Sara Piolanti, cantante, e Marco Vignazia, chitarrista, ad un certo punto delle loro stimate singole carriere, si sono artisticamente uniti per approfondire una questione dolorosa quanto indispensabile nell’accrescimento della musica e cultura del popolo afroamericano, le Prison Song. Quando eseguite, da chi in svariati periodi è stato detenuto, sono state come le ali della libertà, un ipotetico volo oltre la drammatica condizione carceraria, per raggiungere considerazione, affetti, dignità, desideri. Il progetto di Sara e Marco, oltre all’aspetto artistico, ha un forte senso umanitario. Non è un concerto, non è uno spettacolo, non è un’opera teatrale, è un profondo sentimento dove la voce e la chitarra recitano le rispettive parti e si amalgamano con un pathos che contagia qualunque tipo di ascoltatore, in questo caso, dal vivo, come è successo un paio di anni fa, prima a Imola, grazie al compianto Ermanno Costa, e successivamente nel carcere di Ferrara, grazie a Mario Pantaleoni. Ottima poi l’idea di mostrare, in doppia lingua, su uno schermo, i testi dei pezzi che eseguono, tratti anche dal loro EP, 5049, come: Mississippi Country Farm, Judge Harsh, Ball and Chain, When Can I Change My Clothes, Lonesome Blues, Electric Chair. Di questo ed altro abbiamo chiacchierato con Marco Vignazia.
Guardando a casa nostra, la maggior parte di chi si dedica alla musica blues, pone l’attenzione su una condizione apostrofata da nomi di luoghi o città. Blues del Delta, blues di Chicago, del Texas, della Louisiana, della California, ecc. È alquanto raro che qualcuno ponga l’attenzione su quel “mondo a parte” che è la condizione carceraria, abitata da tante storie che hanno contribuito a formare l’idioma del blues. Quale è stato il motivo che vi ha portato ad approfondire le Prison Song.
Già da tempo mi stavo ponendo la domanda se esistesse o no un filone del blues identificabile come, “blues carcerario”. In seguito ad un live a Ravenna, durante il quale eseguii con il mio gruppo acustico, i Delta Mud, un paio di pezzi di Bukka White, il gestore del locale mi disse: certo che potreste fare una intera scaletta di questo blues dei galeotti. La cosa mi rimase lì nella testa per diverso tempo. In quegli anni non suonavo ancora con Sara Piolanti e sentivo che abbracciare un repertorio così incentrato sull’espressività vocale, non era ancora una cosa alla mia portata, però iniziai un processo di ricerca che ebbe uno sviluppo concreto diversi anni più tardi, quando è iniziato il percorso con Sara Piolanti. È purtroppo vero ciò che fai notare, la mancanza di ricerca da parte dei musicisti italiani, che tende a non dare importanza a questo tipo di approfondimenti, non tutti ovviamente, per esempio un brillante ricercatore è Roberto Menabò e sicuramente ce ne sono altri. A ben vedere sono estremamente importanti per capire l’origine stessa di questo genere. C’è d’altra parte una esigenza che comprendo anch’io, cioè quella di non fare troppo i “professorini”, ma di volersi concentrare anche o soprattutto sulla performance. In questo senso, Prison Songbook, non rinuncia alla libertà e alla forza interpretativa in virtù dell’esecuzione, come a dimostrare che i due aspetti, quello di ricerca e quello esecutivo viscerale possono convivere tranquillamente. Tornando alla ricerca, abbiamo chiesto riferimenti ad alcuni esperti, tra cui lo scomparso Marino Grandi che ci ha segnalato le registrazioni di Harry Oster nel carcere di Angola verso la fine degli anni sessanta. Queste indicazioni si sono rivelate centrali per lo sviluppo di, Prison Songbook.
Perché la musica blues
Il blues non è solo una parola ma un sentire collettivo. È difficile capire come una musica nata geograficamente così distante da noi in realtà riesca ad incrociare la sensibilità di persone con dei vissuti dissimili. La mia opinione è che se dovessimo essere pienamente consapevoli di tutto il dolore che questa parola porta con sé, non dovremmo nemmeno pronunciarla, il che non significa che non dovremmo trasmettere le nostre emozioni tramite questa musica, ma essere almeno consapevoli che il Mississippi sia stato, l’Auschwitz degli africani, questo sarebbe almeno doveroso. Per quanto mi riguarda ho conosciuto questa musica assistendo ad un concerto di R.L. Burnside, e mi considero fortunato perché ho attinto alla fonte senza dovermi imbattere in fiacchi imitatori.
