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	<title>il popolodelblues &#187; Rivista elettronica fondata da Ernesto de Pascale articoli, recensioni, link, informazioni su artisti eventi</title>
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		<title>Marco Vignazia -Prison Blues, il Potere Salvifico Della Musica-</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 19:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Brambilla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[blues]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Vignazia]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Piolanti]]></category>

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		<description><![CDATA[Prison Blues, intervista a Marco Vignazia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook-5049-sat.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-27827" title="prison-songbook-5049-sat" src="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook-5049-sat-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Sara Piolanti, cantante, e Marco Vignazia, chitarrista, ad un certo punto delle loro stimate singole carriere, si sono artisticamente uniti per approfondire una questione dolorosa quanto indispensabile nell’accrescimento della musica e cultura del popolo afroamericano, le Prison Song. Quando eseguite, da chi in svariati periodi è stato detenuto, sono state come le ali della libertà, un ipotetico volo oltre la drammatica condizione carceraria, per raggiungere considerazione, affetti, dignità, desideri. Il progetto di Sara e Marco, oltre all’aspetto artistico, ha un forte senso umanitario. Non è un concerto, non è uno spettacolo, non è un’opera teatrale, è un profondo sentimento dove la voce e la chitarra recitano le rispettive parti e si amalgamano con un pathos che contagia qualunque tipo di ascoltatore, in questo caso, dal vivo, come è successo un paio di anni fa, prima a Imola, grazie al compianto Ermanno Costa, e successivamente nel carcere di Ferrara, grazie a Mario Pantaleoni.  Ottima poi l’idea di mostrare, in doppia lingua, su uno schermo, i testi dei pezzi che eseguono, tratti anche dal loro EP, 5049, come: Mississippi Country Farm, Judge Harsh, Ball and Chain, When Can I Change My Clothes, Lonesome Blues, Electric Chair. Di questo ed altro abbiamo chiacchierato con Marco Vignazia.</p>
<p><strong>Guardando a casa nostra, la maggior parte di chi si dedica alla musica blues, pone l’attenzione su una condizione apostrofata da nomi di luoghi o città. Blues del Delta, blues di Chicago, del Texas, della Louisiana, della California, ecc. È alquanto raro che qualcuno ponga l’attenzione su quel “mondo a parte” che è la condizione carceraria, abitata da tante storie che hanno contribuito a formare l’idioma del blues. Quale è stato il motivo che vi ha portato ad approfondire le Prison Song.</strong></p>
<p>Già da tempo mi stavo ponendo la domanda se esistesse o no un filone del blues identificabile come, “blues carcerario”. In seguito ad un live a Ravenna, durante il quale eseguii con il mio gruppo acustico, i Delta Mud, un paio di pezzi di Bukka White, il gestore del locale mi disse: certo che potreste fare una intera scaletta di questo blues dei galeotti. La cosa mi rimase lì nella testa per diverso tempo. In quegli anni non suonavo ancora con Sara Piolanti e sentivo che abbracciare un repertorio così incentrato sull’espressività vocale, non era ancora una cosa alla mia portata, però iniziai un processo di ricerca che ebbe uno sviluppo concreto diversi anni più tardi, quando è iniziato il percorso con Sara Piolanti. È purtroppo vero ciò che fai notare, la mancanza di ricerca da parte dei musicisti italiani, che tende a non dare importanza a questo tipo di approfondimenti, non tutti ovviamente, per esempio un brillante ricercatore è Roberto Menabò e sicuramente ce ne sono altri. A ben vedere sono estremamente importanti per capire l’origine stessa di questo genere. C’è d’altra parte una esigenza che comprendo anch’io, cioè quella di non fare troppo i “professorini”, ma di volersi concentrare anche o soprattutto sulla performance. In questo senso, Prison Songbook, non rinuncia alla libertà e alla forza interpretativa in virtù dell’esecuzione, come a dimostrare che i due aspetti, quello di ricerca e quello esecutivo viscerale possono convivere tranquillamente. Tornando alla ricerca, abbiamo chiesto riferimenti ad alcuni esperti, tra cui lo scomparso Marino Grandi che ci ha segnalato le registrazioni di Harry Oster nel carcere di Angola verso la fine degli anni sessanta. Queste indicazioni si sono rivelate centrali per lo sviluppo di, Prison Songbook.</p>
<p><strong>Perché la musica blues</strong></p>
<p>Il blues non è solo una parola ma un sentire collettivo. È difficile capire come una musica nata geograficamente così distante da noi in realtà riesca ad incrociare la sensibilità di persone con dei vissuti dissimili. La mia opinione è che se dovessimo essere pienamente consapevoli di tutto il dolore che questa parola porta con sé, non dovremmo nemmeno pronunciarla, il che non significa che non dovremmo trasmettere le nostre emozioni tramite questa musica, ma essere almeno consapevoli che il Mississippi sia stato, l’Auschwitz degli africani, questo sarebbe almeno doveroso. Per quanto mi riguarda ho conosciuto questa musica assistendo ad un concerto di R.L. Burnside, e mi considero fortunato perché ho attinto alla fonte senza dovermi imbattere in fiacchi imitatori.</p>
<p><strong>La storia ci dice che la maggior parte degli “abitanti” di quel mondo a parte erano/sono afroamericani, dunque, ci sono esempi di bluesmen che hanno suonato e registrato nelle carceri americane, ma ci sono stati anche musicisti bianchi che lo hanno fatto come, Joan Baez, Johnny Cash e Pete Seeger, il quale si recò nel penitenziario di Huntsville in Texas per documentare e registrare canti tradizionali afroamericani. Eppure questi ultimi stimatissimi artisti non sono dei bluesmen. Questo significa che la situazione carceraria negli Stati Uniti è molto sentita?</strong></p>
<p>Da ragazzo avevo letto una frase da un libro di Fabrizio Venturini che riporto come me la ricordo: peggio della condizione di un nero, c’era solo quella di un bianco finito in miseria. Questo per dire che il carcere era una scatola contenente una umanità diseredata, senza distinzioni di colore della pelle, ma con un tratto comune, l’essere ai margini della società. Riguardo invece agli artisti che si sono esibiti nelle carceri, c’è secondo me, anche un aspetto di dichiarata sensibilità verso il sociale. Se pensiamo a B.B. King con i suoi celebri live, ci rendiamo conto che lui in quel momento cantava per la sua gente, portando un messaggio di riscatto sociale/storico fortissimo e di grande speranza, molto più di Johnny Cash per il valore politico di quelle esibizioni in quegli anni.</p>
<p><a href="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-27831" title="prison-songbook2" src="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook2-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p><strong>Perché secondo te, negli Stati Uniti, etnomusicologi, musicisti, discografici, hanno potuto entrare nelle carceri a registrare e documentare, mentre da noi è quasi impossibile</strong></p>
<p>Intanto stiamo parlando di periodi storici molto diversi. i Lomax nei primi anni del 900 lavoravano per il governo degli Stati Uniti per la Libreria del Congresso. Gli Stati Uniti stavano cercando di ricostruire una identità storica, essendo una nazione giovane non c’era l’esistenza di una documentazione orale/musicale. Per i Lomax entrare in un penitenziario dove gli era giunta voce che c’era un sacco di materiale da registrare, era una scorciatoia rispetto a girare gli States col furgone. Ovvio che non potevano sapere di trovare un Leadbelly o tutte quelle magnifiche work song. Diverso il caso di Harry Oster che, forte dell’esperienza dei Lomax, sapeva che i penitenziari potevano essere una “miniera d’oro”. Quando invece parliamo della condizione italiana, bisogna precisare che a parte la necessaria burocrazia per accedere a quegli istituti, esistono molte cooperative che si impegnano in attività rieducative e che creano occasioni di crescita per i detenuti, “recuperabili”. Ti faccio un esempio. Un paio di anni fa portammo, Prison Song, nel carcere di Ferrara (grazie al compianto Ermanno Costa) e prima della nostra esibizione ci fu una introduzione di una cooperativa che trasmise una serie di documentari sulla attività svolta in carcere. C’erano diversi ragazzi che cantavano le loro canzoni e nei testi era ricorrente il richiamo all’errore che avevano commesso per finire in carcere. Ovviamente il sistema musicale adottato era il classico talking, tipico dell’hip hop o della trap, ma io non vidi una grande differenza tra quella narrazione e quella di una Robert Pete Williams (con i dovuti distinguo). Quindi, se vogliamo, di materiale da registrare ce ne sarebbe molto anche da noi oggi. Va sottolineato che tutte le normative sulla privacy rendono le registrazioni, non impossibili, ma parecchio complicate.</p>
