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Il Grande Ritmo dei Treni Neri

Io sono venuto fino a qua per ascoltare il Grande Ritmo dei Treni Neri. Se mai esiste.
Mi dicono che St. Louis sia il più grande snodo ferroviario sulla linea che unisce il Mississippi a Chicago. In questa città, i barboni che vivono sotto i ponti della ferrovia(o sopra)sono dei privilegiati al punto che Oliver Nelson(il sassofonista nero con la fossetta al mento) definiva le loro improbabili dimore come The Hobo’s Flats, gli appartamenti dei viandanti. Da quelli la vista lascia senza respiro! Oggi andrebbero a ruba se solo gli agenti immobiliari sapessero che essi sono i luoghi migliori per ascoltare il Grande Ritmo dei Treni Neri.

Ma di modi per ascoltare quel ritmo che prende il cervello e il cuore squassa ve ne sono anche altri: ecco perché considero il mio incontro con Marshall Chess un buon propulsore energetico alla mia ricerca.

Marshall è bianco, ebreo, figlio di emigrati, ex presidente della Rolling Stones Records, proprietario in toto di ciò che resta dell’impero che prese il nome da babbo Phil e da zio Leonard, la mitica Chess Records di Chicago che aveva sede al 2120 di South Michigan Avenue.

Marshall è, per sua stessa ammissione, un “White Nigger”, un Negro Bianco, insomma.

Lui la storia degli Hobo’s Flats già la conosceva, mi confesserà più avanti.

Quando lo incontro mi capacito immediatamente che se un Diavolo c’è deve avere il Phisique du Role di Marshall, no other way!.

A 55 anni suonati, che diventano quasi 60, nei primi cinque anni di frequentazione, Marshall è spiritato e mai domo come un teen ager in calore. Lo sguardo è quello del diavolo, sì…secco, tagliente, sprezzante….
Ha un tatuaggio sull’avambraccio sinistro che risale a molto, molto tempo fa, sembra uno di quei tatuaggi che aveva Braccio di Ferro!. I capelli sono –come spiegare-ritti…sì, insomma, stanno dritti sulla testa per qualche centimetro, lo rendono più alto, senza bisogno di sotto tacchi.

Chess è una specie di marinaio di ventura, la sua famiglia non doveva essere tanto diversa da lui,mi viene da pensare. Anzi, niente mi toglie dalla testa che quando Phil e Leonard arrivarono al mercato di Chicago portandosi appresso il loro vero nome, XYWZ, si dovettero sentire, anche solo per un momento, come Totò e Peppino a Milano,risolvendo il problema nell’attimo immediatamente successivo.

Motivo questo che rende Marshall sempre in controllo anche quando mi dice senza peli sulla lingua- e ci conosciamo da pochi minuti- che “ …se fosse rimasto con i Rolling Stones un altro anno sarei morto”.

Frasi di quelle che ti rivendi per tutta la vita, no?

Con Marshall non c’è neanche bisogno di mettersi a parlare per cercarlo di portarlo versi interessi più alti, verso l’essenza delle cose che Blues è già intorno, quasi lui te lo metta a disposizione.

Lo guardo parlare perché con quelli di una madre lingua differente dalla tua guardare parlare è metà capire e parto con il mio viaggio senza ritorno. Penso a quei dischi e a quei personaggi, un manipolo male assortito di talenti che combattevano con il quotidiano problema della sopravvivenza.

“Ma sarà stato veramente amato Marshall dai quei neri che andavano,magari controvoglia, a collezionare la loro paghetta negli studi di Totò e Peppino,Phil e Leondard” mi chiedo fra me e me. I due vecchi, infatti, dopo poche settimane dal loro arrivo, capirono subito che non era il caso di intraprendere il mestiere di orafo nel ghetto nero. I figli dei padroni, infatti, se puoi prima li pesti e poi gli chiedi scusa. E I due di essere pestati da una squadra di neri venuti su dal Sud nullatenenti ne avevano poca evidente voglia.

Marshall, infatti, espressione e profilo simile a una lama affilata marca “Kaimano” non dà l’impressione di averne prese poi troppe.

“Ho iniziato a lavorare presto-mi dice con il sorriso sulle labbra- a dodici anni accompagnavo mio padre al Sud. Era un lungo viaggio ma divertente. Portavamo I dischi della Chess a Sam Philips e poi a quelli della Imperial a New Orleans, a Cosimo Matassa, a poi continuavamo verso Ovest fino ad raggiungere Art Rupe , che ci ospita a casa sua perché era troppo tirchio per pagarci un albergo. Gli scambi migliori erano con Sam (Philips), comunque. Lui aveva Elvis e noi gli davamo le ultime facciate di Howlin’ Wolf che quando aveva lasciato il Mississippi era già un eroe locale. Tutti scambi alla pari, si intende;soldi fruscianti visti, pochi. Poi se c’era qualche artista nero che suonava noi si piazzavamo fuori dai juke joints e vendevamo i nostri dischi. Difficile che la comunità di colore ci ostacolasse, mio padre aveva con se degli ottimi lasciapassare….”.