La storia ci dice che la maggior parte degli “abitanti” di quel mondo a parte erano/sono afroamericani, dunque, ci sono esempi di bluesmen che hanno suonato e registrato nelle carceri americane, ma ci sono stati anche musicisti bianchi che lo hanno fatto come, Joan Baez, Johnny Cash e Pete Seeger, il quale si recò nel penitenziario di Huntsville in Texas per documentare e registrare canti tradizionali afroamericani. Eppure questi ultimi stimatissimi artisti non sono dei bluesmen. Questo significa che la situazione carceraria negli Stati Uniti è molto sentita?
Da ragazzo avevo letto una frase da un libro di Fabrizio Venturini che riporto come me la ricordo: peggio della condizione di un nero, c’era solo quella di un bianco finito in miseria. Questo per dire che il carcere era una scatola contenente una umanità diseredata, senza distinzioni di colore della pelle, ma con un tratto comune, l’essere ai margini della società. Riguardo invece agli artisti che si sono esibiti nelle carceri, c’è secondo me, anche un aspetto di dichiarata sensibilità verso il sociale. Se pensiamo a B.B. King con i suoi celebri live, ci rendiamo conto che lui in quel momento cantava per la sua gente, portando un messaggio di riscatto sociale/storico fortissimo e di grande speranza, molto più di Johnny Cash per il valore politico di quelle esibizioni in quegli anni.
Perché secondo te, negli Stati Uniti, etnomusicologi, musicisti, discografici, hanno potuto entrare nelle carceri a registrare e documentare, mentre da noi è quasi impossibile
Intanto stiamo parlando di periodi storici molto diversi. i Lomax nei primi anni del 900 lavoravano per il governo degli Stati Uniti per la Libreria del Congresso. Gli Stati Uniti stavano cercando di ricostruire una identità storica, essendo una nazione giovane non c’era l’esistenza di una documentazione orale/musicale. Per i Lomax entrare in un penitenziario dove gli era giunta voce che c’era un sacco di materiale da registrare, era una scorciatoia rispetto a girare gli States col furgone. Ovvio che non potevano sapere di trovare un Leadbelly o tutte quelle magnifiche work song. Diverso il caso di Harry Oster che, forte dell’esperienza dei Lomax, sapeva che i penitenziari potevano essere una “miniera d’oro”. Quando invece parliamo della condizione italiana, bisogna precisare che a parte la necessaria burocrazia per accedere a quegli istituti, esistono molte cooperative che si impegnano in attività rieducative e che creano occasioni di crescita per i detenuti, “recuperabili”. Ti faccio un esempio. Un paio di anni fa portammo, Prison Song, nel carcere di Ferrara (grazie al compianto Ermanno Costa) e prima della nostra esibizione ci fu una introduzione di una cooperativa che trasmise una serie di documentari sulla attività svolta in carcere. C’erano diversi ragazzi che cantavano le loro canzoni e nei testi era ricorrente il richiamo all’errore che avevano commesso per finire in carcere. Ovviamente il sistema musicale adottato era il classico talking, tipico dell’hip hop o della trap, ma io non vidi una grande differenza tra quella narrazione e quella di una Robert Pete Williams (con i dovuti distinguo). Quindi, se vogliamo, di materiale da registrare ce ne sarebbe molto anche da noi oggi. Va sottolineato che tutte le normative sulla privacy rendono le registrazioni, non impossibili, ma parecchio complicate.
Il vostro progetto vede te e la cantante Sara Piolanti, dunque, una figura femminile. La maggior parte delle registrazioni delle Prison Song negli Stati Uniti, sono state fatte con detenuti maschili. Sappiamo però che, pur in maniera ridotta, c’è anche la parte femminile. Perché secondo te è stata scarsamente presa in considerazione.
A questa domanda onestamente non saprei dare una risposta. Si potrebbe pensare che le registrazioni fatte in prima battuta negli anni trenta dai Lomax fossero incentrate sul reparto maschile del carcere di Parchman Farm, mentre Oster, che ha registrato a fine anni cinquanta, probabilmente ha avuto la possibilità di farlo anche nella sezione femminile del carcere di Angola. Tra le artiste che mi hanno colpito di più c’è Odea Matthews. Non credo che ci fosse una discriminazione di genere da parte degli etnomusicologi, anche perché si trattava di persone estremamente progressiste, e additate di coltivare idee socialiste, quindi controllate a vista.
L’attore Peppe Lanzetta disse queste parole: se fossi un detenuto vorrei un libro per volar via oltre le mura del carcere. Pensi che il volar via possa valere anche con la musica?
Credo che la musica sia una emanazione spirituale importante e insostituibile, un vero e proprio medicinale per l’anima e quindi sono d’accordo con Peppe Lanzetta. Va comunque sottolineato che il valore di compatimento, inteso come condivisione di una condizione, può trovare nella musica un elemento fortemente aggregante e quindi l’atto stesso di suonare con qualcuno o per qualcuno aiuta spesso le persone a star meglio. Nel caso specifico del blues carcerario si è assistito ad alcuni esempi molto forti in quanto questa musica è riuscita a superare le sbarre permettendo ad alcuni detenuti di reinserirsi nella società, non più da persone da tenere a distanza ma da stimati artisti.