<p><strong>Il vostro progetto vede te e la cantante Sara Piolanti, dunque, una figura femminile. La maggior parte delle registrazioni delle Prison Song negli Stati Uniti, sono state fatte con detenuti maschili. Sappiamo però che, pur in maniera ridotta, c’è anche la parte femminile. Perché secondo te è stata scarsamente presa in considerazione.</strong></p>
<p>A questa domanda onestamente non saprei dare una risposta. Si potrebbe pensare che le registrazioni fatte in prima battuta negli anni trenta dai Lomax fossero incentrate sul reparto maschile del carcere di Parchman Farm, mentre Oster, che ha registrato a fine anni cinquanta, probabilmente ha avuto la possibilità di farlo anche nella sezione femminile del carcere di Angola. Tra le artiste che mi hanno colpito di più c’è Odea Matthews. Non credo che ci fosse una discriminazione di genere da parte degli etnomusicologi, anche perché si trattava di persone estremamente progressiste, e additate di coltivare idee socialiste, quindi controllate a vista.</p>
<p><strong> L’attore Peppe Lanzetta disse queste parole: se fossi un detenuto vorrei un libro per volar via oltre le mura del carcere.  Pensi che il volar via possa valere anche con la musica?</strong></p>
<p>Credo che la musica sia una emanazione spirituale importante e insostituibile, un vero e proprio medicinale per l’anima e quindi sono d’accordo con Peppe Lanzetta. Va comunque sottolineato che il valore di compatimento, inteso come condivisione di una condizione, può trovare nella musica un elemento fortemente aggregante e quindi l’atto stesso di suonare con qualcuno o per qualcuno aiuta spesso le persone a star meglio. Nel caso specifico del blues carcerario si è assistito ad alcuni esempi molto forti in quanto questa musica è riuscita a superare le sbarre permettendo ad alcuni detenuti di reinserirsi nella società, non più da persone da tenere a distanza ma da stimati artisti.</p>
<p><strong>Nella foto di copertina del vostro disco, contenente sei tracce, Sara Piolanti ha nella mano destra una catena, ed il richiamo alle chain gang è evidente. Ti chiedo invece il significato del numero, 5049.</strong></p>
<p>Quando iniziammo il nostro percorso, una delle prime tappe che ci eravamo proposti di toccare, era quella di suonare negli istituti penitenziari italiani. Purtroppo l’avvento della pandemia rimandò questo passaggio di diversi anni, e solo nel febbraio 2026, riuscimmo a portare il nostro progetto nel carcere di Ferrara, grazie all’interessamento di Mario Pantaleoni. In quella occasione ci vennero assegnati due pass con il numero, 50 e 49. Quando si trattò di trovare il titolo dell’EP, mi vennero in mente quei due numeri, che rappresentavano la possibilità di entrare ed uscire da persone libere da un istituto penitenziario, e di poter vivere quella esperienza e di poterla raccontare. Quei numeri erano un po’ anche come le canzoni dei detenuti afroamericani che erano uscite dalle sbarre di una prigione prima di loro, e avevano iniziato a far conoscere al mondo quella realtà. Sì, nella foto di copertina, Sara tiene in mano una catena, è un’immagine molto simbolica, perché finché la catena tiene te, tu sei prigioniero, quando invece sei tu a tenerla sei un uomo libero. Fissare la catena significa porsi il problema della differenza tra libertà e coercizione da un punto di vista privilegiato, cioè quello di artisti liberi. Si tratta quindi, nella sua semplicità, di un’immagine molto forte, realizzata da Massimo De Rosa.</p>
<p><strong>Se non vi foste occupati di musica blues, ma di folk, country o altro, vi sareste comunque interessati al tema</strong></p>
<p>Chissà. Le circostanze potevano anche essere diverse, ma la sensibilità verso il sociale, l’empatia quella no. Ad esempio, Sara ha sempre avuto particolare attenzione verso le dinamiche sociali, anche con la sua esperienza con i, Caravan De Ville. Con questo spero di aver risposto alla tua domanda.</p>
<p><strong>Com’è strutturata la vostra proposta, quando la proponete nelle carceri e come reagiscono i detenuti. La proponete anche in concerti nei locali, nei festival, nelle rassegne ecc.</strong></p>
<p>Prison Songbook non viene proposto nei locali, perché non facciamo intrattenimento o sottofondo. Diamo voce ad un messaggio che deve essere ascoltato. Un messaggio che chiede rispetto e attenzione quindi, tutte le manifestazioni che hanno un pubblico attento ai contenuti sono benvolute, per le altre facciamo un altro repertorio. Lo spettacolo che facciamo prevede nel fondale la proiezione dei testi cantati in doppia lingua, per poter rendere accessibile il contenuto poetico dei pezzi proposti. Questa cosa è determinante perché aumenta il livello di empatia durante lo spettacolo, determinando a volte reazioni emotive come il pianto e la commozione rispetto ai temi trattati. All’interno del carcere i detenuti sono stati un pubblico attento e partecipe, hanno tenuto il tempo con le mani e ci hanno restituito tantissima energia e vitalità. Va aggiunto che con Sara si è creato un dialogo su alcune tematiche trattate, con sviluppi inaspettati soprattutto quando abbiamo iniziato a proporre delle work song, molto apprezzate da alcuni detenuti che hanno avviato una vivace ma pacifica discussione sul valore del tempo e del lavoro.</p>
<p><strong>Ti chiedo ora di presentarti e presentare Sara Piolanti. </strong></p>
<p>Sara Piolanti è una cantante straordinaria con delle doti interpretative fuori dal comune, capace di rendere i testi una cosa viva ed emozionante. Non imita nessuno, ha un registro espressivo vastissimo e personale. Riesce a passare dal blues al jazz con una fluidità impressionante. La musica blues è sempre stata la sua seconda pelle. È stata la cantante di Vince Vallicelli, poi con i Caravan De Ville ha abbracciato anche il folk rock, ed in seguito ha avviato la carriera solista, vincendo nel 2011 il premio De Andrè, con il brano, Io Ero. Ha un disco a suo nome, Farfalle Falene. Io mi sono sempre mosso all’interno del blues, approfondendolo per quanto mi era possibile. Nel corso degli anni ho collaborato con tantissimi artisti italiani e non, che mi hanno permesso di crescere e di avere una visione più ampia e matura. Ne cito alcuni. Angelo “Leadbelly” Rossi, Claudio Bertolin, Joe Galullo, Massimo Sbaragli, Paolo Ganz, Massimiliano Testa, Massimo De Rosa, Matteo Maida, Enrico Canestrari. Ho anche cercato di sviluppare un mio repertorio in italiano e a testimoniarlo c’è il recente disco dei Delta Mud, Fango. Ho suonato in tantissimi festival e locali, e sono sempre aperto a nuove collaborazioni quando la materia è buona.</p>
<p><a href="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-27832" title="prison-songbook3" src="https://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2026/09/prison-songbook3-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a></p>
<p><strong>Hai detto che stai cercando di sviluppare un tuo repertorio in italiano. Ci sono già stati esempi in merito e a riguardo hanno creato discussioni fra addetti ai lavori e appassionati. Come mai questa scelta.</strong></p>
<p>Fango è dedicato all’alluvione che ha colpito la Romagna. Nel testo della canzone che intitola il disco, si fa riferimento ad alcuni luoghi che hanno subìto la furia degli eventi atmosferici. Non è casuale quella di inserire i nomi dei luoghi, ma una mia precisa volontà di citare, Charley Patton, come tipologia di scrittura che racconta fatti. Quando mi parli di blues in italiano, so benissimo che ci sono appassionati che lo vedono come il fumo negli occhi. Ma la questione è un’altra, come possiamo essere credibili come artisti se quando scriviamo canzoni non riusciamo il più delle volte a raggiungere un livello poetico. Pretendiamo di essere presi sul serio quando utilizziamo la lingua di un altro paese di cui ignoriamo tutta la cultura poetico-metaforico letteraria? Come possiamo credere di essere dei De Andrè o dei Paolo Conte quando scriviamo in inglese? È ridicolo solo pensarlo, semplicemente si tratta quindi di un atto di buon senso scrivere nella propria lingua, cercando di creare canzoni con metafore e poetiche interessanti, e cercare di spingere perché il mondo del blues accetti questo come un atto di maturità, non come posizione antisistemica e autolesionista. Per esempio nel disco dei, Delta Mud, c’è un brano dal titolo, Polvere Rossa, dove descrivo l’acciaieria ILVA come un” purgatorio d’acciaio sul mare, ciminiere, guglie di cattedrale”. Una immagine che evoca atmosfere gotiche e cupezza che non avrei mai saputo rendere in inglese o in nessun’altra lingua.</p>
<p><strong>Ti è mai capitato che un giovane fruitore di musica ti avesse detto, cosa c’è che può affascinare ancora una musica ultracentenaria come quella blues.</strong></p>