Storia già sentita ma dalla bocca dell’”articolo originale” è già tutt'altra cosa. Più o meno risaputo ma ben più interessante è il seguito:” se c’era da portare qualcosa di scottante in giro io ero la persona giusta, chi avrebbe mai potuto pensare a un dodicenne….”.

E’ così che quando torna a Chicago con le ossa spezzate dai chilometri,il giovane diventa direttore del magazzino. E’ in quei posti che impara i segreti del successo e non di certo con artisti presuntuosi e orgogliosi come la combriccola di Willie Dixon e soci che avevano in mano il business delle registrazioni in città anzi, delle migliori registrazioni….

”In quel magazzino succedeva tutto perché l’idea di vendere dischi si concretizzava lì…Fummo noi a formalizzare l’idea di un “cartello” di distributori locali. Era semplice: noi distribuivamo per tutti ma vendevamo solo i nostri!!! Vuoi il nome di uno che venne massacrato dalla nostra distribuzione? Sun Ra. Sun Ra era uno molto fuori ma dotato di grande talento e suonava del blues deviato ma unico nel suo genere, questo è prima del suo trip….sai quante scatole di suoi dischi sono state mandate al macero?Pensa se ci fossimo tenuti quel materiale che dischi rari avremmo oggi per le mani…. Certo, un po' ci dispiaceva ma mio zio diceva sempre” Se è uno ti talento ce la farà ugualmente, non preoccupatevi. Pensate che servizio facciamo alla brutta musica, piuttosto….” Lui era così, impossibile cambiarlo, a suo modo aveva un’etica,no?… Noi mandavamo via al posto dei 45 giri di Sun Ra su etichetta Saturn altra roba e quando poi scoprimmo che aveva un ragazzotto bravo a suonare la chitarra,Buddy Guy, non facemmo storie: lo convocammo e gli offrimmo di incidere a suo nome per noi per qualche anno. Nessun premio di ingaggio, naturalmente!…” . Certo che all’epoca, senza pressoché alcun controllo era facile comportarsi così…”Guarda che le stesse cose le hanno fatte i vari Ertgun, Geffen, Stimi, Davis nei settanta….ti ricordi quanti album ”cut out” giravano all’epoca(“cut out”,tagliati, fuori catalogo, resti di magazzini) giravano per il mondo ? Vagonate di migliaia di dischi, anche “cut out” della Chess, quando noi avevamo perso proprio tutto il nostro potere…. Io sapevo benissimo che quello era il frutto di un lavoro che avveniva all’oscuro degli artisti, sia di quelli che vendevano sia di quelli che non vendevano….era una politica distributiva. Pensi che “Rumours” dei Fleetwood Mac avrebbe mai venduto così tanto se qualcuno non avesse fatto affondare qualche altra decina di dischi usciti più o meno in contemporanea , dello stesso stile, di altre etichette, che potevano, dopo tutto, anche solo, arrecare disturbo al cammino di un “Long Seller?”E aggiunge in una aureola di gloria” This is history, boy…. Questa è Storia , ragazzo….”.

Chess ha osservarlo bene qualcosa di funky. Ha una evidente radice Blues del Southside della sua città, l’indole dell’ebreo pure strozzino e non è una novità su come erano I rapporti con I musicisti alla Chess Records (“Hey sono io che pago per l’istruzione dei figli e dei nipoti di John Lee Hooker, Muddy Waters , Willie Dixon…non vorrete mica scherzare con me sui diritti d’autore e il valore di un campionamento, vero? ”dirà un giorno col sorriso sulle labbra all’editore di Zucchero che si era “dimenticato” di depositare un frammento di “Mannish Boy” di McKinley Morganfield” dai-concluse la discussione per tornare poi a parlare del Brunello di Montalcino che preferiva- ti faccio causa per 100.000 dollari, la vinco, ti faccio pagare le spese di procedura e poi ti invito a cena con tutta la tua famiglia o la tua amante, whatever…, a tuo piacimento!”).Marshall ha pure la sfacciataggine in the face dei business man della costa est( il suo intercalare preferito è tipicamente newyorchese”…whatever…”, per l’appunto) ma l’attitudine è proprio funky. Con lui non sai mai se sei in una bel mezzo di una discussione ai vertici del sistema discografico mondiale o in un negozio di barba e capelli.

“I dischi che producevo negli anni sessanta furono bistrattati da tutti e adesso sono forse I più ricercati dell’intero catalogo Chess. The Rotary Connection, Muddy Waters, Fathers & Sons. E pensare che I miei parenti mi affidavano questi dischi per farmi fare le ossa. Nella vita non si può mai dire che vincerà la partita, bisogna giocarla tutta…”mi dice con tono saggio.” E adesso mettetevi in fila e baciatemi il culo…”.

Mi compiaccio mr. Chess!

Sì, sì, è proprio lui .E’il diavolo con Il tatuaggio di Braccio di ferro.