Nella foto di copertina del vostro disco, contenente sei tracce, Sara Piolanti ha nella mano destra una catena, ed il richiamo alle chain gang è evidente. Ti chiedo invece il significato del numero, 5049.
Quando iniziammo il nostro percorso, una delle prime tappe che ci eravamo proposti di toccare, era quella di suonare negli istituti penitenziari italiani. Purtroppo l’avvento della pandemia rimandò questo passaggio di diversi anni, e solo nel febbraio 2026, riuscimmo a portare il nostro progetto nel carcere di Ferrara, grazie all’interessamento di Mario Pantaleoni. In quella occasione ci vennero assegnati due pass con il numero, 50 e 49. Quando si trattò di trovare il titolo dell’EP, mi vennero in mente quei due numeri, che rappresentavano la possibilità di entrare ed uscire da persone libere da un istituto penitenziario, e di poter vivere quella esperienza e di poterla raccontare. Quei numeri erano un po’ anche come le canzoni dei detenuti afroamericani che erano uscite dalle sbarre di una prigione prima di loro, e avevano iniziato a far conoscere al mondo quella realtà. Sì, nella foto di copertina, Sara tiene in mano una catena, è un’immagine molto simbolica, perché finché la catena tiene te, tu sei prigioniero, quando invece sei tu a tenerla sei un uomo libero. Fissare la catena significa porsi il problema della differenza tra libertà e coercizione da un punto di vista privilegiato, cioè quello di artisti liberi. Si tratta quindi, nella sua semplicità, di un’immagine molto forte, realizzata da Massimo De Rosa.
Se non vi foste occupati di musica blues, ma di folk, country o altro, vi sareste comunque interessati al tema
Chissà. Le circostanze potevano anche essere diverse, ma la sensibilità verso il sociale, l’empatia quella no. Ad esempio, Sara ha sempre avuto particolare attenzione verso le dinamiche sociali, anche con la sua esperienza con i, Caravan De Ville. Con questo spero di aver risposto alla tua domanda.
Com’è strutturata la vostra proposta, quando la proponete nelle carceri e come reagiscono i detenuti. La proponete anche in concerti nei locali, nei festival, nelle rassegne ecc.
Prison Songbook non viene proposto nei locali, perché non facciamo intrattenimento o sottofondo. Diamo voce ad un messaggio che deve essere ascoltato. Un messaggio che chiede rispetto e attenzione quindi, tutte le manifestazioni che hanno un pubblico attento ai contenuti sono benvolute, per le altre facciamo un altro repertorio. Lo spettacolo che facciamo prevede nel fondale la proiezione dei testi cantati in doppia lingua, per poter rendere accessibile il contenuto poetico dei pezzi proposti. Questa cosa è determinante perché aumenta il livello di empatia durante lo spettacolo, determinando a volte reazioni emotive come il pianto e la commozione rispetto ai temi trattati. All’interno del carcere i detenuti sono stati un pubblico attento e partecipe, hanno tenuto il tempo con le mani e ci hanno restituito tantissima energia e vitalità. Va aggiunto che con Sara si è creato un dialogo su alcune tematiche trattate, con sviluppi inaspettati soprattutto quando abbiamo iniziato a proporre delle work song, molto apprezzate da alcuni detenuti che hanno avviato una vivace ma pacifica discussione sul valore del tempo e del lavoro.
Ti chiedo ora di presentarti e presentare Sara Piolanti.
Sara Piolanti è una cantante straordinaria con delle doti interpretative fuori dal comune, capace di rendere i testi una cosa viva ed emozionante. Non imita nessuno, ha un registro espressivo vastissimo e personale. Riesce a passare dal blues al jazz con una fluidità impressionante. La musica blues è sempre stata la sua seconda pelle. È stata la cantante di Vince Vallicelli, poi con i Caravan De Ville ha abbracciato anche il folk rock, ed in seguito ha avviato la carriera solista, vincendo nel 2011 il premio De Andrè, con il brano, Io Ero. Ha un disco a suo nome, Farfalle Falene. Io mi sono sempre mosso all’interno del blues, approfondendolo per quanto mi era possibile. Nel corso degli anni ho collaborato con tantissimi artisti italiani e non, che mi hanno permesso di crescere e di avere una visione più ampia e matura. Ne cito alcuni. Angelo “Leadbelly” Rossi, Claudio Bertolin, Joe Galullo, Massimo Sbaragli, Paolo Ganz, Massimiliano Testa, Massimo De Rosa, Matteo Maida, Enrico Canestrari. Ho anche cercato di sviluppare un mio repertorio in italiano e a testimoniarlo c’è il recente disco dei Delta Mud, Fango. Ho suonato in tantissimi festival e locali, e sono sempre aperto a nuove collaborazioni quando la materia è buona.
