascicando nelle sue ciabatte prese in prestito a qualcuno, portandosi il bottiglione appresso, senza che io sia riuscito a scoprire il segreto, nonostante una rocambolesca manovra di avvicinamento che mi aveva tenuto occupato per un bel po’.

La fuori, intanto, è accaduto di tutto e adesso una jaguar x2j( che scopro essere di proprietà di Sergio Talia di radio Luna) ha messo lo slanciato muso nel salotto della villa per illuminare quelli che stanno danzando “Freak Out “ degli Chic. Pochi sono quelli che sopravviveranno alla serata, sani e salvi.

Mi domando e domando in giro se l’atmosfera de La Dolce Vita dieci anni prima fosse stata simile. Vengo guardato male.

Torrita di Siena, Luglio 2005. Taj è ancora una delle sette meraviglie del blues. E’ ancora più imponente di una volta.
Un misto di confusione e stupore ti assalgono quando te lo vedi apparire davanti.

E’ vestito di nero, con il suo immancabile cappello di paglia, straw hat, e calza scarpe da pallacanestro rosse, più simili ad anfibi che a comode calzature per rimbalzi di palla al canestro. E’ affabile, il pubblico del festival blues gli porge vecchi vinili e più recenti cd da firmare.

Scruto con occhi attenti lui e il suo entourage e mi colpisce un particolare che mi riporta subito indietro a quel giugno 1979: la bottiglia da cui beve.
Essa contiene un liquido marrone. E se fosse lo stesso di quella sera ?

Mi avvicino. Lui se ne accorge. Io, memore dei precedenti, tento di monitorare i rumori, ma non sento nulla. Forse – mi dico – Mahal ha risolto i suoi problemi. Taj mi guarda di sbieco, proprio mentre si attacca alla bottiglia. E dopo aver tirato giù un gozzo consistente di liquido mi allunga l’oggetto e mi fa “Do you want some ?..drink, drink…it’s good”.

Incuriosito quasi gliela strappo di mano e osservo il contenuto. Dentro la guazza marrone galleggiano pezzetti di terra e radici, alghe ed erba. Guardo in trasparenza, ma il liquido è troppo denso.

“Mississipi Muddy Waters, ne porto sempre qualche bottiglia con me” esclama lui con il suo vocione, accompagnandosi con un sorriso smagliante e disarmante.
“Mississippi Muddy Waters?”, faccio io, “acqua fangosa del Mississippi?”, domando incredulo ad alta voce.
“That’s right, man,… it eases my pain…. mi cura i bruciori di stomaco….”spiega il sessantaduenne musicista di New York e continua “…è importante berne un po’ ogni giorno. It’s a healing medicine! Provala …”

Manca poco non vomito anche l’anima. Taj ride. Anche gli altri ridono. Io no.

Poi, con aria serissima mi fa, quasi a volermi ammonire:“mai dimenticare le proprie radici, man”.
E mi saluta strascicando via nelle sue ciabatte prese in prestito a qualcuno, portandosi il bottiglione appresso, senza che io sia riuscito a scoprire il segreto.

Esplodo in un rutto gigantesco. Impossibile non sentire, né nascondersi. Inizia a piovere. Taj ciondola la bottiglia prima verso l’alto poi verso il basso, con un gesto non dissimile da quello che il prete fa con l’incenso. Poi – è un attimo - il sole torna improvvisamente. C’è chi chiama tutto ciò con una sola parola magica: Mojo.
Meglio crederci, amici….

Ernesto de Pascale


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