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Imarhan – Aboogi

5 aprile 2022 by pdb in Dischi, Recensioni

(City Slang)
www.cityslang.com

Tamanrasset è una città posizionata nel sud dell’Algeria al confine con il nord del Mali e con il Niger. In quell’ampia zona desertica subsahariana, c’è il maggior concentramento dei tuareg (o tamashek come preferiscono farsi chiamare) anche maliani scappati al di là del confine perché avversati fin dagli anni sessanta, e oggi ancora perseguitati, ma da gruppi di fondamentalisti islamici che vogliono imporre la sharia. In quella sorta di loro feudo, gli abitanti del deserto riescono a sopravvivere con la determinazione e un encomiabile coraggio. Una figura di spicco della cultura tuareg è l’anziana cantante algerina Lalla Badi, apostrofata anche come regina, da noi conosciuta grazie ad uno degli immancabili capitoli discografici dei maliani Tinariwen, Live In Paris, dove è presente in tre pezzi. E’ stata anche organizzatrice di serate musicali a Tamanrasset, da dove proviene la giovane band Imharan la quale, per sancire ancora di più il legame con la propria terra e la loro cultura, per la prima volta ha registrato questo ultimo disco, il terzo, nello studio di registrazione che ha allestito qualche anno fa nella suddetta città, chiamato Aboogi (ecco spiegato il titolo del disco), termine che indica i primi insediamenti costruiti dai loro antenati nomadi in quella zona. Ogni volta che torniamo ad ascoltare quelle sonorità, da Ali Farka Touré, ai Tinariwen, dai Tartit a Samba Touré, a Bombino, e altri, le percezioni sono immutate, si è carpiti da una spirale seducente e ipnotica fatta da geografie stilistiche tradizionali dei tuareg, dei paesi del magreb, di blues, di rock. Ovviamente succede anche per gli Imarhan, nucleo di cinque musicisti, con chitarre, basso, percussioni, voci. Per gli artisti tuareg la musica e le tematiche hanno sempre avuto la stessa importanza, sono molto sensibili nel manifestare alcune riflessioni circa le condizioni socio/politiche, interne e non, i soprusi degli uni verso gli altri, le condizioni riguardo le problematiche ambientali, tutto cantato nelle loro lingue d’origine, a noi incomprensibili, e per questo anche il disco in questione è correlato di un libretto con la traduzione in inglese. Senza soluzione di continuità in tutte e undici le tracce si è sedotti da quei suoni che si alzano dal deserto come la sabbia sollevata dal vento, giungendo a noi con inebrianti avvolgenti folate. L’inizio è già eccellente, Achinkad, è aperto da una chitarra acustica e voci suadenti, per poi cambiare verso con chitarre elettriche e dar vita a quell’irresistibile suono ipnotico. Un incalzante crescendo elettroacustico di canto, controcanto, battito di mani è il trascinante, Derhan, mentre in, Tindjatan c’è al canto uno dei fondatori dei Tinariwen, Abdallah Ag Alhousseyni. Sono più voci ad arricchire, Assossam, mentre solo una voce maschile, il leader degli Imharan, una femminile, Sulafa Elyas, e una chitarra acustica, offrono un momento di pathos in, Taghadart. Molti artisti occidentali sono andati nel deserto con il desiderio di collaborare con musicisti tuareg, qui è toccato a Gruff Rhys leader della band gallese Super Furry Animals, che duetta in, Adar Newlan. In chiusura abbiamo volutamente sovvertito l’ordine dei pezzi perché, Tamiditin, è l’ultima toccante registrazione prima della scomparsa del leggendario Tinariwen conosciuto come, il giapponese, la sua voce qui malinconica se le presa per sempre il deserto.
Sentivamo la mancanza di nuovi segnali discografici provenienti dal deserto subsahariano, ci hanno pensato gli Imharan con uno dei migliori dischi dell’anno.

Silvano Brambilla

 

Tracce

Achinkad

Derhan

Temet

Tindjatan

Asof

Assossam

Taghadart

Laouni

Imaslan N’Assouf

Tamiditin

Adar Newlan

 

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