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	<title>il popolodelblues &#187; Rivista elettronica fondata da Ernesto de Pascale articoli, recensioni, link, informazioni su artisti eventi</title>
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		<title>Deep Purple &#8211; Whoosh!</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 16:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Deep Purple]]></category>
		<category><![CDATA[Hard Rock]]></category>

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		<description><![CDATA[Ian Gillan, Ian Paice, Roger Glover, Steve Morse e Don Airey mostrano ancora qualità e classe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Deep-Purple_Whoosh_cover_4000x4000-300x300.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-18967" title="deep-purple_whoosh_cover_4000x4000-300x300" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Deep-Purple_Whoosh_cover_4000x4000-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<pre>(EarMusic / Sony)</pre>
<pre>www.deeppurple.com</pre>
<p>Certo, non esistono più le trilogie rock che fanno parte di un passato glorioso. Ma quando si parla di un gruppo storico come i Deep Purple, dobbiamo comunque fermarci a valutare quello che possono dare musicisti di grande esperienza,  anche molti anni dopo i fasti che li hanno portati ai vertici del rock. Con Whoosh! la formazione arriva alla terza tappa di un percorso iniziato con inFinite del 2017 e proseguito con NOW What?! del 2013. Niente a che vedere con  In Rock (1970), Machine Head (1972) e Made In Japan (1973) che li portò a vertici dell&#8217;industria discografica mondiale, ma erano altri tempi. I Deep Purple di oggi sono un gruppo con tre componenti storici (Ian Gillan, Ian Paice, Roger Glover) e altri due che lo sono diventati negli anni (Steve Morse e Don Airey), richiestissimo per i tour, l&#8217;ultimo dei quali è in via di riprogrammazione, e che si può permettere di aggiungere tasselli alla propria discografia con album di qualità. L&#8217;antico smalto non si è perso: Gillan magari non affronta le note alte come una volta, ma è tutt&#8217;uno con il suono che resta riconoscibile nonostante sia passato tanto tempo. La ritmica di Glover e Paice unisce solidità e inventiva. Morse da tempo ha fatto dimenticare Richie Blackmore grazie alla sua concretezza e Don Airey omaggia il suo predecessore Jon Lord ma lo fa con uno stile personalissimo (fu per breve tempo anche nei Jethro Tull), Si ascoltino le note con citazioni classiche di Nothing At All e Step By Step per mantenerlo a lungo nell&#8217;Olimpo dei tastieristi. L&#8217;hard rock targato Deep Purple si macchia di rock&#8217;n'roll (What The What) di funky (Throw My Bones, scelta come singolo e nell&#8217;inno finale Dancing in my Sleep con Morse e Glover in stato di grazia), di rhythm&#8217;n'blues (Drop the Weapon), rimanendo se stesso. Qualità e classe non si discutono, anche dopo 50 anni.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Deep Purple, Mandela Forum, Firenze, 5 novembre 2015</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2015 11:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[Successo inossidabile per Gillan e compagni d'avventura]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/Gillan-Morse.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-7799" title="deep purple" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/Gillan-Morse-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<pre>www.deeppurple.com</pre>
<p><em>Foto (c) New Pressphoto Firenze: dall&#8217;alto Ian Gillan e Steve Morse, Ian Paice e Roger Glover.  Foto Michele Manzotti: Don Airey</em></p>
<p>Partiamo dalla fine. Da quella Black Night che fece letteralmente svoltare un gruppo alla ricerca della propria identità verso una strada di successi. Un rock basato sui riff e sull&#8217;energia di cinque musicisti che riuscirono a imprimere un marchio indelebile, colore porpora profondo. Dopo oltre 40 anni i Deep Purple sono ancora qui. E l&#8217;omaggio al brano che li fece conoscere al pubblico del rock è posto come ultimo fuori programma del tour che li ha portati in Italia, compresa una tappa a Firenze.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/ian-paice.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-7800" title="deep purple" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/ian-paice-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p>Sul palco del Mandela Forum è salita la formazione che da più di dieci anni incarna il nuovo corso del gruppo. Tre gli elementi storici; Ian Paice alla batteria, Ian Gillan alla voce e Roger Glover al basso più Steve Morse alla chitarra e Don Airey alle tastiere. Sono proprio questi ultimi ad aver portato nuova linfa a un suono consolidato rendendosi colleghi perfetti della ritmica di Paice e Glover. Un discorso a parte merita Gillan che ormai supplisce con il mestiere a una voce che non può reggere gli acuti a quasi settant&#8217;anni.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/Roger-Glover.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-7801" title="deep purple" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/Roger-Glover-1024x682.jpg" alt="" width="460" height="306" /></a></p>
