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P. J. Harvey – I Inside The Old Year Dying

5 agosto 2023 by pdb in Dischi, Recensioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Partisan
https://pjharvey.net/
https://partisanrecords.com/

C’è un numero che pare ricorrere, quando parliamo dell’ultimo lavoro di PJ Harvey: il sette. Sette sono gli anni passati dalla pubblicazione del precedente album, The Hope Six Demolition Project. Il nuovo disco è uscito il giorno sette del settimo mese, luglio, dell’anno 2023. Un triplo 7 che, nella numerologia, ci suggerisce evoluzione spirituale. In effetti, in questo disco c’è molto di spirituale. Eppure non manca nemmeno un approccio non tanto fisico, quanto sensoriale alle cose del mondo. In particolare alla natura, coi suoi rumori, coi suoi colori e le sue forme, con la mutevolezza che caratterizza l’incedere delle stagioni. In I Inside the Old Year Dying, PJ sceglie di ritrovare il mondo – piccolo, intimo, rurale – nel quale è cresciuta negli anni ‘70. Nei due precedenti lavori – oltre al già citato album del 2016, il riferimento è a Let England Shake, disco del 2011 -, una Polly Jean ”engagéè” aveva accantonato l’esplorazione del proprio universo interiore, al centro della sua produzione da Dry fino a White Chalk, per assumere uno sguardo collettivo verso un orizzonte sociale e politico. Con la sua ultima opera, la cantautrice del Dorset apre un nuovo capitolo della propria vicenda artistica. In questo senso, la parola “evoluzione” risulta fondamentale per inquadrare il percorso intrapreso dalla Harvey dal 2016 ad oggi. Sette anni non di silenzio – in questo lasso di tempo ha realizzato la colonna sonora per la riduzione teatrale del vecchio film All About Eve e per la serie tv Bad Sisters – ma di ricerca di nuove modalità espressive. A tal riguardo, in un periodo di crisi creativa, a seguito del tour promozionale di The Hope Six Demolition Project, Polly Jean ha avuto un incontro illuminante con un vecchio amico, il regista Steve McQueen, a Chicago. Di quell’incontro, PJ ha parlato in una recente intervista: «[Steve] mi ha incoraggiata a smettere di pensare alle canzoni sotto forma di album e mi ha consigliato di concentrarmi sulle cose che amavo: parole, musica e immagini. E di chiedermi cosa avrei potuto fare con queste tre cose. Sembra così semplice, eppure mi ha spalancato la mente. Mi sono sentita completamente libera». È da questo nuovo approccio, e con la supervisione del poeta scozzese Don Paterson, che la Harvey ha dato vita, nel 2022, al suo romanzo in versi, Orlam. Un’opera che segna un recupero delle proprie radici, particolarmente evidente nella scelta dell’utilizzo del dialetto della terra natia di Polly Jean, il Dorset. Un dialetto in via di estinzione, e che PJ ha meritoriamente scelto di preservare e di rinnovarne l’uso letterario. Così, la protagonista di nove anni, Ira-Abel Rawles, diventa gurrel, anziché girl. It seems to me diviene seem an I, che è anche il titolo di una delle poesie e di uno dei brani del disco. Nonostante si tratti di opere non necessariamente interdipendenti nella fruizione, non si può parlare di I Inside the Old Year Dying senza parlare di Orlam. E, possiamo dirlo a posteriori, non possiamo parlare di Orlam senza parlare di I Inside the Old Year Dying che, con le sue atmosfere sonore, aggiunge ulteriori suggestioni alla parola scritta e ne amplia lo spettro sensoriale. «Il mio istinto m’ha detto di tornare a occuparmi di cose più piccole. Una singola persona, un villaggio, un bosco, forse anche un posto dove, diciamo così, riposarmi e ricaricarmi». Così Polly Jean racconta di come abbia deciso di intraprendere questo viaggio, dalle strade polverose, spazzate da venti di guerra, dell’Afghanistan e del Kosovo, per tornare al suo Dorset. Siamo nel villaggio di Underwhelem, un luogo di perversione, dove alberga la cattiveria. Ira, con occhi di bimba, osserva e prende coscienza. Nel bosco vicino, il bosco di sangue, Orlam, l’oracolo, l’occhio dell’agnello macellato che Ira aveva allevato con amore, ed ora protettore di Ira, osserva. E noi con lui. Insieme ad Ira, ascoltiamo il suono della natura e attraversiamo i mesi e il bosco infestato, suo santuario. Ed incontriamo, tra i vari personaggi, il fantasma di un soldato ferito, dall’apparenza di un Cristo, di nome Wyman-Elvis. «Help me dunnick, drush and dove. / Love Me Tender. Tender Love». Così recita A Child’s Question, August. In Orlam e in I Inside the Old Year Dying. Il suo messaggio è love me tender. Non è un caso. Una storia di formazione. Tra il villaggio dove regnano le peggiori pulsioni dell’uomo, dove la violenza può colpire perfino l’innocenza di una bimba di nove anni, e la foresta incantata, luogo di fuga, di immaginazione, dove il frastuono del male è sostituito dai suoni rassicuranti della natura, si consuma il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Il tema, la vividezza delle immagini ed il linguaggio surrealista ci ricordano Valerie and Her Week of Wonders (dal bizzarro titolo italiano Fantasie di una tredicenne) di Jaromil Jireš, film dal potentissimo impatto visivo che rappresenta in maniera straordinariamente efficace gli stilemi della Nová vlna cecoslovacca degli anni ’60 e ’70.

