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Interviste

Phil Palmer: “Sono un session man, ma rispettato dai grandi”

29 dicembre 2017 by Stefano Tognoni in Interviste

(foto dalla pagina Facebook ufficiale di Phil Palmer)

Da molti anni Phil Palmer è considerato uno dei chitarristi più influenti del panorama rock mondiale. Versatile session man, innumerevoli le sue collaborazioni, ma anche produttore ed autore, abbiamo avuto la possibilità di incontrarlo all’Alcatraz di Milano, dove era impegnato nella presentazione live dell’ultimo cd di Arianna Antinori, Hostaria Cohen, ennesimo progetto al quale ha preso parte. Phil si è dimostrato persona cortese e disponibile, concedendoci la possibilità di intervistarlo.

Come è nata in te la passione per la musica? Ha contribuito il fatto di essere nipote di Ray e Dave Davies dei Kinks?

“E’ dall’età di cinque anni che mi sono accorto di vivere in un’atmosfera musicale. In questo la mia famiglia e specialmente i miei zii Davies hanno avuto una grande influenza su di me. Il loro primo hit è del 1964, quando avevo dodici anni”.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua professione?

“E’ stata una decisione che ho preso a scuola quando avevo quindici anni. Non ero un buon studente e la mia testa era sempre piena di musica oltre a essere più interessato a imparare accordi e melodie piuttosto che la matematica o qualsiasi altra materia”

Da molti anni sei considerato uno dei chitarristi di studio e live più versatili e affidabili. Che doti umane, oltre che artistiche, deve avere un professionista come te per confrontarsi con miti come Mark Knopfler, Eric Clapton, Tina Turner e decine di altri?

“Un buon trucco quando si suona in una sessione è quello di ascoltare la canzone e rispondere con la propria sensibilità agli altri strumenti; dare mentre si suona qualcosa di più di quanto richiesto dal produttore o dall’artista. Per lavorare con Clapton e Knopfler è stato importante capire il mio ruolo: ovviamente quando suonavano da solisti questo era di supporto e non intrusivo e sceglievo i momento per esprimere me stesso quando mi veniva data l’opportunità. Questo è il segreto!”

Live e studio di registrazione. Quale di queste due differenti dimensioni ti fa sentire più a tuo agio e ti dà più soddisfazione?

“Una dimensione alimenta l’altra: una linea che mi piace suonare dal vivo può essere tenuta e utilizzata per una seduta di registrazione e ovviamente viceversa. Mi piacciono entrambe”.

Quando un artista ti chiama, ti lascia libertà di esprimere a tuo piacimento, o segui parti scritte in precedenza?

“Durante i primi giorni della mia attività di sessionman mi veniva chiesto spesso di suonare nello stile di qualcun altro come indicazione per il suono che l’artista andava cercando. Poi da quando faccio abitualmente questo lavoro, mi chiedono sempre di suonare nello stile di Phil Palmer… Questo è ovviamente molto meglio.”

L’esperienza Spin 1ne 2wo non ha avuto seguito, anche se il vostro album riscosse un buon successo. Non hai mai pensato ad un’altra incisione?

“Quel progetto è stata una bella e spontanea collaborazione tra grandi musicisti e ottimi amici. Abbiamo discusso su questo per le stesse ragioni, ma la cosa più difficile tra tutti è quella di essere disponibili allo stesso tempo, dato che ognuno di noi ha i propri progetti. Ad esempio, parlando con Tony Levin mi ha detto che è impegnato con i King Crimson e gli Stick Men sino al 2020″.

Che mi risulti hai prodotto un solo cd solista, anche se hai firmato parecchie cose come autore, non ultima, la celebre I’m No Angel, portata al successo da Greg Allman e varie colonne sonore. Non senti la necessità di sviluppare maggiormente questo tuo lato artistico, producendo altri cd a tuo nome?

“Non solo l’album solista, ma anche Spin 1ne 2wo è stata una mia idea. Il nuovo disco dei Dire Straits Legacy chiamato 3 Chord Trick è una collaborazione con Alan Clark, Steve Ferrone, Pino Palladino, Trevor Horn e altri grandi amici ec è probabilmente il più vicino al concetto di un mio album solista. Sto ancora cercando qualche idea di colonna sonora per il prossimo anno”.

Vanti nel tuo curriculum anche molte collaborazioni con artisti italiani. Ci sono differenze nel modo di lavorare e vivere la musica tra “noi” italiani e il resto del mondo?

“Da voi sembra che ci siano priorità differenti. Lo stile di vita è sicuramente più disteso rispetto a quello del Regno Unito. Presumo che questo sia dovuto al clima: piove molto da noi quindi tendiamo a lavorare più ore. C’è una passione musicale che è molto forte e mi piace farne parte”.

Non ti infastidisce pensare che, una canzone celeberrima come Con il nastro rosa, ed un film entrato nell’immaginario collettivo degli italiani, come Tre uomini e una gamba, abbiano, la prima un tuo assolo, e il secondo la tua colonna sonora, ma i più non lo sappiano?

“No, anzi vedo che in Italia c’è una maggiore attenzione per il mio lavoro rispetto ad altrove”.

Da alcuni anni fai parte del progetto Dire Straits Legacy, insieme ad alti grandi ex dei Dire Straits, accolti con calore dal pubblico. e finalmente è recentemente uscito un cd di inediti con questa sigla…

“I Dire Straits Legacy si stanno trasformando in Legacy. L’intenzione è quella di continuare a fare concerti basandoci sul catalogo dei Dire Straits fino al momento in cui il disco di cui ho parlato prima sarà accettato dai fans”.

Ci puoi introdurre questo progetto e l’album di cui fanno parte anche Mel Collins, Alan Clark, Danny Cummings, i succitati Steve Ferrone e Trevor Horn e gli italiani Marco Caviglia e Primiano Di Biase?

“Abbiamo registrato la base delle tracce a Los Angeles nello studio di Ferrone, batterista che con Pino Palladino al basso a parer mio è la migliore sezione ritmica del pianeta. Abbiamo proseguito la registrazione ai Forward Studios di Grottaferrata (Roma) dove abbiamo sviluppato un’ottima intesa con il titolare Massimo Scarparo, tanto che lì abbiamo fatto anche il missaggio e la masterizzazione. L’album sarà promosso con un tour mondiale nel 2018: spero che ci siano dieci date in Italia nell’autunno”.

Quale strumentazione compone il tuo set irrinunciabile (chitarra, amplificatore, effetti..)?

“Sono legato alla Fender Stratocaster, anche se mi trovo molto bene con le Telecasters,. I miei amplificatori sono costruiti in Italia dal mio grande amico Marco Ferrari, che sta vicino al Lago di Garda. Si chiamavano originariamente Dreamaker, ma hanno cambiato il nome della marca in Ferrari. Sono versatili e affidabili, li apprezzo molto! Per gli effetti uso un pedale per la compressione e uno per il volume: per me i pedali in genere rappresentano una confusione. Mi piace evidenziare la sensibilità dello strumento e delle mie mani nel modo più autentico possibile. Per me il reverbero è meglio quando è aggiunto dopo l’amplificazione”.

Stefano Tognoni

Palmer con il nostro Stefano Tognoni dopo l’intervista (foto Giuseppe Verrini)

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