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Recensioni

Marillion, Auditorium Parco della Musica, Roma, 3 ottobre 2017

4 ottobre 2017 by pdb in Concerti, Recensioni

www.marillion.com

Concerto a tinte forti per i Marillion che sono sbarcati nella capitale per presentare il loro ultimo lavoro F.E.A.R., acronimo che non significa solo paura ma sta per Fuck Everyone and Run. Una visione del mondo non tanto personalistica ma ahinoi universalmente condivisa dai più. Paura di un presente che ci costringe ad ammazzare e fregare gli altri. Tutto ciò per dire che la band non si allontana dalla contingenza ma anzi al di là della maggioranza dei gruppi prog non evoca fiabe sognanti ma sta molto sul pezzo, dedicando allo spettacolo, durato quasi 2 ore e mezza, praticamente tutto il disco. I Marillion che sono ormai molto lontani da quelli conosciuti negli anni ottanta, tanto quanto lo possono essere dei cugini di secondo o terzo grado, hanno inchiodato gli spettatori all’angolo delle poltrone di velluto rosso con uno show multimediale, ricco e visivamente appagante e soprattutto con la forza e dinamicità degli strumentisti della band. Discorso a parte merita Steve Hogarth che sembra essere sempre più il leader della formazione ricalcando il ruolo dei vari Peter Gabriel, Peter Hammill o Phil Collins nelle classiche formazioni prog anni ’70. Una faccia e una presenza scenica forte tanto quanto lo poteva essere uno dei sopracitati cantanti, trascinante, evocativo e teatrale . Una voce narrante insomma in grado di far cadere lo spettatore nell’incanto e nella sospensione del reale . Senza nulla togliere al resto della band , macchina perfetta che ha in Steve Rothary un equilibrista perfetto nel suo ruolo di chitarrista leader che non mette mai una nota in più pur avendo un maggior peso nella parte strumentale . Lo stesso si può dire di Mark Kelly alle tastiere, suo partner ideale, un altro che non ama creare inutili sbavature. In mezzo i precisi Mosley e Treewas che forse non azzardano mai tanto ma che nell’economia dei brani risultano cesellatori altrettanto importanti . E’ la via del prog contemporaneo: meno spazio ai singoli ma più al respiro della composizione . Tornando alla scaletta dopo l’apertura di El Dorado, un brano dedicato a John Lennon,  Living in fear  già molto esplicito nel titolo che riafferma come la violenza è delle paure contemporanee più sentite, per proseguire con i vari movimenti di New Kings, vera e propria invettiva contro i poteri forti, contro una società sempre più costruita sulla violenza dei potenti e sulla paura dei più deboli e sul divario che c’è fra di essi. Parte finale dedicata ai classici:  The Space … da Easter il primo senza il cantante originale Fish per poi passare a brani di grande respiro come The Great Escape, Man of a thousand faces  e Go. Menzione speciale per Easter  che Hogarth introduce come “uno dei primi brani scritti insieme e che richiamavano un’antica melodia irlandese“ e alla fine della quale è venuta letteralmente giù la platea. Il finale è tutto per brani come The Invisible Man e Neverland , canzoni lunghe, d’ascolto si sarebbe detto un tempo che riconfermano come i Marillion fannno un percorso tutto loro, vivendo nelle paure magari, parafrasando il titolo nel disco ma evitando le scelte troppo facili.

Ugo Coccia

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