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Recensioni

Jethro Tull, Auditorium della Conciliazione, Roma, 11 febbraio 2022

12 febbraio 2022 by Michele Manzotti in Concerti, Recensioni

www.jethrotull.com

foto (c) Stefano Ciccarelli per concessione ufficio stampa

Una prima considerazione: per questo concerto sono stati venduti 1500 biglietti, cifra di tutto rispetto in un periodo condizionato dalla pandemia. Segno che la voglia di musica dal vivo resta intatta, specialmente quando si annuncia un gruppo che ha fatto la storia del rock. E tra le 1500 persone che hanno riempito l’auditorium romano non c’erano solo over 50, ma anche una nutrita schiera di ascoltatori più giovani. Forse avranno trovato in casa i dischi dei genitori e dei nonni, scoprendo quella qualità che ha compiuto 54 anni e che oggi non è più ripetibile. Parliamo dei Jethro Tull e di Ian Anderson, che si ripresenta con il nome originale della formazione da lui fondata e diretta non solo con un tour, ma anche con un disco di inediti dopo 23 anni. Una longevità artistica che non è un’eccezione, ma nemmeno la regola se si fanno quattro conti con i nomi in circolazione, e che si poggia su una forte connotazione personale. Ian Anderson musicalmente è di fatto il signor Jethro Tull, nel bene e nel male, con il primo necessariamente preponderante se si nominano titoli come Stand Up, Aqualung o Thick as a Brick.

La formazione sul palco vede una nuova entrata, il chitarrista Joe Parrish chiamato a un compito difficile quando il predecessore più illustre si chiama Martin Barre. Parrish ha sicuramente dato un contributo di freschezza e di idee che si concretizzano in passaggi strumentali di ottimo livello, specialmente in alcune riletture che Anderson ha proposto coraggiosamente (parliamo di totem come Aqualung, My God e Locomotive Breath) e che hanno evitato l’effetto cover band di se stessi  Inoltre gli è stato concesso di cantare duettando in Black Sunday con lo stesso Anderson la cui voce è da anni oggetto di dibattito anche acceso tra i fan. Rispetto al tour dei 50 anni è meno usurata, forse per il periodo di stop forzato dei concerti dal vivo, ma quella dei grandi dischi è ormai un ricordo lontano. Però sarebbe accettato un altro cantante in toto, relegando il leader come solo strumentista? Lo riteniamo improbabile. Tornando a Parrish riteniamo che il suo innesto abbia avuto anche il merito di far girare meglio il resto del gruppo, John O’Hara alle tastiere, David Goodier al basso e Scott Hammond alla batteria anche loro chiamati al compito difficile di competere con il passato.

Lo spettacolo si chiama The Prog Years, ma la scaletta lo è solo in minima parte se vogliamo considerare prog Thick as a Brick del quale è stato presentato un estratto significativo, o l’intermezzo strumentale di Living in the Past. Basti pensare alle iniziali Nothing is Easy e Love Story, a Songs from the Wood (proposta però senza l’inizio corale, perla rara nella produzione tulliana), a Clasp e alla già citata Black Sunday. Oltre agli innesti classici della immancabile Bourée bachiana e alla Pavane di Gabriel Fauré .Un set abbastanza equilibrato calcolando l’immenso repertorio di Anderson, con la curiosità di aver inserito un solo brano dell’album appena uscito The Zealot Gene a fronte dei due del penultimo disco di inediti Dot Com del 1999.  Alla fine Anderson e gruppo si sono congedati dal pubblico entusiasta con merito e onore. E ci è piaciuta anche l’idea di mettere su schermo i nomi della crew. elemento essenziale di un concerto che si rispetti. Speriamo che la stessa possa diventare un esempio.

Michele Manzotti

 

Sellist

Nothing Is Easy

Love Story

Thick as a Brick (estratto)

Living in the Past

Hunt by Numbers

Bourrée

Black Sunday

My God

Clasp

Wicked Windows

The Zealot Gene

Pavane

Songs From the Wood

Aqualung

Locomotive Breath

The Dambusters March

 

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