<p>No, ma mi è capitato a fine concerto, alla prima di, Prison Songbook, a Lendinara, che una ragazza di sedici anni mi chiedesse chi era, Robert Pete Williams, artista che non conosceva fino a quel momento. Con, Prison Songbook, ho capito alcune cose rispetto alla comunicazione con persone diciamo, “non addette ai lavori”, che non necessariamente devono conoscere il blues per apprezzarlo. Però vanno incuriosite e stimolate. Se uno ci pensa bene, il pubblico degli eventi culturali è più ampio di quello del blues e muove più risorse. Per catturare quel tipo di pubblico bisogna fare leva su una narrazione più interessante di, “stasera suona Big John, chitarrista di Koko Taylor”, perché nella struttura del messaggio dai per scontato che le persone che lo leggeranno conoscono Koko Taylor e che sanno che Big John è un mago della sei corde. Altra cosa è “stasera serata dedicata alla musica come riscatto storico e sociale dei detenuti, concerto del progetto tal dei tali”. Questa comunicazione attiva la curiosità.</p>
<p><strong>In ordine casuale, concerti, dischi, libri, film, documentari. Come li metti in sequenza per avvicinarsi alla musica blues e alla cultura del popolo afroamericano.</strong></p>
<p>Secondo me bisogna avere un atteggiamento naif rispetto a questa musica. L’eccesso di consapevolezza ti porta ad un accademismo e a un manierismo che non le appartiene. Se guardiamo alla musica dal punto di vista della letteratura, sarebbe un po’ come descrivere i colori a un cieco. La musica va prima ascoltata col cuore, poi espressa col corpo (ballo o simili, musica suonata, ecc), poi libri, film, documentari, servono tutti a una crescita della consapevolezza, alimentata spesso dal romanticismo, il quale spesso non guarda la realtà per quello che è, ma per come vorremmo che fosse. Così i campi di cotone dove i neri erano costretti a lavorare a suon di frustate, dove i figli venivano portati via ai genitori per essere rivenduti, diventano lo sfondo per cartoline in cui farsi riprendere per far vedere quanto si è convintamente blues. Un naif direbbe semplicemente: che ci fai in quel campo? Esci subito che hanno appena dato l’insetticida! Sembra una cavolata ma il blues è molto più concreto di quanto noi non possiamo immaginare su molte cose. Quindi al di là dei discorsi, dal mio punto di vista, bisogna tutelare l’ingenuità naif che ci fa avere uno sguardo pulito sul mondo, e il cuore aperto per riuscire ad apprezzare veramente il blues come musica e come cultura.</p>
<p>Silvano Brambilla</p>
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		<title>Scarlet Rivera: &#8220;quando ho incontrato Bob Dylan è stato un semplice scherzo del destino&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jun 2023 19:54:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Parodi]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Scarlet Rivera]]></category>

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		<description><![CDATA[A colloquio con Scarlet Rivera, storica violinista di Bob Dylan, attualmente in tour con Andrea Parodi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Scarlet-Rivera-Dylan-Dreams-202221.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24984" title="scarlet-rivera-dylan-dreams-20222" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Scarlet-Rivera-Dylan-Dreams-202221-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
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<p>Scarlet Rivera, ben nota come la busker che Bob Dylan scoprì in maniera casuale e assolutamente al di fuori dei canoni odierni della collaborazione tra artisti, è in tour in Italia a fianco del cantautore Andrea Parodi e insieme faranno concerti fino alla fine di luglio affrontando date che non solo sono l’occasione per ascoltare buona musica d’autore ma che in alcuni casi sono dei veri e propri happening. Come nel caso del 29 giugno a Piacenza quando incontreranno sul palco Dori Ghezzi o come il 16 luglio a Piombino dove, grazie alla Fondazione De Andrè, verrà presentata in anteprima la traduzione di Hotel Supramonte. Scarlet Rivera ha da poco realizzato un EP con canzoni di Bob Dylan intitolato Dylan Dreams dove oltre a suonare il violino canta in tutti i brani. Inoltre è da poco uscito in occasione della giornata mondiale dei rifugiati Shahida, triplo album con 36 canzoni e in quest’occasione Rivera partecipa con il brano Senor, tratto da Street Legal album del 1978 di Bob Dylan.</p>
<p><strong>Scarlet come hai incontrato Andrea Parodi?</strong></p>
<p>Ho incontrato Andrea nel 2019 tramite Eric Andersen con i quali abbiamo fatto delle date in Italia e in Austria e In Svizzera, sono tornata poi un’altra volta in Svizzera per un contest su Bob Dylan nel 2022 poi ho continuato con il mio tour da solista anche in Norvegia. A quel punto Andrea mi ha richiamato per un tour più lungo e importante quest’anno.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Andrea-Parodi-e-Scarlet-Rivera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24980" title="andrea-parodi-e-scarlet-rivera" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Andrea-Parodi-e-Scarlet-Rivera-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
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<p><strong>Visto che hai intrapreso anche il ruolo di cantante, ci sono cantautrici che oggi apprezzi?</strong></p>
<p>Amo molto Brandi Carlile che rappresenta bene il genere Americana e poi logicamente Joni Mitchell! Non so molto delle cantautrici giovani che dovrei seguire molto di più ma Brandi ti posso dire che non è solo una cantante ma ha introdotto nel business molte giovani artiste e quindi svolge un ruolo molto più importante.</p>
<p><strong>Per le donne è più facile il mondo del music business oggi rispetto a quando cominciasti tu?</strong></p>
<p>Penso che per molti aspetti sia migliorata dato che le compagnie discografiche ora sono drasticamente respinte da artisti che hanno voglia di fare da soli. Questo significa che come donna sei cosi’ autodeterminata e cosi cosciente nel raggiungere il tuo obiettivo che a quel punto dipende tutto dalla dedizione e gli sforzi che ci metti per farcela ed essere pronta a cogliere le opportunità, quando ho incontrato Bob Dylan del resto è stato un Simple Twist of Fate! (ride).</p>
<p><strong>Cosa ricordi dell’incontro con Bob Dylan e del primo album realizzato con lui, Desire?</strong></p>
<p>Me lo ricordo come se fosse ieri! Cominciai la mia giornata ordinaria senza sapere cosa sarebbe successo ma avevo il mio numero fortunato: il tredici! E quindi stavo camminando nella tredicesima dell’East Village di New York mentre una macchina marciava lentamente vicino a me, un finestrino si abbassò e una voce mi chiese “Puoi suonare quella cosa per me? “dato che io avevo la custodia del violino sulle spalle.</p>
<p><strong>Come in un sogno…</strong></p>
<p>Io non ero sicura fosse Dylan mi sembrava …ma non ero sicura, poi ci siamo messi a parlare ma io dopo un po&#8217; volevo andare via me lui mi disse “Voglio sentirti suonare, io devo sentirti suonare“ e allora salii in macchina e fu lì che capii che era veramente Bob Dylan dalla maniera nella quale mi parlava. Passammo tutto il pomeriggio a suonare musica di tutti i tipi e lui si aspettava da me che io improvvisassi creando nuove cose senza suggerimenti. Dopo un paio di giorni mi chiamò ed era impressionato abbastanza dal dirmi che mi dovevo presentare l’indomani agli studi della Columbia e quello è stato l’inizio delle registrazioni di Desire.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Scarlet-Dylan-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24983" title="scarlet-dylan-2" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/Scarlet-Dylan-2-300x294.jpg" alt="" width="300" height="294" /></a></p>
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<p><strong>E dal vivo era difficile suonare le canzoni?</strong></p>
<p>Per me era intuitivo, non ho mai avuto nessuna difficoltà. Nella musica o ti connetti con qualcuno o no ma era musica tagliata apposta su di me ed è stata la migliore maniera per entrare in quel mondo musicale.</p>
<p><strong>Molti anni dopo Martin Scorsese fece un film sulla Rolling Thunder Revue che impressione ti fece vederlo?</strong></p>
<p>Fu molto eccitante vederlo anche perché ero stata contattata anni prima dal manager di Bob Dylan e quindi sapevo della lavorazione ma c’era un grosso riserbo sulla data di uscita quindi quando ci fu la prima al Lincoln Center di New York fu un momento per me molto esaltante.</p>
<p><strong>Che ne pensi dei dischi che accompagnarono il film e che restituivano un quadro più completo di quei concerti?</strong></p>
