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	<title>il popolodelblues &#187; Rivista elettronica fondata da Ernesto de Pascale articoli, recensioni, link, informazioni su artisti eventi</title>
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		<title>Veronica Lewis – You Ain’t Unlucky</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 18:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Brambilla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[blues]]></category>
		<category><![CDATA[Boston]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica Lewis]]></category>

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		<description><![CDATA[L'album della pianista diciasettenne di Boston "Blues Artist Of The Year 2020"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/03/copertina-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-20583" title="copertina-1" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/03/copertina-1.jpg" alt="" width="237" height="213" /></a></p>
<pre>(Blue Heart Records)</pre>
<pre>www.veronicalewis.com</pre>
<pre>www.moonwinkmusic.com</pre>
<p>La città di Boston ha una sua rispettata culla musicale molto black. Lì sono nati e qualcuno vi risiede ancora, la cantante Diane Blue (spesso la voce del chitarrista Ronnie Earl), l’armonicista Watermelon Slim, due cantanti di soul/r&amp;b, Eli “Paperboy” Reed e Jesse Dee. Eccetto quest’ultimo, gli altri sono già venuti in Italia per concerti. E non vogliamo certo sottacere i drammatici momenti dopo l’assassinio di Martin Luther King, in parte repressi grazie a James Brown che era già a Boston per uno spettacolo. Ora in quella città si è accesa un’altra stella che sta illuminando la scena un po’ ovunque, e porta il nome di Veronica Lewis, pianista, cantante, autrice, di anni diciassette. Per alcune circostanze è in uso dire che, l’età non conta, nel suo caso è proprio così. Ha già una determinazione e una padronanza delle sue doti che le bastano solo due strumenti ad accompagnarla lungo tutta la sua espressività, il sax di Don Davis e la batteria dove a turno la suonano, Mike Walsh, Ben Rogers, Chris Anzalone. “Alcune persone pensano che sia brutto che ogni ciliegia abbia una fossa, ma dentro ogni fossa c’è un intero altro albero”. E’ una sua frase, segnata all’interno del digipack, fra le righe si potrebbe cogliere un sentore ambientalista, ma probabilmente è riferita alla continuità e all’ottimismo, come è giusto che sia per una esponente di una generazione e giovane musicista con un alto entusiasmo, e con già vari riconoscimenti, l’ultimo dei quali, “Blues Artist Of The Year 2020 Boston”. Un altro punto a suo favore è che suona il piano acustico, finalmente sentiamo quello strumento nella sua indole tradizionale, Veronica Lewis lo sollecita, lo coccola, lo amalgama con il suo canto già adulto, ed è encomiabile nel gestire con sobrietà l’esuberanza che può fluire dai tocchi boogie e la frenesia per il primo disco. Poche storie dunque, otto tracce, due cover e pronti via con la prima autografa, la title track, dal rutilante ritmo di New Orleans, per poi spingere con il boogie blues, Clarksdale Sun, e imprimere un cadenzato passo blues, Put Your Wig On Mama. Con la prima cover, Is You Is My Baby, non ha inseguito i fantasmi del leggendario musicista e coautore del pezzo Louis Jordan, piuttosto l’ha resa molto personale, sia nella conduzione del piano che nel canto, dando vita ad una notevole blues ballad. La seconda cover dall’invitante ascolto, Whoo Whee Sweet Daddy, è della compianta pianista Katie Webster, uno dei principali punti di riferimento per Veronica Lewis, la quale chiude questo suo sfavillante esordio con due autografi che si potrebbero accostare, Ode To Jerry Lee (Lewis) ovviamente, e The Memphis Train. Quale è il legame? L’indiavolato pianista e la Sun Records, con sede nelle suddetta città, da dove è iniziata anche la sua storia.</p>
<p>Silvano Brambilla</p>
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		<title>Chadwick Stokes &#8211; The Horse Comanche</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2015 22:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alternative Country]]></category>
		<category><![CDATA[Americana]]></category>
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		<category><![CDATA[Chadwick Stokes]]></category>
		<category><![CDATA[Country]]></category>

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		<description><![CDATA[Cantautorato basato sul country per il musicista di Boston ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/06/chadwick.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-6795" title="chadwick" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/06/chadwick-1024x1024.jpg" alt="" width="460" height="460" /></a></p>
<pre>(Ruff Shod-Nettwerk / Self)</pre>
<pre>www.chadwickstones.com</pre>
<p>Questo è un disco che arriva da Boston, Massachussets. E il country che nasce dalla capitale storica del New England non può che essere contaminato da sonorità cantautorali di vario tipo. Ecco che quindi il cavallo comanche di Chadwick Stokes è un album, il secondo solista, pieno di sorprese piacevoli. Grazie al team di produzione formato da Sam Beam (Iron and Wine), Brian Deck (Gomez, Josh Ritter, Modest Mouse) e Noah Georgeson (Joanna Newsom, Devendra Banhart), le canzoni di Chadwick Stokes si differenziano l&#8217;una dall&#8217;altra in modo netto passando da sonorità più eteree a dinamiche decise. I buoni risultati si vedono nella traccia titolo ispirata da storie di astronauti, in Mother Maple, nell&#8217;atmosfera latina di Prison Blue Eyes,  nella ritmata Our Lives Our Time, nella ballata New Haven. Da seguire e tenere d&#8217;occhio anche per il futuro.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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