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	<title>il popolodelblues &#187; Rivista elettronica fondata da Ernesto de Pascale articoli, recensioni, link, informazioni su artisti eventi</title>
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		<title>The Trip &#8211; Caronte 50 Years Later</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2021 18:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sonaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[The Trip]]></category>

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		<description><![CDATA[Il recupero del disco di 50 anni fa con la formazione guidata da Pino Sinnone]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/Trip.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-22442" title="trip" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/12/Trip-300x269.jpeg" alt="" width="300" height="269" /></a></p>
<pre>(Ma.ra.cash records)</pre>
<pre>http://store.maracash.com/</pre>
<p>Tempi di anniversari importanti: propio cinquant&#8217;anni fa usciva &#8220;Caronte&#8221; dei The Trip, un disco manifesto di quella che è stata la grande stagione progressive in Italia. Nel corso degli anni il gruppo ha cambiato varie formazioni, due elementi storici come Joe Vescovi e Wegg Anderson hanno lasciato questa terra troppo presto. Poco prima di morire Vescovi chiede a Pino Sinnone (il primo batterista) di formare una band che continuasse a suonare la musica dei Trip. Dal 2019 la band ha una formazione stabile guidata da Sinnone con Andrea Ranfa alla voce (cantante dei Vanexa che vanta varie collaborazioni con Ian Paice dei Deep Purple), Carmine Capasso alle chitarre (cantautore e sessionman di alto livello), Andrea D&#8217;Avino all&#8217;hammond, tastiere e cori , Tony Alemanno al basso e alla voce. Il 2021 è l&#8217;occasione giusta per risuonare questo gioiello con un sound rinnovato, più moderno, ma sempre rispettoso del proprio passato. Il disco si apre con un inedito &#8220;Acheronte&#8221; scritta dal chitarrista Carmine Capasso, dove la voce di Ranfa prima recitante e poi sotenuta dai vocalizzi ci invita a traghettare verso le anime dannate. &#8220;Caronte l&#8221; è subito un tuffo nel passato, le tastiere di D&#8217;Avino svettano di acidità e gli intrecci di chitarra e batteria mostrano una band bella compatta. In &#8220;Two brothers&#8221; irrompe la voce sicura di Andrea Ranfa, con un timbro che in alcuni momenti ricorda il grande Robert Plant, mentre l&#8217;Hammond e il basso si rincorrono perfettamente con la tagliente chitarra elettrica. &#8220;Little Janie&#8221; è un chiaro omaggio a Janis Joplin, con un pianoforte che sostiene una forma classica di canzone, dal sapore vagamente pop caratterizzato dalle armonizzazioni delle voci. Arriviamo al capolavoro del disco con &#8220;L&#8217;ultima ora e Ode a Jimi Handrix&#8221;. Dieci minuti cavalcati dall&#8217;Hammond dall&#8217;atmosfera barocca (importante la lezione di Bach) e dalla chitarra solista che omaggia in maniera sofferta il genio della sei corde. Lo strumentale &#8220;Caronte II &#8221; chiude idealmente il disco, con un bel groove di basso e Hammond sopra l&#8217;incisiva chitarra. C&#8217;è però ancora spazio per due interessanti ripescaggi. &#8220;Una pietra colorata &#8221; ( dal disco d&#8217;esordio &#8221; The Trip &#8221; del 1970) è un brano dal taglio più rock, con qualche sfumatura blues in attesa della futura evoluzione progressive. &#8220;Fantasia&#8221; invece proviene dal film &#8220;Terzo Canale Avventura a Montecarlo&#8221; del 1970, dove il gruppo veniva immortalato mentre suonava al Festival Pop di Caracalla. Entrambi i pezzi sottolineano la grande versalità di Ranfa che si conferma come una delle voci più interessanti del panorama hard-rock e la bella pasta strumentale del gruppo. Un disco ben curato sia nella parte grafica, che in quella musicale, nonostante sia stato registrato a distanza durante il lockdown. Non è la classica operazione amarcord, ma qualcosa di più, ci piace immaginarlo come un seme da cui nasceranno nuovi e ottimi frutti, perchè la band è viva più che mai e si sente, caspita se si sente.</p>
<p>Marco Sonaglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tracce</p>
<p>Acheronte</p>
<p>Caronte l</p>
<p>Two brothers</p>
<p>Little Jane</p>