Parole, musica e immagini.

La musica è a tratti oscura. Solo in questo aspetto, possiamo trovare un rimando al suo White Chalk, del 2007. Le atmosfere, rarefatte, ricordano certo folk, i Pentangle e la Jacqui McShee di Jack Orion, per esempio. Un folk, però, ridotto ai minimi termini. Senza fronzoli, asciugato. Ricondotto ad uno stato primordiale, anche grazie ad un uso, sapiente e controllato, dell’elettronica. Solo apparentemente, un ossimoro.I riferimenti sono tutti indiretti, echi lontani potremmo dire. A tratti potremmo trovare tracce di Nico, dell’incidere ipnotico di alcune composizioni della Päffgen, di una Mütterlein liberata, almeno in parte, degli aspetti più mortiferi.Nonostante scelte che sembrano tendere alla creazione di una sorta di “comfort zone” – la più importante è quella dei collaboratori, i fidati John Parish e Flood -, c’è sempre qualcosa, di difficile individuazione, che induce un effetto perturbante. In questo, si possono trovare assonanze con lo psych-folk di Mark Fry, al tempo di Dreaming of Alice e del brano/sortilegio The Witch. Polly Jean ha pescato molto dentro di sé. Ciò rende questa sua opera estremamente originale. Mantenendo fede a ciò che già sapevamo di lei: ogni disco è un universo a sé stante, non somiglia a nessuno dei precedenti. Polly Jean ama esplorare sempre nuovi territori e, nonostante questa sua attitudine, ogni episodio della sua carriera appare essenziale. Per questo è difficile dare un giudizio di valore, in rapporto al resto della sua discografia. Ma due cose, più in generale, possiamo affermarle: è un disco bellissimo, un ritorno straordinario. La seconda è che siamo lieti di aver ritrovato la voce di Polly Jean, così imprescindibile nel panorama autoriale contemporaneo. E siamo felici, anzi felicissimi, di averla ritrovata così meravigliosamente ispirata.

Alessandro Giovannelli

 

Tracce

 

Prayer at the Gate

Autumn Term

Lwonesome Tonight

Seem an I

The Nether-edge

I Inside the Old Year Dying

All Souls

A Child’s Question, August

I Inside the Old I Dying

August

A Child’s Question, July

A Noiseless Noise

 

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