Decido di andare avanti così imbeccandolo con qualche altra curiosità ma lui mi infila subito un’altra storia, questa ancora più pazzesca della precedente.

“In Italia conosco tutti!”esclama all’improvviso mende in tivù partono I programmi sportivi della domenica sera.

Andiamo bene, penso io.

“Negli anni sessanta Piccarreda padre mi manda a dire che vuole fare un disco in vero stile Chess con un cantante nero che ha un certo successo qui da voi, un tale Rocky Roberts. Io, all’epoca, mi occupavo di recuperare i soldi delle nostre edizioni associate in tutta Europa tramite la società di nostro controllo in Gran Bretagna, la Rondor. Per me venire a Milano era uno scherzo. La prima volta scesi qui al Visconti di Savoia, era il 1966. Mi parve di entrare in un libro di storia dell’ottocento…. Insomma… Vado da Piccarreda. Conosco Roberts: un tipo al quale a Chicago non avrebbero dato neanche il permesso di presentarsi alle serate per amatori. Incontro il suo manager. Ci mettiamo d’accordo per i soldi per registrare il disco a Chicago con una band locale ma questi mi spiega che per loro è un problema far uscire il denaro dall’Italia e mi offre un cambio a cui non potei dire di no: due Ferrari che avrei potuto scegliere io, direttamente a Maranello. Il giorno dopo mi fa venire a prendere da tre loschi figuri che assomigliavano a certe facce viste al confine fra il ghetto nero e quello italiano. Loro non parlano inglese, io non parlo italiano, naturalmente. In poche parole : a fine giornata mi ritrovo con un duetto testa rossa sotto il culo sull’autostrada Bologna –Milano direzione Milano senza sapere che cazzo farmene di questo bolide qui da voi.1 Tre avevano pagato le macchine di contanti fruscianti e mi erano state consegnate le chiavi di una di queste due macchine. Io non ho mai , giuro mai, firmato nulla! Come feci a farle arrivare in America?Ci pensò la Ri-Fi, ma Piccarreda mi confessò non averne mai saputo nulla di queste macchine. Io me le ritrovai sotto la porta di casa dopo qualche mese. Naturalmente, solo allora i masters di Roberts uscirono dai nostri uffici. Il disco?Beh!vorrei riascoltarlo….mai visti così tanti mafiosi in studio alla Chess Records in una volta sola. Mi ricordo però che il cantante, il manager e il loro entourage avevano una “tournee” di luoghi tipici sulla costa est che tutti noi conoscevamo essere ritrovi di mammasantissima. Un impegno da portare a compimento prima di ritornare, sani e salvi, direi a questo punto, in Italia!Ehi!, se vedete il vecchio Piccarreda ditegli che Marshall lo saluta,piuttosto….”.

A questo punto gli infilo l’ultima,tanto per confondere ancora di più le acque fangose, per vedere dove arriva la sua capacità di barare. ”Senti,Marshall- faccio io con nonchalance - mai sentito mai parlare del Grande Ritmo dei Treni Neri ?, mi dicono sia stato un pezzo italiano di una certa notorietà in America,proprio dalle tue parti…. Mi hanno parlato,tanto tempo fa,di alcune cover di artisti di colore” Certo! ”risponde sicuro allagando le braccia,bottiglia di birra in mano Chess” è una canzone soul. La suonavano sempre le radio di Philadelphia,anzi se vuoi chiamo il mio amico dj Ron Cornelius che ci può mettere in contatto con chi la portò al successo nel 1978…”.

Ecco la grandezza dell’uomo….ma certo,mi dico! : ecco la grande arte del comunicatore, del P.R. per vocazione! In un caso del genere, in una conversione dove era chiaro che io sapessi che lui sapesse che io sapessi che lui non sapeva né conosceva, la vecchia volpe è tornata in azione.

Marshall non si è posto nemmeno per un attimo il problema se stessi giocando , scherzando o prendendolo in giro e pur di non lasciare spazi ha risposto occupando tutti quelli di comunicazione possibile…

Qui ho davanti la old school di un mestiere che oggi si è corporatizzato con imposizioni, ricatti non solo morali,giochi labirintici del potere. Chess mette invece solo in atto l’unica arte che i vecchi discografici conoscevano, il barare, to gamble. Ecco la grande lezione: mai stare a guardia bassa, mai farsi cogliere impreparati…

Mentre rifletto e in testa mi risuona il Grande Ritmo dei Treni Neri. Marshall è già altrove, intanto, stravaccato con la postura di una rock star che riscuote il meritato vitalizio. La mente vola a un’altra storia, a altri uomini,ad altre variopinte umanità….

“Hey, Ernesto vogliamo risuonare “Electric Mud” di Muddy Waters con la band originale e Chuck D. dei Public Enemy alla voce. Ci sarà Martin, Martin Scorsese a riprendere la session. Ho Phil(Upchurch) in linea,lo vuoi salutare?…”


“Hey man, Big Time again, isn’t it funny?”


Ernesto de Pascale

Firenze 21.4/2002

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