<p>Ultima ora e Ode a Jimi Hendrix</p>
<p>Caronte II</p>
<p>Una pietra colorata</p>
<p>Fantasia</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dalle canzoni al prog, analisi ed evoluzione</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2021 21:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Canzone italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>

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		<description><![CDATA[I libri di Carlo Bianchi e Mattia Merlini editi dalla Lim]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/04/s-l500.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-20998" title="s-l500" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/04/s-l500-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<pre>www.lim.it</pre>
<p>La musica nei suoi linguaggi popolari è protagonista di due pubblicazioni della casa editrice Lim di Lucca. La prima riguarda la forma canzone in un decennio importante della storia italiana e non solo musicale. L’altra è invece dedicata a un genere che nel nostro paese ha avuto grande fortuna, sempre negli stessi anni trattati dal primo dei due libri. In mezzo c’è la cronaca e la storia di un periodo esaltante e difficile al tempo stesso, dove l’esperienza musicale ha un ruolo fondamentale. Il volume di <strong>Carlo Bianchi,</strong> <strong>Canzoni italiane 1968-1978 Storia e antropologia</strong> (pagine 148, 18 euro) divide la sua indagine in quattro tematiche, meglio dialettiche dedicate a cristianesimo, città, long playing e violenza. Ambiti apparentemente distinti ma tutti perfettamente funzionali l’uno all’altro per l’evoluzione della forma canzone. Il primo potrebbe sembrare anche forzato, ma le pagine di Bianchi mostrano quanto l’eredità di un paese cattolico sia stata influente sui brani di alcuni autori (citiamo La buona novella di Fabrizio De André). Così come la violenza caratterizzò non solo il linguaggio della musica popolare, ma anche la sua fruizione (per alcuni anni, le formazioni rock estere si rifiutarono di venire in Italia).</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/04/Merlini.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-20888" title="merlini" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/04/Merlini-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a></p>
<p>E a proposito di rock <strong>Mattia Merlini</strong>, in <strong>Le ceneri del Prog</strong> (pagine 288, 20 euro) racconta quanto il progressive abbia a suo modo continuato a essere praticato dopo la spinta propulsiva dei Settanta. Merlini ha il merito di andare anche dentro le caratteristiche del genere, permettendo di andare così oltre gli equivoci su eventuali appartenenze allo stesso di gruppi più o meno celebrati. Un’indagine piena di sorprese.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Sergio Algozzino &#8211; La fabbrica onirica del suono</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2021 22:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Sonaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Algozzino]]></category>

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		<description><![CDATA[Una storia musicale immaginaria narrata a fumetti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/03/suono.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-20579" title="suono" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2021/03/suono-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<pre>(Feltrinelli Comics)</pre>
<pre>comics.feltrinellieditore.it</pre>
<pre>Pagg 128, Euro 16</pre>
<p>Sergio Algozzino è uno dei fumettisti attuali più interessanti, recentemente ha fatto il suo debutto in Dylan Dog ( lo storico indagatore dell&#8217;incubo della Sergio Bonelli Editore), ha realizzato una splendida copertina dedicata ai Beatles nel numero di Linus dello scorso dicembre e da poco ha pubblicato la Graphic Novel &#8220;La fabbrica onirica del suono&#8221; per Feltrinelli Comics. Come prima cosa, bisogna precisare che l&#8217;autore è anche un musicista e appassionato di un determinato tipo di musica, questo spiega la scelta che è alla base di questo lavoro. Il libro è una storia giovanile che si sviluppa dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, negli anni d&#8217;oro del fermento