Hai detto che stai cercando di sviluppare un tuo repertorio in italiano. Ci sono già stati esempi in merito e a riguardo hanno creato discussioni fra addetti ai lavori e appassionati. Come mai questa scelta.
Fango è dedicato all’alluvione che ha colpito la Romagna. Nel testo della canzone che intitola il disco, si fa riferimento ad alcuni luoghi che hanno subìto la furia degli eventi atmosferici. Non è casuale quella di inserire i nomi dei luoghi, ma una mia precisa volontà di citare, Charley Patton, come tipologia di scrittura che racconta fatti. Quando mi parli di blues in italiano, so benissimo che ci sono appassionati che lo vedono come il fumo negli occhi. Ma la questione è un’altra, come possiamo essere credibili come artisti se quando scriviamo canzoni non riusciamo il più delle volte a raggiungere un livello poetico. Pretendiamo di essere presi sul serio quando utilizziamo la lingua di un altro paese di cui ignoriamo tutta la cultura poetico-metaforico letteraria? Come possiamo credere di essere dei De Andrè o dei Paolo Conte quando scriviamo in inglese? È ridicolo solo pensarlo, semplicemente si tratta quindi di un atto di buon senso scrivere nella propria lingua, cercando di creare canzoni con metafore e poetiche interessanti, e cercare di spingere perché il mondo del blues accetti questo come un atto di maturità, non come posizione antisistemica e autolesionista. Per esempio nel disco dei, Delta Mud, c’è un brano dal titolo, Polvere Rossa, dove descrivo l’acciaieria ILVA come un” purgatorio d’acciaio sul mare, ciminiere, guglie di cattedrale”. Una immagine che evoca atmosfere gotiche e cupezza che non avrei mai saputo rendere in inglese o in nessun’altra lingua.
Ti è mai capitato che un giovane fruitore di musica ti avesse detto, cosa c’è che può affascinare ancora una musica ultracentenaria come quella blues.
No, ma mi è capitato a fine concerto, alla prima di, Prison Songbook, a Lendinara, che una ragazza di sedici anni mi chiedesse chi era, Robert Pete Williams, artista che non conosceva fino a quel momento. Con, Prison Songbook, ho capito alcune cose rispetto alla comunicazione con persone diciamo, “non addette ai lavori”, che non necessariamente devono conoscere il blues per apprezzarlo. Però vanno incuriosite e stimolate. Se uno ci pensa bene, il pubblico degli eventi culturali è più ampio di quello del blues e muove più risorse. Per catturare quel tipo di pubblico bisogna fare leva su una narrazione più interessante di, “stasera suona Big John, chitarrista di Koko Taylor”, perché nella struttura del messaggio dai per scontato che le persone che lo leggeranno conoscono Koko Taylor e che sanno che Big John è un mago della sei corde. Altra cosa è “stasera serata dedicata alla musica come riscatto storico e sociale dei detenuti, concerto del progetto tal dei tali”. Questa comunicazione attiva la curiosità.
In ordine casuale, concerti, dischi, libri, film, documentari. Come li metti in sequenza per avvicinarsi alla musica blues e alla cultura del popolo afroamericano.
Secondo me bisogna avere un atteggiamento naif rispetto a questa musica. L’eccesso di consapevolezza ti porta ad un accademismo e a un manierismo che non le appartiene. Se guardiamo alla musica dal punto di vista della letteratura, sarebbe un po’ come descrivere i colori a un cieco. La musica va prima ascoltata col cuore, poi espressa col corpo (ballo o simili, musica suonata, ecc), poi libri, film, documentari, servono tutti a una crescita della consapevolezza, alimentata spesso dal romanticismo, il quale spesso non guarda la realtà per quello che è, ma per come vorremmo che fosse. Così i campi di cotone dove i neri erano costretti a lavorare a suon di frustate, dove i figli venivano portati via ai genitori per essere rivenduti, diventano lo sfondo per cartoline in cui farsi riprendere per far vedere quanto si è convintamente blues. Un naif direbbe semplicemente: che ci fai in quel campo? Esci subito che hanno appena dato l’insetticida! Sembra una cavolata ma il blues è molto più concreto di quanto noi non possiamo immaginare su molte cose. Quindi al di là dei discorsi, dal mio punto di vista, bisogna tutelare l’ingenuità naif che ci fa avere uno sguardo pulito sul mondo, e il cuore aperto per riuscire ad apprezzare veramente il blues come musica e come cultura.
Silvano Brambilla
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