<p>Si sicuramente il tour del 1975 è meglio documentato adesso ma oltre a ciò mi sento di aggiungere tutte le outtakes che sono state via via col tempo realizzate su Biograph, le Bootleg sessions e l’Hard Rain tv special e il John Hammond tv special.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/foto-Paolo-Brillo-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24985" title="foto-paolo-brillo-1" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2023/06/foto-Paolo-Brillo-1-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Ultima foto, di Paolo Brillo)</p>
<p><strong>Adesso hai realizzato un EP sulle canzoni di Dylan dove oltre a suonare canti</strong></p>
<p>Finalmente canto! Non vedevo l’ora e sono contenta di averlo fatto così come sono soddisfatta di aver partecipato alla compilation per i rifugiati. Sono molto solidale con loro e lotto per una riconquista della loro dignità e della vita nei loro paesi.</p>
<p><strong>Sei interessata alla politica?</strong></p>
<p>No, non amo il tema ma desso che tu lo voglia o meno sei tu stesso oggetto della politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ugo Coccia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Queste le date di Andrea Parodi e Scarlet Rivera</strong></p>
<p>27/6 Romans D’isonzo (Go) – Folkest</p>
<p>28/6 Fontanellato – Musica In Castello Con Teresa Mannino</p>
<p>29/6 Piacenza – Ex Convento S. Chiara Con Dori Ghezzi</p>
<p>1/7 Cantu (Co) – Piazza Garibaldi</p>
<p>5/7 Poggio A Caiano (Po) – Villa Il Cerretino Con Michael Mcdermott</p>
<p>7/7 Melpignano (Le) – Mercato Del Giusto Con Andrea Scanzi</p>
<p>8/7 Andria (Bt) – La Guardiola</p>
<p>9/7 Gioia Del Colle (Ba) – Piazza Luca D’andrano</p>
<p>11/7 Zurigo (Svizzera) – Kaufleten Con Elliott Murphy</p>
<p>13/7 Terranuova Bracciolini (Ar) Con Sarah Lee Guthrie</p>
<p>16/7 Piombino (Li) – Piazzale D’alaggio (Porticciolo Di Marina) Https://Www.Eventipiombino.It/Eventi/453/16-07-23-Tenco-Ascolta</p>
<p>20/7 Cogne (Ao) – Musicogne Con Andrea Scanzi</p>
<p>21/7 Saronno – Villa Giannetti Con Sarah Lee Guthrie E Sulutumana</p>
<p>22/7 Bergamo – Edone’</p>
<p>23/7 Ternate (Va) – Buscadero Day</p>
<p>27/7 Bedonia – Musica In Castello</p>
<p>29/7 Laigueglia – Questi Posti Davanti Al Mare</p>
<p>30/7 Cuneo – Baladin</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Massimo Buffetti: &#8220;Ecco il mio piccolo principe&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2022 15:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Il piccolo principe]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Buffetti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il compositore di base a Firenze spiega il progetto del 2000, oggi reperibile su Cd]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/Massimo-Buffetti-a.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23193" title="massimo-buffetti-a" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/Massimo-Buffetti-a-696x1024.jpg" alt="" width="460" height="676" /></a></p>
<pre>www.massimobuffetti.it</pre>
<pre>www.springartdev.net</pre>
<pre>www.autorivari.eu</pre>
<p dir="ltr">Un libro come Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è stato un compagno fedele di molte persone, anche di lettori non abituali. Oggi una versione speciale dedicata al testo è uscita su disco: Il piccolo principe è così trasformato in un racconto affiancato da musiche originali scritte dal compositore fiorentino Massimo Buffetti. La voce recitante è quella dell’attore Franco Di Francescantonio, scomparso nel 2005. Con lo stesso Buffetti parliamo della storia di questo progetto.</p>
<p dir="ltr"><strong>Ascoltando il disco sembra di riascoltare la prassi narrativa-musicale di Pierino e il lupo di Sergej Prokofev. Qual è stata la sua ispirazione?</strong></p>
<p dir="ltr">Mi fa piacere che si possa pensare una cosa del genere, ma io nasco come autodidatta. Prima facevo rock, poi jazz, quindi ho deciso di perfezionare la scrittura musicale, con Carlo Prosperi e Roberto Becheri con il quale mi sono diplomato al conservatorio di Ferrara. Però non c’è stata alcuna intenzione di emulare una pagina così importante.</p>
<p dir="ltr"><strong>Come nasce quindi la sua idea?</strong></p>
<p dir="ltr">Per la passione verso il testo e una serie di circostanze fortunate. Innanzitutto l’amicizia con Alda delle Lucche, sassofonista e componente dell’Ensemble Autorivari che suona nel disco. Poi quella con Franco Di Francescantonio che all’inizio mi disse di non sopportare Il piccolo principe, prestandosi ben presto al ruolo di narratore. Così nacque uno spettacolo per ragazzi inserito nel programma del Teatro Comunale.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/Il-Piccolo-Principe-Buffetti-cover.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-23194" title="il-piccolo-principe-buffetti-cover" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/Il-Piccolo-Principe-Buffetti-cover.jpg" alt="" width="480" height="480" /></a></p>
<p dir="ltr"><strong>L’incisione è del 2000, come mai il disco è stato realizzato solo oggi?</strong></p>
<p dir="ltr">Parlavo della passione che con sé porta anche un po’ di incoscienza. Gli eredi di Saint-Exupéry vennero a sapere dello spettacolo e tentarono di bloccarlo per questioni di diritti. Io però avevo avvertito la Siae che mi aveva risposto così: potevo presentare la mia versione mentre i diritti sarebbero stati poi versati agli eredi tramite la Sacem in Francia. Quel fax di risposta provò la mia buona fede. Lo spettacolo andò in scena, ma l’entusiasmo era passato e misi l’incisione in un cassetto.</p>
<p dir="ltr"><strong>Qual è stata la molla per recuperarlo?</strong></p>
<p dir="ltr">Parlando con Lorenzo Cinatti, che era soprintendente alla Scuola di musica di Fiesole, è nata l’idea di riproporre lo spettacolo. Erano passati alcuni anni e i diritti erano diventati di dominio pubblico. Però ho voluto avvertire la casa editrice Gallimard in Francia: anche in quel caso il già citato fax della Siae è stato provvidenziale e Il piccolo principe fu ripreso senza problemi. Tutto ciò mi ha fatto tirare fuori dal cassetto l’incisione (etichetta Spring Art Development) con il quartetto di fiati Autorivari e la voce di Di Francescantonio, un motivo in più per ricordare la sua figura.</p>
<div> Michele Manzotti</div>
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		<item>
		<title>Manuela Kerer: &#8220;Toteis, la mia opera che racconta i drammi di ieri e di oggi&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2022 15:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Bolzano]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Kerer]]></category>
		<category><![CDATA[Musica contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro con la compositrice sudtirolese dopo la rappresentazione di Bolzano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/manuela.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23190" title="manuela" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/manuela-1024x576.jpg" alt="" width="460" height="258" /></a></p>
<pre>www.manuela-kerer.bz</pre>
<pre>www.haydn.it</pre>
<p><em>Foto 2 (c) Alessia Santambrogio</em></p>
<p>Una storia difficile da trattare che diventa il soggetto di un&#8217;opera lirica. La vicenda della sudtirolese Viktoria Savs è infatti controversa, perché parla di una giovane che combatte contro gli italiani travestita da uomo, perde una gamba in battaglia e negli anni Trenta aderisce al nazionalsocialismo. Per alcuni è stata un&#8217;icona ma per altri i suoi meriti non rispondono al suo reale impegno politico. Toteis è un lavoro di teatro in musica che parla proprio di questo personaggio senza retorica né giudizi, ma con un linguaggio di grande efficacia drammaturgico-musicale. L&#8217;opera, con musica di Manuela Kerer su libretto di Martin Plattner, è andata in scena a Bolzano a cura della Fondazione Haydn Stiftung nell&#8217;ambito della rassegna Oper&#8217;A Festival / Larger Than Life. Un allestimento in prima italiana con la regia di Mirella Weingarten e la direzione di Walter Kobéra. Di Toteis parliamo con Kerer, compositrice nata a Bressanone.</p>
<p><strong>La prima domanda riguarda il lavoro con il librettista per raccontare un argomento tutt&#8217;altro che semplice.</strong></p>
<p>Non conoscevo Plattner e quando l&#8217;ho incontrato è nata subito la giusta empatia e un senso di comunità che è necessario per collaborare in modo stretto. Io non volevo un libretto finito, perché preferivo confrontarmi con un autore che fosse vivo e in attività. Tra l&#8217;altro per Plattner era la prima volta di un&#8217;opera lirica e a volte ha dovuto tagliare alcune parti. Però il fatto positivo era che ci scambiavamo le nostre osservazioni, poi ognuno tornava nella propria stanza e faceva le variazioni richieste che poi venivano messe a confronto.</p>
<p><strong>Dopo lo spettacolo è rimasta la sensazione che la regia abbia avuto un rapporto più stretto del solito con la musica.</strong></p>