musicale sia in Italia, che nel mondo. Un gruppo di ragazzi dopo il complessino denominato &#8220;I figli del Beat&#8221; (nato all&#8217;ombra dei vari Camaleonti, Dik Dik, Nomadi, Equipe 84) decide di formare una vera band chiamata &#8221; Jokers&#8221; e successivamente un gruppo prog &#8221; La fabbrica onirica del suono &#8221; (in omaggio ai nomi lunghi e curiosi nel progressive italiano). Le loro vite si allontanano e si ritrovano, subiscono le scelte lavorative e familiari, si intrecciano con gli eventi storici come il sessantotto, la strage di piazza Fontana, gli scioperi dei lavoratori, gli scontri tra studenti ed operai, le prime droghe, sino ad arrivare agli anni di piombo e alla nascita delle Brigate rosse, Naturalmente oltre al contorno storico c&#8217;è quello in mezzo alle note dei musicarelli, del disco per l&#8217;estate a Saint Vincent nel 1968, le censure Rai e di Radio Vaticana, le riviste straniere di musica, l&#8217;ondata di progressive con il primo festival del proletariato giovanile nei prati Montalbano, Ballabio nel settembre del 1971 fino allo storico parco Lambro nel giugno del 1976 con le sue contestazioni e le contraddizioni come cantava con lucidità Gianfranco Manfredi nella canzone &#8220;Un tranquillo festival pop di paura&#8221;. Algozzino ha una forza trascinante nella narrazione, dialoghi serrati, accompagnati da disegni e colori molto flower power in certi momenti e più cupi in altri, con un tratto personale che in certi momenti ricorda il grande Paolo Bacillieri. La forza della storia è anche nel saper cogliere i riferimenti ai protagonisti musicali di quella stagione e gli omaggi alle copertine dei gruppi progressive (lascio a voi la voglia di scovarli). Inoltre, come ciliegina sulla torta, le tavole oniriche vengono accompagnate dalle parole di &#8221; Un mondo nuovo&#8221;, una piccola suite di oltre otto minuti scritta dallo stesso autore come un&#8217;ipotetica canzone del gruppo protagonista della storia. Algozzino ci porta in questo viaggio immaginifico, senza cadere mai nella retorica dell&#8217;operazione nostalgia, anzi mettendo sullo stesso piano sia l&#8217;esplosiva creatività, sia i limiti di quegli anni straordinari. Il libro consigliatissimo, non poteva che essere dedicato con affetto a Rodolfo Maltese (chitarrista) e alla voce solista Francesco Di Giacomo (Voce solista) del Banco del Mutuo Soccorso.</p>
<p>Marco Sonaglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>The Piano Room &#8211; 2084</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Oct 2019 14:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Gazzara]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[The Piano Room]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo progetto del tastierista Francesco Gazzara]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2019/10/2084.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-16853" title="2084" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2019/10/2084-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<pre>(Irma Records)</pre>
<pre>www.thepianoroom.it</pre>
<p>Ci sono molte citazioni e dediche in questo disco. Quelle letterarie: George Orwell con il suo 1984, e Boualem Sansal. autore di 2084: The End of The World. Quelle cinematografiche: il regista e musicista John Carpenter, Soprattutto quelle musicali con l&#8217;omaggio a Anthony Phillips e al suo 1984, ma anche ad altre. Dietro il progetto Piano Room c&#8217;è il tastierista romano Francesco Gazzara che calca con convinzione il terreno stilistico del prog dei Genesis come fonte di ispirazione, Non c&#8217;è solo quel gruppo (e Tony Banks) nelle tracce del disco. Troviamo molto presente il Mike Oldfield di Tubular Bells e delle suites e d&#8217;altra parte lo è anche 2084. Oltre a tutti i musicisti che a loro tempo usarono la strumentazione utilizzata da Gazzara per il disco. Citamo i Polymoog, Arp 2600, Arp Odyssey, Prophet 5, Korg MS20, Mellotron oltre all&#8217;Hammond B3 e al pianoforte Yamaha CP80. Una manna per gli appassionati di sonorità particolari, ma anche per coloro che hanno nel cuore gli anni 70 delle costruzioni musicali complesse e affascinanti riferite al prog di qualità. Gazzara, musicista di grande esperienza, ne è a suo modo un epigono, ritrovando il gusto di creare composizioni multiitematiche. Una prassi che si apprezza anche nelle tre tracce pianistiche che recuperano le musiche in precedenza affidate alle altre tastiere. Tecnica e mestiere completano un lavoro nel segno della qualità.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Donella Del Monaco, Paolo Troncon &amp; Opus AvanTra Ensemble &#8211; Rosa Rosae</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 14:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Donella Del Monaco]]></category>
