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In memoria di Gregg Allman

www.greggallman.com

Il 27 maggio 2017, all’età di 69 anni, si è spento nella sua casa di Savannah, Georgia, Gregory Lenoir Allman leader e fondatore della Allman Brothers Band, da sempre una delle band americane più amate e seguite di sempre ed ideatrice di un sound nuovo, rivoluzionario, che vedeva la sua forza – e novità – nella fusione esplosiva di blues, rock e jazz.

Con la morte di Gregg Allman si chiude una delle saghe più epiche della storia del Rock, perchè mai come in questo caso epici ne sono stati i protagonisti e gli eventi, spesso tragici, che si sono succeduti negli anni.

La miscela vincente, che fa ancora oggi di questa band la “band live” per antonomasia, fu quella di mescolare sapientemente la voglia di fare jam (“ci era venuta ascoltando i Cream” dichiarò il batterista Butch Trucks) con il jazz apportato alla band dall’altro batterista Jay “Jaimoe” Johanson e con lo sconfinato amore per il blues e la musica nera da parte dei fratelli Gregg e Duane Allman, quest’ultimo già turnista di notevole esperienza presso i Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama.

Bastarono due album in studio, “Allman Brothers Band” e “Idlewild South”, nonchè il magnifico “Live at Fillmore” per consegnare la Band alla leggenda: esibizioni esplosive che mescolavano la tradizione del blues con la psichedelia, Coltrane, il Miles Davis di A Kind Of Blue e l’amore per la musica soul

Ma la leggenda è un albero che ha le radici spesso piantate nelle tragedie e la storia degli Allman è fatta di tante, improvvise, tragedie.

Non sarà sicuramente stato facile sopravvivere al dolore per la improvvisa perdita del fratello Duane (1971) e per quella del bassista Berry Oakley (1972) così come non sarà stato facile sopravvivere alle droghe, ai processi, al matrimonio con Cher e finanche alle minacce della Southern Mafia della Georgia che aveva messo una taglia sulla sua testa per non farlo testimoniare in un processo per droga all’esito del quale venne condannato il road manager della Band.

Ma ciò che non ti uccide ti fortifica e queste tragedie, questa estrema dissolutezza, questo senso di infinita perdizione che ha accompagnato per anni la vita pubblica e privata di Gregg Allman e di quasi tutti i componenti della Allman Brothers Band, alla fine è stata anche la causa della nascita di una indissolubile legacy, una “brotherhood” che, in maniera parallela alle vicissitudini della band, si era nel frattempo estesa dentro e fuori gli Stati Uniti ed aveva in qualche modo costretto Gregg e compagni, all’inizio degli anni 90, a prendere atto che c’era ancora voglia di Allman Brothers Band e che occorreva ancora una volta, per l’ennesima volta, rimboccarsi le maniche, salire sul palco ed incendiarlo.

Con l’apporto della chitarra muscolosa di Warren Haynes e di quella elegante di Jack Pearson prima e quella incredibilmente fluida di Derek Trucks poi, gli Allman hanno portato in giro la loro musica per ogni angolo degli Stati Uniti consolidando anno dopo anno una media impressionante di live (oltre cento l’anno) e ponendoli sulla cresta dell’onda di quel movimento musicale che venne definito delle “jam bands”.

But we’re not a Jam band, we are a Band that jam aveva più volte detto Gregg Allman quasi a volersi smarcare da un carrozzone che in quegli anni era diventato via via sempre più affollato. La Allman Brothers Band aveva un’altra caratura, un’altra storia alle spalle e questa storia, per chi, come chi sta scrivendo queste righe, è stato fortunato a vedere la band dal vivo, la leggevi tutta negli occhi di Gregg Allman, la sentivi tutta nella ruvida drammaticità della sua voce. Ad ogni nota, ad ogni inflessione, capivi che chi stava cantando non stava soltanto facendo il suo mestiere d’artista ma in quel preciso momento ti stava consegnando la testimonianza di una lunghissima e nobile tradizione, ti stava raccontando la antica storia della musica del Sud degli Stati Uniti proprio come accade, da ultimo, nel bellissimo lavoro solista del 2011 Low Country Blues in cui Gregg Allman segna un emozionante ritorno alle radici del blues e del sud più profondo.

Ma come dice la canzone “You can run on for a long time…. Sooner or later God’ll cut you down” e gli eccessi di una vita hanno lentamente portato il conto da pagare: un trapianto di fegato nel 2010 e le instabili condizioni di salute che avevano costretto a diminuire via via le date degli spettacoli hanno rappresentato il lungo e lento epilogo sia della Allman Brothers Band che della Gregg Allman Band.

La notizia di ieri ha messo il punto finale ad una lunghissima storia e da domani La Allman Brothers Band entrerà definitivamente nel mondo dei ricordi di cui parlare ai propri figli, agli amici più giovani, a quanti vorranno sapere che cosa è mai stata la vita e la musica di Gregg Allman.

In questi casi, soprattutto in questo caso, è difficile separare il fan dal recensore e chi vi scrive ammette tutta la difficoltà del caso. Ma c’è un sentimento di cui il sottoscritto deve dare testimonianza, che alberga in coloro che hanno seguito Gregg Allman in tutti questi anni e che in questi giorni hanno condiviso frasi ed emozioni attraverso i social network.

E’ un sentimento che va oltre il dolore ed oltre il ragionevole ed umano dispiacere per la scomparsa di un grande artista. E’ un sentimento che si avvicina drammaticamente all’amore per gli altri, un sentimento che fa venir voglia di chiamare gli amici, prendere i dischi, sedersi sul tappeto di casa ed ascoltarli sorridendo e commentando con gli occhi e col sorriso ogni singola nota, ogni singolo passaggio, ogni singola canzone che ha costruito negli anni una leggenda chiamata Allman Brothers Band.

Ed è un sentimento pieno di gratitudine.

Giovanni de Liguori

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