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James Brown e il mago Sylvan
Entra James; non parla, ha un ghigno stampato in viso, la dentiera lucida, il parrucchino al suo posto ma chissenefrega, e quando già hai voltato gli occhi di pochi gradi lui è già li sopra a pompare come un matto, stretto nelle sue panciere e nei suoi mocassini ortopedici che lo fanno sembrare più alto. Venti minuti prima aveva fatto bestemmiare tutti, orchestra e capo-orchestra, perché aveva deciso di cambiare l'abito scelto per la diretta e allora tutti via di corsa come chierichetti a togliersi lo smoking per indossarne un altro, cinquanta dollari di multa a chi si presenta fuori posto. Là sopra poi, sotto i riflettori accesi, è un demonio: dopo due volte che lo vedi capisci che i passi sono sempre quelli ma sfido io chiunque a farli cosi bene e con la convinzione di chi non crede in altro. Un mestiere duro, durissimo, se pensate che poi Brown ce li ha avuti tutti contro, anche nei periodi di maggior successo: e come le cose si sistemavano aveva pronto qualche altro casino da combinare, qualche altra bugia immensa, o lombra della bancarotta! È che - vi piaccia o meno - i musicisti di colore sono dei gran bugiardi e, credeteci, questo è il loro bello. Sono così convincenti nelle loro piccole bugie infantili che ti mettono a tuo agio. Lo stesso è anche nell'orchestra di James: ai suoi musicisti non gliene frega niente di essere con l'uomo più funky della terra, per loro Brown è un padrone, uno che distribuisce le paghe settimanali. Poi - è naturale - quando James chiama eccoli tutti li pronti a dire sì. Con Brown sei fortunato, checchè se ne possa dire; giri il mondo e ti diverti e poi, si sa, i musicisti si lamentano sempre.
Mercoledi', primo giorno di esibizione dell'orchestra di James Brown e del loro capo ospiti di una tre giorni del programma televisivo DOC, era cominciato con una grande agitazione in studio. A partire dal regista che diventava pazzo con tutti gli artisti, combinando più confusione che altro, fino a noi redattori, confluiti a veder le prove dell'orchestra. Tutto regolare, prove come da routine, prove considerate da alcuni musicisti assolutamente inutili ma da rispettare, secondo contratto. Controllai la formazione: c'era John "Jabo" Stark, il batterista al quale è permesso di slacciarsi il papillon, Maceo Parker che vagava come un torello, il vecchio St. Clair Pinckney che non è mai diventato capo orchestra, "Sweet" Charles Sherell alle tastiere, capo orchestra quasi cinquantenne con la faccia da bimbo e con la permanente, Melvin Parker, fratello di Maceo alla seconda batteria, Martha Harris ai cori. Tutto secondo copione con in più l'eccitazione e della diretta. Ma l'eccitazione diviene veramente tale, e per motivi assolutamente differenti, quando il piccolo e fedele Sugar Ray, il maestro delle cerimonie, senza il quale nessun concerto di James Brown è veramente tale, entro nello studio 1 al pian terreno di via Teulada, Roma, per annunciare che Mr. Popcorn non sarebbe riuscito ad arrivare prima del giorno successivo. È il delirio: salta la scaletta, i piani alti di Viale Mazzini sbraitano, lorchestra si scatena in diretta in un funky irresistibile, come cavalli sciolti e liberi, leccitazione vera di un set mai ascoltato prima se non nei dischi strumentali per la etichetta King, ormai introvabili, con i musicisti che paiono una squadra di football dalle mille idee e dai mille schemi imprevisti. Evidentemente la disciplina di Brown, così severa anche se così fruttifera, li aveva compressi per molto tempo e qualcuno fra loro confesserà che era tanto che una cosa del genere non succedeva perché anche i vari esperimenti solisti si consumano sotto l'egida di Mr. Lost Someone.

Giovedì, aria di bufera in Rai. Se James Brown non arriva qui in tempo per la diretta non si paga nessuno! Ma lui, impeccabile, si presenta sulla porta della redazione, un minuto prima che scattasse la penale. È con la moglie (quella che da lì a qualche mese avrebbe picchiato a sangue) e con il manager Francesco Sanavio. Indossa una pelliccia simile a quella della donna (forse falsa), occhiali gialli a tutto viso e guanti da automobilista con nocche scoperte. Parlano di pace, di amore e di fratellanza mentre l'italiano cerca di convincerlo che qualcosa non era andata ed il giorno prima aveva dovuto sudare le proverbiali sette camicie per placare l'ira della produzione di "DOC", in quella occasione veramente benevola. Mi allontano perché mi sento di troppo. Ritrovai Brown qualche minuto dopo pronto ad andare in scena e mi saluta con lo steso grugnito a 32 denti che appare sulle copertine dei suoi lps più celebri. La domanda è semplice: "Mr. Brown, ma come si fa ad essere, funky, ma funky veramente, funky fino in fondo?". E lui guardandomi negli occhi mi risponde con una parolina che io avrei capito solo qualche anno dopo:Babablooba!

Ma oggi, Venerdì, suo ultimo giorno di presenza negli studi televisivi tutto pare normale, e questa è lora del caffe. Qui al bar della sede di produzione della Rai di via Teulada a Roma di gente strana ne gira tanta. Quasi tutta gente inutile. Ma alcuni di essi sanno perfettamente che se si allontanano di un solo metro da quel portone per loro inizia la strada del non ritorno. Eccolì davanti al bancone del signor Mario. Fra essi spiccano: Luca Sardella (quello col berretto verde e il pollice verde), Cristiano Malgioglio (quello che...omissis), Alda dEusanio (quella che Craxi...), il mago Silvan. Entra James; non parla, ha un ghigno stampato in viso, la dentiera lucida, il parrucchino al suo posto ma chissenefrega, stretto nelle sue panciere e nei suoi mocassini ortopedici che lo fanno sembrare più alto. Leccitazione infiamma il luogo, dei quattro personaggi citati tre sorridono invitanti,quasi fossero sicuri che The Godfather of Soul si rivolgerà a loro. Uno solo resta immobile a finirsi il suo cappuccino scuro senza schiuma. Brown fa gli ultimi due metri che lo separano dal bancone con una scivolata degna di Mother Popcorn e puntando un dito alla tazza del mago Silvan esclama Cappuccino!. Gli altri tre indietreggiano ormai già esclusi dal gioco, il mago guarda il nero cantante e poi sfila dalla manica destra dello smoking un poker dassi che offre sorridente a James. Brown esulta per linconsueto gesto producendo un nitrito che avrebbe chiamato a raccolta tutti gli Appaloosa di Tor di Quinto se non fosse che siamo a 5 km in linea daria da quel maneggio. Ma poco importa perché secondo me il grande miracolo del linguaggio universale si è compiuto. Mentre ciò accade la troupe del TG 1 è già lì con Mollica che tenta di intervistare in italiano con Brown mentre il mago Silvan perfettamente incipriato, imbalsamato meglio dire- non fa una piega e distribuisce colombe, tortore, qualche coniglio e un paio di topolini bianchi. Ma per The Hardest working man in the showbusiness questo è showbusiness, this is showbusness! Ed eccolo allora distribuire biglietti da visita che James estrae anchesso dalle maniche. È il trionfo dellillusionismo! Il Mago Silvan lo guarda benevolente, come un maestro il proprio discepolo, e da lì a un attimo dopo il senso della fratellanza universale si compirà in un abbraccio dei due fermato dalle telecamere di tutti i TG (è arrivato anche il Tg 3, intanto...)

Ernesto De Pascale
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