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		<description><![CDATA[Il ritorno del marchio storico con l'innesto di nuovi musicisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2019/04/del-monaco-d-troncon-p-opus-avantra-ens-rosa-rosae-cd.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-15822" title="del-monaco-d-troncon-p-opus-avantra-ens-rosa-rosae-cd" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2019/04/del-monaco-d-troncon-p-opus-avantra-ens-rosa-rosae-cd-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<pre>(MP &amp; Records / GT Music Distribution)</pre>
<pre>www.donelladelmonaco.com</pre>
<p>Tenendo in mando il disco siamo contenti di rivedere nomi di un passato musicale glorioso, quale quello dei primi 70 in Italia. Rosa Rosae è infatti firmato da Donella Del Monaco e dall&#8217;Opus AvanTra Ensemble: un marchio, Opus AvanTra, dove Del Monaco era voce solista, che ha contribuito allo sviluppo di una scena nazionale molto viva e piena di esperienze da non dimenticare. Molte nel segno del prog, anche se gli Opus non lo erano in senso stretto: piuttosto erano dei precursori di quel genere che riuscivano a tenere ben distinte le ispirazioni (AvanTra era l&#8217;acronimo di avanguardia e tradizione) nella miscela del loro suono. Tra l&#8217;altro questo disco è prodotto artisticamente da Renato Marengo, già produttore a suo tempo di Introspezione. Ovviamente l&#8217;album di oggi  arriva in un epoca dopo che nella musica i cambiamenti sono stati continui e dove il prog non è tra i generi più praticati. Non ci sono Alfredo Tisocco e Giorgio Bisotto, che comunque erano presenti nella reunion 2008 per il Giappone, componenti originari della formazione. C&#8217;è la presenza di Paolo Troncon, coautore di quasi tutti i brani e al pianoforte, e di un Opus AvanTra Ensemble formato da Del Monaco, Mauro Martello a flauto e sax soprano, Andrea De Nardi alle tastiere, Laura Balbinot al violoncello e Giorgio Cedolin alla batteria. Anche in questo caso la parola prog è adatta e non lo è allo stesso tempo. Certo l&#8217;atmosfera del genere si percepisce, senza però una caratterizzazione vera e propria.  Ci sono molte idee dalla classica (Cycles con ospite Alberto Radius alla chitarra e Scleratus con Lino Vairetti), dalla musica etnica (la traccia titolo è un tango modernizzato e stravolto mentre Mandala vede la presenza anche di Tony Esposito alle percussioni), dal pop di Vento del Nord con Jenny Sorrenti. Un bel ritorno che non sa di nostalgia, ma vuole guardare avanti.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Marillion, Auditorium Parco della Musica, Roma, 3 ottobre 2017</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2017 15:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concerti]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Marillion]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Spettacolo di qualità della band inglese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/10/marillion.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-12464" title="marillion" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/10/marillion.jpg" alt="" width="461" height="302" /></a></p>
<pre>www.marillion.com</pre>