<p>Con Weingarten c&#8217;erano già stati incontri in passato, ma grazie al lavoro su Toteis siamo diventate anche molto amiche. Lei in questo allestimento ha messo a disposizione tutta la sua passione, oltre che la sua arte.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/toteis_prima_ph_alessia_santambrogio-18.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23191" title="toteis_prima_ph_alessia_santambrogio-18" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/toteis_prima_ph_alessia_santambrogio-18-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p><strong>Nell&#8217;introduzione all&#8217;opera lei ha parlato della ricerca di un suono particolare, non solo con la contemporaneità, ma anche con i violini che dovevano raschiare. Questa è una sonorità che si trova in forme popolari come il folk romagnolo, quello delle isole britanniche e del bluegrass americano. Quanto è stata ispirata dalla tradizione popolare?</strong></p>
<p>Parte della mia storia familiare è legata proprio a questa tradizione: nell&#8217;opera ho ripreso e modificato uno jodel composto da mio bisnonno che era di madrelingua ladina. Le sue composizioni e altri canti della mia terra erano spesso eseguiti a casa. Ho voluto anche inserire la danza degli Schuhplattler e dare un ruolo importante alle percussioni.</p>
<p><strong>A proposito degli Schuhplattler, i loro colpi durante il ballo hanno dato l&#8217;impressione di essere scritti in partitura grazie alla loro regolarità ritmica.</strong></p>
<p>E&#8217; vero, ma c&#8217;è stato un cambiamento rispetto alla mia idea originaria in cui dovevano comparire una volta sola. Invece Weingarten ha suggerito una seconda presenza dei danzatori, ma con il ritmo più rallentato.</p>
<p><strong>Lei ha realizzato una creazione artistica basata su una storia della sua terra. Toteis è un&#8217;opera che può essere rappresentata anche in altri teatri?</strong></p>
<p>C&#8217;è un&#8217;ambientazione storico-geografica precisa, ma il messaggio è universale. Basta aprire un giornale e purtroppo si legge della guerra e della sua drammaticità, un contesto analogo a quello del 1917, in cui si svolge parte della storia. Nell&#8217;opera un ruolo importante è dato ai veterani, sin da giovane sentivo parlare di loro e del trattamento di favore nei loro confronti. Anche questa figura compare nella storia successiva ai tanti conflitti nel mondo. Grazie a questo lavoro ritengo che Toteis sia la composizione che mi ha dato maggiore soddisfazione e che mi rappresenta al meglio.</p>
<p><strong>Si è trattata della sua prima opera lirica?</strong></p>
<p>Quando mi sono diplomata al conservatorio di Innsbruck, ho deciso di portare proprio un&#8217;opera all&#8217;esame finale. Mi è sempre piaciuta l&#8217;idea di abbinare la musica all&#8217;elemento visivo. Ho anche scritto opere sperimentali per un festival di Monaco dedicato ai lavori contemporanei dove alcune persone lungo le scale facevano suoni con gli spazzolini da denti. Ma anche quando si compone un quartetto d&#8217;archi si lavora pensando ai gesti degli esecutori e quindi alla visione di essi da parte del pubblico.</p>
<p><strong>La sua professione è spesso declinata al maschile. Ha trovato differenze di approccio durante la sua attività?</strong></p>
<p>Dieci anni fa le avrei risposto che come donna ero avvantaggiata perché portatrice di sensibilità rare e quindi più interessanti. Oggi sono meno ottimista. Mi è capitato di sentirmi sotto esame da parte di esecutori e di dovere spiegare le mie idee più di quanto necessario. E nei cartelloni dei festival i compositori uomini restano la maggioranza.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/20220316_212604.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23196" title="20220316_212604" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/04/20220316_212604-1024x576.jpg" alt="" width="460" height="258" /></a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Djelem Do Mar: &#8220;Cantiamo senza confini&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2022 09:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Fabia Salvucci]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Marini]]></category>

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		<description><![CDATA[Sara Marini e Fabia Salvucci raccontano il progetto Voci oltre ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/marini-salvucci.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-23120" title="marini-salvucci" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/marini-salvucci.jpg" alt="" width="1024" height="703" /></a></p>
<pre>www.facebook.com/saramarini.fabiasalvucci</pre>
<p><em>Foto concesse da ufficio stampa Djelem Do Mari</em></p>
<p>Dall’Umbria e dal Lazio fino alla Sardegna e alla Sicilia. I confini però in questo caso non sono una barriera e così si raggiungono anche paesi del bacino del Mediterraneo, di Europa e Asia. Parliamo di musica popolare o che da essa trae ispirazione per nuove creazioni. Le protagoniste di questo viaggio in note si sono date un nome affascinante: Djelem Do Mar, che nasce dalla fusione di parole provenienti da due diverse etnie. Djelem in lingua romanì significa viaggiare, mentre Do Mar in portoghese si traduce in &#8220;del mare&#8221;. Le ideatrici del progetto sono l’eugubina Sara Marini e Fabia Salvucci che hanno inciso il disco Voci oltre (Maremmano Records / Ird) cantando in undici lingue. Il disco, già recensito sulle nostre pagine da Marco Sonaglia, sarà presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma venerdì 1 aprile.</p>
<p><strong>Il disco vede la produzione artistica di Stefano Saletti. Come avete lavorato con lui?</strong></p>
<p>Stefano Saletti è uno dei musicisti più importanti del panorama world italiano. La nostra è stata una scelta oculata che ci sostenesse in un progetto artistico in cui si affrontavano tante lingue. L’esigenza era quella di dare un suono più omogeneo: la difficoltà era quella di far convivere dal punto di vista sonoro i brani originali e le rielaborazioni di pezzi che abbiamo recuperato. Anche perché quando affrontiamo il repertorio lo facciamo con strumenti di oggi come pianoforte, basso, batteria e quindi con lui abbiamo fatto un lavoro molto accurato.</p>
<p><strong>Per le canzoni scritte da voi quali lingue avete scelto?</strong></p>
<p>Abbiamo affrontato quelle che più ci appartengono, come l’italiano, il sardo, il siciliano oltre al farsi della Persia e al greco per le cui pronunce e metriche siamo state guidate da amici madrelingua. Ci piace ricordare Pietro Cernuto, a cui si deve il testo siciliano di L&#8217;amuri di na matri che ci è stato regalato. Ma va ricordato Lorenzo Cannelli che compositore della maggior parte dei brani originali con la preziosa collaborazione di Paolo Ceccarelli. Ambedue fanno parte della formazione con cui ci esibiamo.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/marini-salvucci1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-23121" title="marini-salvucci1" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/marini-salvucci1.jpg" alt="" width="960" height="524" /></a></p>
<p><strong>L’album si chiama Voci oltre, qual è il lavoro comune fatto sulla voce stessa?</strong></p>
<p>Noi arriviamo da percorsi musicali basati proprio sul canto. Nel nostro background ci sono grandi nomi che ci hanno guidato nella formazione come Giovanna Marini e Antonio Sparagna. Per quanto riguarda l’album abbiamo fatto in modo che in studio gli arrangiamenti strumentali arrivassero dopo quelli vocali.</p>
<p><strong>Nella serata della presentazione avete pensato a ulteriori elementi di curiosità da abbinare ai brani?</strong></p>
<p>Ci sarà ovviamente qualche sorpresa che resterà tale fino a quando saliremo sul palco. Non mancheranno Stefano Saletti e Alessia Salvucci, e resteremo fedeli agli undici pezzi del disco, anche se ci sarà qualche aggiunta durante il concerto.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Daniele Morelli: &#8220;Il mio jazz dalla Toscana al Messico&#8221;</title>
		<link>https://www.ilpopolodelblues.com/wp/2022/03/daniele-morelli-il-mio-jazz-dalla-toscana-al-messico/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=daniele-morelli-il-mio-jazz-dalla-toscana-al-messico</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2022 09:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Morelli]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>

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		<description><![CDATA[Il chitarrista racconta la genesi del disco La valigia dei sogni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/daniele-morelli-4.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23116" title="daniele-morelli-4" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/daniele-morelli-4-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p>www.facebook.com/DanieleMorelliJazz</p>
<p>Si è trasferito da tempo in Messico anche se non ha dimenticato le sue origini italiane, anzi toscane (è di Forcoli, Pisa). Del chitarrista Daniele Morelli è uscito per la Off Record Label l&#8217;album La valigia dei sogni, che contiene diciassette brani eseguiti in duo insieme al percussionista Matteo D&#8217;Ignazi. Con lui parliamo del suo stile, dalla forte base jazz ma arricchita da altri linguaggi.</p>
