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Ry Cooder & The Hamiltones feat. Joachim Cooder, L’Olympia, Parigi, 21 ottobre 2018

24 ottobre 2018 by Giovanni De Liguori in Concerti, Recensioni

rycooder.com

Lo scorso 21 ottobre il teatro L’Olympia di Parigi ha accolto l’ultima data dell’acclamato tour europeo di Ry Cooder & The Hamiltones ed ogni più rosea aspettativa è stata confermata se non addirittura superata: le mani ed i polsi di Ry Cooder hanno direzionato il timone di questo viaggio americano confermando Cooder come uno dei migliori studiosi e filologi della tradizione musicale di Oltreoceano. Il suono è preciso, gli strumenti di Sam Gendel e Ry Cooder danzano, si avvicendano e si uniscono sui precisi binari forniti dalla batteria di Joachim Cooder e dal basso di Mark Fain mentre le voci di Tony Lelo, 2E e J.Vito, meglio noti come The Hamiltones, puntualmente danno alle canzoni la giusta sfumatura e tutto l’insieme, per tutta la durata del concerto, si mantiene magicamente una spanna sopra l’eccellenza passando con naturalezza dal western swing al blues così come dallo spiritual al vaudeville, al country ed al tex mex, quel particolare genere “meticcio” tipico della zona a confine tra il Texas ed Il Messico.

Il concerto comincia con il polistrumentista Sam Gendel, il vero mistery man di tutto lo show, colui che col fiato e con gli effetti crea la prima delle architetture sonore su cui Cooder esegue una Nobody’s Fault But Mine che è più di una canzone d’apertura: è una dichiarazione d’intenti. La versione del classico di Blind Willie Johnson, contenuta nell’ultimo ed ottimo The Prodigal Son, è infatti piena di tutta l’Africa che c’era e che voleva esserci nelle intenzioni dell’autore ed è solo il primo degli scenari e delle suggestioni che, a dispetto della scarna e spartana scenografia, ci porteranno ben presto a vivere le emozioni di un percorso unico, americano. Go Home Girl è come l’abbiamo sempre conosciuta e sognata: dolce, sorniona, lenta, ruffiana e perfetta nella sua somiglianza alla versione originale mentre The Very Things that Makes you Rich, anch’essa presa da Bop Till You Dropdel 1979, è piacevolmente stravolta dall’intro di Sam Gendel e si dipana nervosa e scorbutica fino all’ingresso dei The Hamiltones, attimo nel quale la canzone si apre in tutta la sua conosciuta bellezza. Vigilante Man, il momento in cui Ry Cooder è solo sul palco, è forse il brano più intenso, più torrido, più carico di suggestioni: la canzone, proveniente dallo storico Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie e facente ormai parte a pieno titolo del repertorio di Cooder, ci consegna un chitarrista asciutto, padrone assoluto del suo strumento e capace, complice la perfezione acustica della sala parigina e l’ammirevole silenzio del pubblico, di trasmettere finanche la più impercettibile delle vibrazioni del suo bottleneck. Ogni canzone è una casella che Ry Cooder incastona una alla volta e ciò che appare alla fine è un coloratissimo mosaico sonoro raffigurante non solo gli Stati Uniti ma tutto il mondo culturale e musicale dell’Artista a partire dalle profonde radici africane per finire alle influenze centroamericane che da sempre hanno contraddistinto la sua produzione artistica.

Nel mezzo di tale avventuroso viaggio Sam Gendel è il punto sul palco dal quale proviene la maggior parte dei suoni: egli segue tutte le direzioni imposte da Cooder facendo sì che il suo sassofono diventi anche synth, tastiera, violino con un pubblico che segue sempre più curioso ed attento cosicché la vecchia e nobile sala dell’ Olympia di Parigi prenda prima i colori del Texas, poi quelli della California e del Messico e poi fragorosamente esploda come nella più infuocata delle chiese del Mississippi durante l’esecuzione di 99 and half Won’t Do , classico traditional creato dalla immensa Dorothy Love Coates e rivisitato dallo stesso Cooder per il bellissimo We’ll Never Turn Back di Mavis Staples. Questo è il momento in cui i tre Hamiltones sanno di aver aperto una breccia nel cuore di noi fortunati spettatori, questo è l’attimo in cui l’attenzione lascia il campo all’emozione, ogni resistenza diviene vana e la sala è tutto un alzarsi in piedi di persone che ballano con le mani rivolte al cielo. I Can’t Win è l’ epilogo migliore per una serata perfetta e Parigi è lì ad attenderci, fuori dall’Olympia, sorniona ed elegante come sempre nonostante il fatto che la serata abbia avuto ben poco di europeo: ciò che abbiamo appena vissuto e ciò che ci portiamo e ci porteremo dentro ha il fascino dell’infinita frontiera americana, ha i suoi suoni, i suoi colori e di tutto questo ringrazieremo ancora e a lungo Mr. Ry Cooder.

Giovanni de Liguori

 

 

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