<p>Concerto a tinte forti per i Marillion che sono sbarcati nella capitale per presentare il loro ultimo lavoro F.E.A.R., acronimo che non significa solo paura ma sta per Fuck Everyone and Run. Una visione del mondo non tanto personalistica ma ahinoi universalmente condivisa dai più. Paura di un presente che ci costringe ad ammazzare e fregare gli altri. Tutto ciò per dire che la band non si allontana dalla contingenza ma anzi al di là della maggioranza dei gruppi prog non evoca fiabe sognanti ma sta molto sul pezzo, dedicando allo spettacolo, durato quasi 2 ore e mezza, praticamente tutto il disco. I Marillion che sono ormai molto lontani da quelli conosciuti negli anni ottanta, tanto quanto lo possono essere dei cugini di secondo o terzo grado, hanno inchiodato gli spettatori all’angolo delle poltrone di velluto rosso con uno show multimediale, ricco e visivamente appagante e soprattutto con la forza e dinamicità degli strumentisti della band. Discorso a parte merita Steve Hogarth che sembra essere sempre più il leader della formazione ricalcando il ruolo dei vari Peter Gabriel, Peter Hammill o Phil Collins nelle classiche formazioni prog anni ’70. Una faccia e una presenza scenica forte tanto quanto lo poteva essere uno dei sopracitati cantanti, trascinante, evocativo e teatrale . Una voce narrante insomma in grado di far cadere lo spettatore nell’incanto e nella sospensione del reale . Senza nulla togliere al resto della band , macchina perfetta che ha in Steve Rothary un equilibrista perfetto nel suo ruolo di chitarrista leader che non mette mai una nota in più pur avendo un maggior peso nella parte strumentale . Lo stesso si può dire di Mark Kelly alle tastiere, suo partner ideale, un altro che non ama creare inutili sbavature. In mezzo i precisi Mosley e Treewas che forse non azzardano mai tanto ma che nell’economia dei brani risultano cesellatori altrettanto importanti . E’ la via del prog contemporaneo: meno spazio ai singoli ma più al respiro della composizione . Tornando alla scaletta dopo l’apertura di El Dorado, un brano dedicato a John Lennon,  Living in fear  già molto esplicito nel titolo che riafferma come la violenza è delle paure contemporanee più sentite, per proseguire con i vari movimenti di New Kings, vera e propria invettiva contro i poteri forti, contro una società sempre più costruita sulla violenza dei potenti e sulla paura dei più deboli e sul divario che c’è fra di essi. Parte finale dedicata ai classici:  The Space … da Easter il primo senza il cantante originale Fish per poi passare a brani di grande respiro come The Great Escape, Man of a thousand faces  e Go. Menzione speciale per Easter  che Hogarth introduce come “uno dei primi brani scritti insieme e che richiamavano un’antica melodia irlandese“ e alla fine della quale è venuta letteralmente giù la platea. Il finale è tutto per brani come The Invisible Man e Neverland , canzoni lunghe, d’ascolto si sarebbe detto un tempo che riconfermano come i Marillion fannno un percorso tutto loro, vivendo nelle paure magari, parafrasando il titolo nel disco ma evitando le scelte troppo facili.</p>
<p>Ugo Coccia</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/10/22154541_2085658775009976_7049467492766141388_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-12465" title="22154541_2085658775009976_7049467492766141388_n" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/10/22154541_2085658775009976_7049467492766141388_n-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Cuneiform: Rez Abbasi e Deus ex Machina</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Sep 2017 16:38:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Special]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneiform Records]]></category>
		<category><![CDATA[Deus ex Machina]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[Rez Abbasi]]></category>

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		<description><![CDATA[Le incisioni del chitarrista pakistano-americano e del gruppo prog italiano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre>(Cuneiform Records)</pre>
<pre>www.cuneiformrecords.com</pre>
<pre>www.reztone.com</pre>
<pre>Pagina Facebook @DeusexMachinait</pre>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/abbasi.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-12267" title="abbasi" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/abbasi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Nato in Pakistan e cresciuto negli Stati Uniti, Rez Abbasi ha conosciuto subito e in modo naturale la prassi delle fusione sonora partendo dal jazz. Chitarrista appassionato di rock prima e di jazz dopo con frequentazioni importanti in tutti gli Stati Uniti, Abbasi ha riunito nel gruppo elettrico Junction il sax di Mark Shin, la batteria di Kenny Grohowski, le tastiere e l&#8217;elettronica di Ben Stivers per un album di grande interesse. A partire dalla traccia iniziale, Hoky Butter, pezzo ispirato dalla collaborazione con un compagnia di danzatori indiani, caratterizzato da un mix di funky e poliritmia. Molto curata la melodia di Groundswell, la base della sezione ritmica in Uncommon Sense, le invenzioni di Self-Brewing e di New Rituals. Un disco che si fa apprezzare per le idee senza per questo ripetersi in una sperimentazione fine a se stessa.