<p><strong>Innanzitutto qual è stata la molla per trasferirsi in Messico?</strong></p>
<p>E’ capitato tutto molto naturalmente, nel 2011 venni invitato a un tour con una band, un periodo di molti concerti a Città del Messico. Fu un mese di esperienze talmente meravigliose che un anno dopo decisi di tornare in Messico da solo per prendermi il tempo di scoprirlo davvero e conoscere le culture locali. Iniziai a suonare da subito con i musicisti jazz messicani di Città del Messico e del Chiapas. Il jazz stava prendendo piede e dava l’idea che fosse una moda in nascere. Suonavamo quasi tutti i giorni a volte dal lunedì alla domenica, in locali diversi. Dopo aver studiato al Conservatorio di Lyon, aver partecipato a infinite jam sessions e partecipato a progetti in Europa, il fatto di suonare tanto e soprattutto con tanti musicisti diversi ha rappresentato una scuola perfetta per continuare a crescere come musicista. Poi potevo alternare la musica dal vivo con viaggi sempre interessanti fuori città, conoscendo le culture locali, le tradizioni ancestrali del Messico, che è un territorio molto vasto; sono meravigliose e per me sempre fonte di grande ispirazione.</p>
<p><strong>Nel disco ha deciso di avvalersi di un solo musicista collaboratore, come lo ha scelto?</strong></p>
<p>Era il periodo della pandemia. In assenza di concerti e di prove con i gruppi il tempo in casa era molto elastico. Tutti i giorni componevo qualcosa ma quando, registrandomi, iniziai a lavorare sugli arrangiamenti per varie chitarre c’era decisamente bisogno dell’elemento ritmico, batteria, percussioni. Con Matteo D’Ignazi ci conosciamo da quando iniziammo a studiare nella stessa scuola di musica, eravamo appena adolescenti. Abbiamo suonato in molti progetti diversi e sono tanti anni ormai che ci conosciamo perfettamente. Matteo non solo è un ottimo batterista con una tecnica meravigliosa e creativa, ma in maniera naturale riesce a cogliere ogni sfumatura musicale e atmosferica e ad arricchirla. Il fatto che si registrasse a distanza ha dato poi la possibilità a Matteo di sperimentare con arrangiamenti e intrecciare batteria e percussioni insieme alle chitarre. Così abbiamo iniziato a registrare, un po&#8217; per gioco e spontaneamente, e avremmo potuto continuare così se non che arrivati a 17 tracce abbiamo deciso di fermarci.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/la-valigia-dei-sogni.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-23117" title="la-valigia-dei-sogni" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/03/la-valigia-dei-sogni-1024x1024.jpg" alt="" width="460" height="460" /></a></p>
<p><strong>L&#8217;album vede molte tracce, ha voluto fissare sul cd gran parte delle sue idee musicali? E c&#8217;è un&#8217;evoluzione della sua scrittura tra esse?</strong></p>
<p>Mi piace sempre cercare e provare nuove forme e metodi di composizione. Quando compongo musica, anche se mi immagino il risultato finale, ho la tendenza a scrivere diverse parti nella stessa composizione, un lavoro in un certo senso più complesso rispetto alle composizioni di questo album, che sono state registrate spontaneamente senza un previo spartito. L’idea era di fissare su ogni traccia una sensazione precisa e meditarla durante tutta la durata del brano, senza mai lasciare il filo conduttore. Come se ogni traccia fosse un quadro dove fermarci pochi minuti a cogliere i dettagli. Per raggiungere l’obiettivo dovevano essere registrati quasi di getto, al nascere dell’idea o della melodia principale. Ogni brano è un viaggio introspettivo anche nella ricerca del suono, dei timbri, dei colori. A parte il lavoro di arrangiamento direi che una delle caratteristiche fondamentali di questo album è la parte ritmica. Senza importare lo stile del brano mi sono dedicato a comporre piccoli temi in tempi composti con la volontà di dipingere diversi piccoli momenti diversi nella forma e uniti dal suono delle chitarre e della batteria.</p>
<p><strong>Da dove sono arrivate le maggiori ispirazioni per i brani?</strong></p>
<p>Durante la pandemia mi sono trasferito un periodo a Oaxaca, fuori città, in una casa vicino Monte Albàn, la famosa zona archeologica zapoteca. E’ difficile descrivere a parole quanto suggestive siano le piramidi della montagna che potevo ammirare tutti i giorni, però è proprio qui che ho registrato questo disco e sicuramente nella musica si ascolta. A volte mi sono ispirato, come esercizio compositivo a una storia ascoltata e immaginata poi attraverso i suoni come nel caso di “Kumantuk”, che parla delle persone che hanno la capacità di trasformarsi in esseri mitici senza testa nella cultura Mixe di Oaxaca. O “Tochtli” che è l’antica parola azteca per indicare il coniglio che si vede sulla Luna da questa parte del mondo. “Occhi di puma” e “Zopilotes”, dedicate alla presenza felina e agli avvoltoi nel territorio che sempre mi hanno impressionato e tutte quelle situazioni surreali e sincretismi vari che in Messico si mescolano incessantemente. Se alle suggestioni del luogo aggiungiamo un periodo di isolamento dovuto alla pandemia dove il tempo era dilatato e c’era da inventarsi sempre qualcosa perché tutti i giorni non fossero uguali ecco che nasce “La valigia dei sogni”. I sogni sono un po&#8217; come l’altra faccia della realtà, una seconda vita, dove tutto è immaginabile e creabile.</p>
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		<title>Suonno D&#8217;Ajere: &#8220;Tradizionali e moderni, ecco la nostra forza&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 17:55:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[canzone napoletana]]></category>
		<category><![CDATA[Suonno d'ajere]]></category>

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		<description><![CDATA[Il trio spiega l'operazione di recupero della canzone napoletana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/suonno-dajere.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-22910" title="suonno-dajere" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/suonno-dajere.jpeg" alt="" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Avevamo salutato con grande piacere l&#8217;attività dal vivo dei Suonno D&#8217;Ajere e il loro disco Suspiro. Ci ha fatto altrettanto piacere parlare di questo progetto (precisamente con il mandolinista Marcello Smigliante Gentile, anche a nome della cantante Irene Scarpato e del chitarrista Gian Marco Libeccio) e delle sue caratteristiche.</p>
<p><strong>E&#8217; un progetto che chiaramente mostra una grande passione verso la canzone napoletana. Avete pensato al tempo stesso anche di colmare una lacuna?</strong></p>
<p>“I due aspetti ci sono entrambi e si sono trovati a combaciare. Il nostro incontro musicale è nato per caso durante una festa di amici, anche se già ci conoscevamo nell&#8217;ambiente dei musicisti di Napoli. Ci siamo messi a suonare insieme e nel cercare un repertorio in comune abbiamo trovato questo e successivamente abbiamo pensato di far partire il progetto. Da un lato c&#8217;è la passione grazie alla riscoperta della propria memoria storica, un modo di esprimere che è fortemente radicato in noi e che si concretizza grazie alla sua proposta. Sicuramente abbiamo approfittato della lacuna di cui ha accennato: la passione era anche assecondata da un momento in cui questo repertorio, dopo il momento di splendore degli anni &#8217;80 e &#8217;90, non era proposto da interpreti giovani ma da musicisti che venivano da quel periodo e per i quali comunque abbiamo massimo rispetto. La nostra scelta vincente è stata quella di tornare a un approccio molto fedele e rigoroso riprendendo lo spirito originale di quei brani mettendoci anche la nostra visione. Questo aspetto è molto importante perché nasce in modo inconsapevole, una cosa che ci è stata riconosciuta e detta e che a parere di chi ci ascolta è il nostro punto di forza: essere fedeli al repertorio tradizionale senza trascurare che siamo nel terzo millennio”.</p>
<p><strong>Avete scelto dei brani da un catalogo molto numeroso. Qual è stato il vostro metodo di ricerca nel trovare i pezzi adatti a voi?</strong></p>