<p>Basti ascoltare il duetto con la chitarra in Strange Kind of Woman, godibile ma totalmente diverso rispetto a quello immortalato in Made in Japan. Album che ha stregato il cuore di generazioni di ascoltatori, compresi i giovani presenti in buona percentuale tra i 7000 spettatori. Un disco dal vivo rappresentato con sei tracce su sette, a esclusione di Child in Time. Architrave della scaletta che lascia spazio ad alcune eccezioni tra cui Demon&#8217;s Eye (dallo splendido e sicuramente sottovalutato Fireball) e la recente Vincent Price, dedicata all&#8217;attore inglese di noir.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/don-airey.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-7802" title="don airey" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2015/11/don-airey-1024x576.jpg" alt="" width="460" height="258" /></a></p>
<p>Ma quando arrivano gli assoli (come quello di batteria in The Mule) e i riff più amati, come quelli di Space Truckin&#8217; e dell&#8217;immancabile Smoke on The Water il pubblico va in delirio e la missione è compiuta. Non sarà Made in Japan, d&#8217;accordo. Ma è ancora bello ascoltare questo gruppo dal vivo.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quatermass, intervista a Peter Robinson</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Sep 2013 22:31:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Deep Purple]]></category>
		<category><![CDATA[Esoteric]]></category>
		<category><![CDATA[John Gustafson]]></category>
		<category><![CDATA[Mick Underwood]]></category>
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		<category><![CDATA[Quatermass]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tastierista della formazione racconta la genesi dell'unico disco del gruppo in occasione della ristampa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2013/09/quatermass.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2420" title="quatermass" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2013/09/quatermass.jpg" alt="" width="500" height="436" /></a></p>
<p><span class="dropcap inverted">È</span> uno dei dischi cult del rock anni &#8217;70, specialmente in Italia. L&#8217;album, riconoscibile dagli uccelli preistorici in mezzo ai grattacieli in copertina, uscì per la Harvest nel 1970 e prendeva lo stesso nome dalla formazione che lo aveva inciso, i Quatermass. Un trio (voce e basso, tastiere e batteria) che durò per la sola stagione del disco. Oggi Quartemass è stato ristampato dalla Esoteric recordings, etichetta di Oxford specializzata nel recupero di quegli anni grazie al lavoro del manager Mark Powell, con quattro inediti e un Dvd audio supplementare missato con il sistema 5.1 surround. Ne parliamo con Peter Robinson, tastierista dei Quatermass e coprotagonista del recupero dell&#8217;album che in Italia è distribuito da Audioglobe.</p>
<p><strong>Come nacque il gruppo?</strong></p>
<p>«Inizialmente suonavo in una formazione chiamata Episode Six con il batterista Mick Underwood e due musicisti che avrebbero poi fatto la loro strada nei Deep Purple, Ian Gillan alla voce e Roger Glover al basso. Quando Gillan e Glover se ne andarono, la manager Gloria Bristow ci presentò John Gustafson, bassista e cantante al tempo stesso. Ci trovammo subito bene insieme e così si formarono i Quatermass».</p>
<p><strong>Tra l&#8217;altro Gustafson compare nel primo Jesus Christ Superstar con Gillan come protagonista&#8230; </strong></p>
<p>«A Gustafson fu affidata la parte di Simone lo Zelota. Ma ci sono anch&#8217;io in quell&#8217;incisione dato che suono tutte le tastiere».</p>
<p><strong>Tornando ai Quatermass talvolta avete percepito di essere confrontati con formazioni come Nice e Emerson Lake e Palmer, in cui c&#8217;era il predominio delle tastiere?</strong></p>
<p>«In quel periodo molte band legate più o meno al progressive decisero di evidenziare il suono delle tastiere senza un chitarrista di ruolo, come quelle con Keith Emerson, ma anche Soft Machine o i Crazy World di Arthur Brown. Questo portò anche a gruppi con la chitarra a simulare il suono delle tastiere. Non temevo paragoni con altri, piuttosto mi divertivo molto».</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2013/09/quatermassoutdoorshot.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2421" title="quatermassoutdoorshot" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2013/09/quatermassoutdoorshot.jpg" alt="" width="600" height="485" /></a></p>
<p><strong>Ha parlato di progressive e nel 1969 quando nacquero i Quatermass quello stile stava per espandersi. Vi sentivate parte di quel movimento in quegli anni? Le vostre canzoni hanno anche influenze blues e hard rock che formano un suono riconoscibile rispetto al genere.</strong></p>
<p>«Più che altro grazie alle tastiere e al tipo di formazione davamo vita a un mix tra linguaggio blues, hard rock e quello della musica contemporanea del novecento, prendendo spunto da compositori come Penderecki. Anche la nostra tecnica ha sicuramente contribuito alla formazione della sonorità e quindi dell&#8217;originalità dello stile».</p>
<p><strong>Con un album universalmente riconosciuto come ottimo dalla critica, come mai vi scioglieste?</strong></p>
<p>«Purtroppo a quei tempi non ci fu un grande supporto da parte dell&#8217;etichetta. Il disco vendette poche copie nel Regno Unito e nonostante un tour negli Stati Uniti ci trovammo in una situazione in cui non potevamo andare avanti con il progetto. Preferimmo tornare a fare i musicisti di studio».</p>
<p><strong>Come è l&#8217;album riascoltato oggi? </strong></p>
<p>«Ho avuto una bella sensazione quando era finito il lavoro di masterizzazione per la ristampa e che ho seguito personalmente. Suonava benissimo ieri e suona benissimo ancora oggi».</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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