</p>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/devoto.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-12270" title="devoto" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/devoto-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Sono passati nove anni da Imparis, che il Popolo del Blues recensì positivamente per l&#8217;alta qualità musicale di quel lavoro discografico. Fortunatamente anche Devoto è allo stesso alto livello e allora ci si chiede come mai un gruppo italiano come i Deus ex Machina (nella foto in home page) debba incidere una volta ogni tanto, oltretutto per un&#8217;etichetta del nord America, con una notorietà limitata rispetto al proprio valore. La voce di Alberto Piras, il violino di Alessandro Bonetti, le chitarre di Mauro Collina, il basso di Alessandro Porreca, le tastiere di Luigi Ricciardello e la batteria di Claudio Trotta si muovono verso un jazz prog che guarda avanti pur mantenendo un piede in un passato glorioso. Brani come la traccia titolo, la voce e la poliritmia di Distratto da me e di Transizione, lo strumentale e acustico Quattro piccole mani, lo dimostrano in pieno.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Old Rock City Orchestra &#8211; Back To Earth</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 18:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Old Rock City Orchestra]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[Rock italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo album della formazione prog di Orvieto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2016/01/Cover-Back-to-Earth-Old-Rock-City-Orchestra.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-8390" title="Cover Back to Earth - Old Rock City Orchestra" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2016/01/Cover-Back-to-Earth-Old-Rock-City-Orchestra-1022x1024.jpg" alt="" width="460" height="460" /></a></p>
<pre>(Musiche particolari &amp; Records / Gt Music)</pre>
<pre>www.oldrockcityorchestra.com</pre>
<p>La seconda prova a lunga durata della formazione orvietana ci ha lasciato con alcuni interrogativi. Beninteso, strumentalmente sono di ottima preparazione e i due vocalist Cinzia Catalucci e Raffaele Spanetta oltre a convincere vocalmente hanno una pronuncia inglese senza inflessioni. Piuttosto nella prima parte del disco il gruppo, che nasce con il progressive nel cuore, tenta di liberarsene parzialmente immettendo elementi blues, funky (si ascolti la prima traccia When You Pick An Apple From The Tree) e di hard rock incanalandole in un riff distintivo del brano. Un esperimento lodevole nelle intenzioni, ma che a nostro parere aveva bisogno di migliori intuizioni melodiche. Passiamo però all&#8217;ipotetico lato B di un eventuale vinile, ovvero alle tracce che vanno dalla 6 alla 10. Qui troviamo il gruppo più a proprio agio sia nella lunga traccia titolo, ma anche nella ballata Why Life, in Lady Viper che vediamo bene come singolo, nei riff (questi si) di Tonight, Tomorrrow and Forever. Avanti dunque su questa seconda strada che mostra un prog moderno e apprezzabile anche dai non appassionati del settore.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
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		<title>Railroad Earth – Last of the Outlaws</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2014 10:59:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Nuti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Americana]]></category>
		<category><![CDATA[bluegrass]]></category>
		<category><![CDATA[Country]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[New Jersey]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[la band del New Jersey tra country e progressive]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre>(Black Bear Records)
<a href="http://www.railroadearth.com" target="_blank">http://www.railroadearth.com</a></pre>