<p>“In un primo momento l&#8217;idea è stato quello di tenerci i brani migliori del nostro debutto come &#8216;O guappo &#8216;nnammurato. Lo abbiamo scoperto una volta che eravamo nati da pochissimo e facemmo uno spettacolo dedicato a Raffaele Viviani diretto dal maestro Pasquale Scialò, Dopodiché nella costruzione del repertorio abbiamo pensato quasi a tavolino di andare a recuperare più sfaccettature possibili della canzone napoletana. E&#8217; un mondo vastissimo dove c&#8217;è il teatro, la sceneggiata, la canzone lirica, quella di giacca. Un mondo che ha tutta una serie di sottoinsiemi al suo interno dove nessuno prevale sull&#8217;altro: sono tutti bellissimi e così ne abbiamo voluto proporre un ventaglio. Lo scopo del progetto è di scoprire la canzone napoletana nella sua interezza. Dietro i brani più famosi c&#8217;è un mondo che in parre è stato già raccontato da interpreti quali Roberto Murolo e Sergio Bruni, ma riteniamo ci sia ancora di più da proporre. C&#8217;è un periodo d&#8217;oro che questa città ha vissuto dal punto di vista culturale a cavallo tra Ottocento e Novecento con una produzione vastissima. Abbiamo cercato di fare brani non troppo conosciuti, ma al tempo stesso senza voler essere presuntuosi ne abbiamo inseriti altri più noti come &#8216;A casciaforte. Silenzio cantatore, la cui grande fama è meritata”.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/trio-suonno.jpeg"><img class="alignnone size-large wp-image-22912" title="trio-suonno" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/trio-suonno-1024x683.jpeg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p><strong>C&#8217;è qualcuno di voi che si dedica prevalentemente agli arrangiamenti, o si tratta di un lavoro collettivo?</strong></p>
<p>“E&#8217; una collaborazione in cui si mescolano i nostri rispettivi approcci. Io sono un mandolinista e vengo da studi classici, quindi ho un metodo molto legato alla partitura. Poi con il mandolino devo stare molto attento perché è uno strumento bello, ma che può anche disturbare la voce. Gian Marco viene dal mondo blues e jazz, Irene ha un&#8217;esperienza variegata e dentro di lei c&#8217;è il folk, il pop, il jazz e quindi ognuno di noi mette la propria sensibilità all&#8217;interno degli arrangiamenti. Magari in prova viene portata una prima idea, poi lo sviluppo è sempre fatto a sei mani”.</p>
<p><strong>Nel disco c&#8217;è anche un inedito A rezza con Ferruccio Spinetti ospite. Seguirete anche questa strada in futuro insieme alla proposta di brani storici?</strong></p>
<p>“In realtà anche Suspiro è un inedito scritto da me, quindi questa porta ce la lasciamo sempre aperta. E&#8217; sempre difficile approcciare questo discorso perché abbiamo voglia di fare esperienze e produzioni. Ci sono autori che ci stanno proponendo i loro pezzi ed è interessante cercare di proporre qualcosa di oggi ma al tempo stesso rischia di spostare il focus del progetto”.</p>
<p><strong>Nel futuro prossimo quale tipo di impegni avrete, concerti o ulteriori recuperi di brani?</strong></p>
<p>“I lavori procedono in modo parallelo. Gli appuntamenti più vicini sono previsti a marzo dove saremo ospiti di alcune lezioni-concerto al Teatro Trianon di Napoli dal maestro Pasquale Scialò, musicista e musicologo che posso definire il nostro mentore, che ci ha chiamato come gruppo dal vivo. Ad aprile andremo in Spagna e Portogallo, dove c&#8217;è un ulteriore terreno fertile per la canzone napoletana. In estate saremo in Austria e in un festival importante a Norimberga, in Germania. Parallelamente stiamo lavorando a nuove produzioni che usciranno alla fine di quest&#8217;anno o nel 2023”.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gianfranco Caliendo: &#8220;Le nostre canzoni legate al prog&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 18:33:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Caliendo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cantante chitarrista del Giardino dei Semplici parla del suo libro "Memorie di un capellone"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/cop-MEMORIE-DI-UN-CAPELLONE-scaled.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-22813" title="cop-memorie-di-un-capellone-scaled" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2022/02/cop-MEMORIE-DI-UN-CAPELLONE-scaled-708x1024.jpg" alt="" width="460" height="665" /></a></p>
<div>
<pre>www.iacobellieditore.it</pre>
<pre>www.caliendo.it</pre>
<p>Tornando indietro nel tempo al festival, c&#8217;è stata un&#8217;altra canzone chiamata Miele oltre a quella che quest&#8217;anno è interpretata da Giusy Ferreri. Fu portata sul palco di Sanremo nel 1977 dal Giardino dei Semplici, formazione nata due anni prima. Il cantante e chitarrista Gianfranco Caliendo ha appena scritto la sua storia musicale in Memorie di un capellone (Iacobelli editore, pagg.192, Euro 19) dove si parla anche della partecipazione al festival, ma soprattutto di tanti episodi legati al mondo musicale italiano.</p>
<p><strong>Che ricordi ha di quel Sanremo?</strong></p>
<p>Intanto che era la prima volta in cui veniva trasmesso a colori, quindi era visto da tantissime persone considerando che la Rai non aveva concorrenza, La nostra Miele ebbe un grande successo e anche dopo tutti questi anni continua a far parte del nostro repertorio, perché nei concerti continua a essere richiesta. Il festival era organizzato da Vittorio Salvetti. Si tenne all&#8217;inizio del mese di marzo, ma Miele vendette bene durante tutto l&#8217;anno. La mia più grande soddisfazione sanremese è stata però in un&#8217;altra edizione.</p>
<p><strong>In quale anno?</strong></p>
<p>Nel 2001, in occasione del festival presentato da Raffaella Carrà. Mia figlia Giada in coppia con Francesco Boccia presentò il brano scritto da me, Tututuru. E&#8217; una canzone che ha avuto un successo straordinario in Brasile (tradotta in portoghese) e in Spagna dove si ascolta nelle due versioni catalana e castigliana. oltre che in tanti altri paesi.</p>
<p><strong>Lei è un napoletano che però è nato a Firenze. Cosa la lega alla sua città natale?</strong></p>
<p>Ho ancora dei parenti che quando posso vengo a trovare. Ma soprattutto è la città di Giancarlo Bigazzi, uno dei miei produttori insieme a Totò Savio. Insieme hanno fatto cose straordinarie. Savio ha firmato Maledetta primavera e brani per Massimo Ranieri e Camaleonti. Bigazzi ha lavorato per Tozzi e Masini. Due personaggi di grande talento.</p>
<p><strong>Quando vi siete formati nei primi anni &#8217;70, quale proposta avevate in mente?</strong></p>
<p>Già nel nostro primo disco mostravamo la nostra anima romantica. Una tendenza che in Italia era già stata portata al successo dai Pooh (con brani quali Tanta voglia di lei e Pensieri). Noi raggiungemmo la zona alta della classifica grazie a una nostra versione di un classico napoletano Tu ca nun chiagne. Però era anche il periodo in cui in Italia erano ascoltati i grandi gruppi inglesi e nel nostro arrangiamento utilizzavamo elementi del rock progressivo come chitarra distorta e moog. Furono gli stessi Pooh a evidenziarlo facendoci i complimenti.</p>
<p><strong>Dopo tutti questi anni, come è il suo mondo legato alla musica?</strong></p>
<p>Il gruppo continua a esibirsi: da Roma in giù le formazioni sono piuttosto longeve. Ma vivo la musica a 360 gradi dato che produco, faccio il discografico ho uno studio e una scuola di musica. Qui ho contatti con tanti giovani e vedono le cose in un modo diverso rispetto a noi. Questo mi permette di entrare nel loro modo di pensare e di fare miei alcuni spunti che loro stessi mi danno.</p>
</div>
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		<title>Andrea Chimenti: &#8220;Seguo i tempi dell&#8217;ispirazione&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 21:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Chimenti]]></category>
		<category><![CDATA[cantautorato]]></category>

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		<description><![CDATA[Il musicista racconta il processo creativo del suo ultimo album]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/DSC_0335-copia.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-22269" title="dsc_0335-copia" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/DSC_0335-copia-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<pre>www.andreachimenti.it</pre>
<p><em>foto (c) Antonio De Sarno</em></p>
<p>Su queste pagine avevamo recensito l&#8217;ultimo album di Andrea Chimenti Il Deserto La Notte Il Mare (Vrec/Audioglobe). Con l&#8217;occasione gli abbiamo chiesto come è nato questo lavoro</p>
<p><strong>Torna al suo pubblico dopo vari anni con un nuovo disco, che effetto le fa uscire in un momento così particolare per la musica e per il mondo che ci circonda?</strong></p>
<p>Una grande emozione perché è un po’ come lanciarsi nel vuoto. Il disco era pronto da tempo e con la Vrec ci siamo chiesti quando fosse il momento migliore per farlo uscire. Ci siamo resi conto che era un azzardo stamparlo di questi tempi, ma ugualmente il disco non poteva più rimanere in un cassetto. È un periodo difficile, soprattutto per i concerti che sono importantissimi per la promozione e le vendite. Diciamo che è una roulette, ma per il momento siamo molto contenti della risposta del pubblico e della critica.</p>
<p><strong>Il titolo del disco è sicuramente originale. Ce lo può spiegare?</strong></p>
<p><strong></strong>Sono tre parole che richiamano una condizione interiore, ma non solo. Cercavo un titolo che fosse rappresentativo dei tempi che viviamo e dare un titolo ad un album non è mai una cosa semplice. Spesso lo cerco tra i testi delle canzoni ed è stato il brano “Bimbo” a suggerirmelo. È indubbio che viviamo un deserto culturale ormai da diversi anni che sta sfumando sempre di più verso una notte buia. Il mare è la distanza che ci separa da un possibile approdo, rappresenta anche la profondità che ci attrae e spaventa allo stesso tempo, quella profondità che abbiamo paura di scandagliare. Il mare è sempre un’incognita, calmo o tempestoso. Queste tre parole, simboli di uno stato d’animo interiore, sono anche tre parole estremamente concrete: il nostro tempo assiste ad una notte dei tempi dove molti popoli sono costretti ad attraversare il deserto e il mare inseguendo un sogno di salvezza, un luogo sicuro dove poter vivere, lontano da soprusi e guerre.</p>
<p><strong>Ha un metodo preciso nella scrittura delle canzoni?</strong></p>
<p>Dico sempre che non sono un buon artigiano della canzone e quindi non ho metodi da insegnare. Credo molto nell’ispirazione e l’ispirazione giunge sempre in modi diversi sorprendendomi ogni volta. A volte è il testo che nasce per primo, altre volte la musica. Però se guardo a ritroso devo dire che i miei brani migliori sono quelli dove il testo è nato per primo. L’ispirazione non è qualcosa che puoi gestire o comandare, per questo dico che non sono un buon artigiano e per questo motivo i miei dischi sono spesso molto distanziati l’uno dall’altro. L’ispirazione ha i suoi tempi che devi imparare ad accettare e rispettare.</p>
<p><strong>Come ha scelto gli ospiti speciali che ci sono nel disco?</strong></p>
<p>Le collaborazioni sono frutto di magiche concatenazioni che si creano durante la lavorazione. A volte è il brano che ti suggerisce un determinato musicista o cantante, altre volte sono incontri che sembrano spuntare nel momento giusto. David Jackson era il fiatista ideale per questo disco e Cristiano Roversi, con cui ho prodotto l’album, aveva la possibilità di contattarlo e così è stato. David ha apprezzato molto i brani ed è stato incredibile come ha saputo entrare dentro le canzoni. Ha voluto sapere di cosa parlavano i testi, ha voluto le traduzioni e questo dimostra la sua serietà…devo dire che raramente i musicisti italiani mi fanno domande sui significati dei testi. Le altre collaborazioni sono state altrettanto importanti: Antonio Aiazzi è una vecchia conoscenza e ho sempre amato la sua musica, Fabio Galavotti è un grande amico oltre ad essere stato il bassista dei Moda, di Francesco Magnelli potrei dire altrettanto, con loro ho fatto centinaia di concerti in passato. Ginevra Di Marco ha accolto volentieri il brano “Allodola Nera” che avevo pensato adatto a lei.</p>
<p><strong>C&#8217;è una o più canzoni di questo lavoro a cui è legato particolarmente?</strong></p>
<p>Non è facile rispondere, ma forse “Beatissimo” e “Bimbo” sono due brani che amo particolarmente, ma ogni canzone ha una sua vita speciale e insieme compongono un corpo unico ed è difficile sceglierne una.</p>
<p>Marco Sonaglia</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/DSC_0083-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-22271" title="dsc_0083-copia" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/DSC_0083-copia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
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		<title>Rosario Giuliani: &#8220;Vi racconto il mio Charlie Parker&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2021 20:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Parker]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Lussu]]></category>
		<category><![CDATA[Rosario Giuliani]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sassofonista spiega la genesi di Tribute to Bird]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/Rosario-Giuliani_3.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-22123" title="rosario-giuliani_3" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/Rosario-Giuliani_3-683x1024.jpg" alt="" width="460" height="689" /></a></p>
<pre>www.rosariogiuliani.com</pre>
<p>E&#8217; una presenza abituale nelle nostre pagine grazie alle sue esibizioni a Umbria Jazz Winter e ai suoi dischi. Proprio in occasione dell&#8217;ultima incisione Tribute to Bird dedicato a Charlie Parker, il sassofonista Rosario Giuliani racconta l&#8217;idea e il suo sviluppo con la possibilità di portare il suo repertorio dal vivo</p>
<p><strong>Partiamo proprio dal repertorio: come è nata la voglia di misurarsi con un nome importante?</strong></p>
<p>Charlie Parker è stato il primo amore che non si può scordare. La sua musica mi ha fatto scoprire il jazz, e attraverso il sassofono che mi regalarono a 11 anni ho scoperto lui, La curiosità nata strada facendo mi ha fatto capire come Parker (i suoi assoli e le sue melodie) dovesse essere suonato. Per quanto riguarda il progetto e il come si è sviluppato, il caso e la pandemia hanno fatto in modo che fosse eseguito in duo. Tutto nasce da una commissione giunta dalla Germania in  vista di quattro concerti, l&#8217;organico previsto era quello del mio quartetto sax-pianoforte-contrabbasso-batteria più un quintetto di sassofoni, formato dai cinque miei migliori studenti. Gli arrangiamenti dei pezzi di Parker erano già stati preparati così come gli originali che si trovano su disco, ma poi sono arrivate le restrizioni e prima è stato ripensato per il quartetto e alla fine per il duo. In questa veste sono stati fatti i primi concerti nell&#8217;ottobre scorso. Fin dal momento in cui sono stati cancellati eravamo sicuri che non potevamo farli in quartetto, e il duo è stata una scelta fatta per necessità. Abbiamo fatto degli incontri con Pietro Lussu e abbiamo cominciato a pensare come a rendere al meglio questa musica. Non suonare come se avessimo perso per strada gli strumenti e dare spazio al repertorio di Charlie Parker e al suo respiro. Volutamente abbiamo lasciato l&#8217;immaginazione di basso e batteria senza sostituirli.</p>
<p><strong>I concerti fatti in ottobre si sono tenuti in Germania?</strong></p>
<p>Si perché li avevano semplicemente posticipati. Tra l&#8217;altro uno dei quattro appuntamenti si è tenuto alla Radio Bavarese e sarà messo all&#8217;interno di una compilation di varie registrazioni di esibizioni (ricordo quella di Dave Holland e John Scofield). Al nostro concerto è dedicata un&#8217;ora e sarà messa in onda a partire da gennaio. Poi ricordo Ulm e Friburgo. Ma avevamo già iniziato a presentare il repertorio l&#8217;estate scorsa e ovviamente vorremmo suonare ancora di più.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/foto-lussu-giuliani1.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-22135" title="foto-lussu-giuliani" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/foto-lussu-giuliani1-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p><strong>Il progetto dei nove musicisti è stato accantonato, o ci sta pensando ancora tenendo conto della sonorità che si può avvicinare a una big band?</strong></p>
<p>E&#8217; un omaggio allo strumento, visto che prevede tanti sassofoni. Per ora è accantonato, perché vista la situazione non è molto facile andare in tour e trovare un palco adatto. La musica di Parker per me è un contenitore da dove attingere le proprie idee e la propria creatività e che va riempito con tante cose diverse ogni giorno, altrimenti è come mangiare sempre la stessa cosa.</p>
<p><strong>Ha parlato del suo partner in questo repertorio: lei suona lo strumento di Parker, Lussu come si è posto nell&#8217;affiancare questa sonorità del grande modello?</strong></p>
<p>Parker è stato uno dei geni della musica, paragonabile a ciò che è stato Mozart per la classica. Andare a suonare il suo repertorio per me significa attingere al suo modo di comporre. Quindi avevo bisogno di un musicista che innanzitutto mi conoscesse bene, il mio mondo e il mio modo di interpretare e sentire la musica. Quindi che avesse una sensibilità spiccata e che affrontasse i brani di Parker così come li faccio io, seguendo il mio pensiero e la mia direzione, continuando a suonare quando io non lo faccio. Crea un legame tra i momenti del duo e quelli solisti, facendo in modo che l&#8217;esecuzione non sia statica.</p>
<p><strong>Il progetto va avanti: quali sono le prossime date?</strong></p>
<p>La prima in ordine di tempo sarà il 27 novembre all&#8217;Abbazia di Farfa Sabina per l&#8217;edizione invernale del festival. Poi sarò impegnato in altri tipi di concerti, ma il 15 dicembre sarò a Roma alla Sala del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Le cose stanno venendo fuori, anche se al momento c&#8217;è ancora molto timore nell&#8217;organizzare concerti</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/rosario-giuliani.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-22136" title="rosario-giuliani" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/11/rosario-giuliani-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
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