<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2014/12/last-of-the-outlaws.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5688" title="last-of-the-outlaws" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2014/12/last-of-the-outlaws-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> Se riuscite ad immaginarvi uno strano luogo al confine tra il country e il progressive, quel luogo vi avvicinerà allo stile e allo spirito dei Railroad Earth.<br />
Con sette album alle spalle e una carriera più che decennale, la formazione, originaria del New Jersey, mette a segno un album che inizia rispettando i canoni di bluegrass e americana per poi far spazio ad influenze inglesi e celtiche e quindi evolversi, nella sua sezione centrale, verso qualcosa di totalmente diverso, molto più legato al progressive e al filone delle jam band.<br />
<em>All That’s Dead May Live Again </em> è una vera e propria suite in più parti,  strumentale, in cui il violino di Tim Carbone ha modo di mettersi  più che mai in mostra. Un tipo di brano che certo non ci si aspetterebbe in un album che era iniziato ingranando la marcia del country classico e del blues. La segue <em>Face with a hole</em>, più breve ma nello stesso stile, mentre nella parte conclusiva Railroad Earth tornano nuovamente alle canzoni. L’idea è buona e molto personale, anche se il risultato un po’ disomogeneo.</p>
<p> Giulia Nuti</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Basta! &#8211; Oggetto di studio</title>
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		<pubDate>Sat, 10 May 2014 14:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Manzotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bach]]></category>
		<category><![CDATA[Basta!]]></category>
		<category><![CDATA[progressive]]></category>

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		<description><![CDATA[Il progressive rivisto da una nuova formazione italiana ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2014/05/basta-oggetto-di-studio-big.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4211" title="basta-oggetto-di-studio-big" src="http://www.ilpopolodelblues.com/wp/wp-content/uploads/2014/05/basta-oggetto-di-studio-big.jpg" alt="" width="500" height="500" /></a></p>
<pre>(Materiali Sonori Associated)</pre>
<pre>www.bastapuntoesclamativo.it</pre>
<pre>www.materialisonori.it</pre>
<p>Negli anni dieci del ventunesimo secolo è singolare ascoltare un disco di progressive. Più che un genere, che qualche decennio fa era la norma tra le uscite discografiche, a volte sembra una categoria dell&#8217;anima musicale tanto è ancorata a un periodo molto preciso dal punto di vista temporale. Eppure come ogni stile, anche il prog ha la capacità di rinnovarsi. Questo Oggetto di studio ne è un esempio lampante: le dimensioni dei brani sono più contenute rispetto allo standard del genere, la strumentazione vede la diamonica e la fisarmonica al posto delle tastiere impilate una sull&#8217;altra oltre la comparsa del clarinetto (oltre che del più raro clarinetto basso) generalmente usato in ambito jazz. E&#8217; un esperimento portato avanti dai Basta! che hanno vinto nel 2012  l&#8217;U Festival nella loro città, Montevarchi. La parola esperimento non è usata a caso, dato che il gruppo ha concepito l&#8217;album immaginando le varie tracce nelle stanze di un laboratorio-ospedale con una voce narrante che collega un brano all&#8217;altro. Ispirazioni? Citiamo le Orme e il Rovescio della Medaglia, sia per la struttura dei brani strumentali sia per il ricorso a sonorità bachiane. Ma i Basta! sanno viaggiare con le proprie gambe già dalla prima traccia Il signor Porpora e gli oggetti scomparsi, alla centrale Mondi paralleli che ha un giusto equilibrio tra elementi ritmici e melodici fino alla conclusiva Alabasta, epica come qualsiasi finale prog che si rispetti. Un buon esordio per idea di base e realizzazione musicale.</p>
<p>Michele Manzotti</p>
<p><em>Video di Mondi paralleli dal vivo</em></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=RQq8nVnQLkw&amp;list=PLYZGnPoij2cGgkTAXlfBYNYwDdVueRLso">https://www.youtube.com/watch?v=RQq8nVnQLkw&amp;list=PLYZGnPoij2cGgkTAXlfBYNYwDdVueRLso</a></p>
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